Finisce il mese di agosto e nel Pd si fa un bilancio dell’estate politica. L’unico dato certo è stato il protagonismo di Giuseppe Conte, culminato nella lunga lettera a Repubblica circa la necessità di andare oltre i limiti del politicamente corretto, la cosiddetta cultura woke. Conte ha rinunciato almeno in parte alle vacanze, a differenza di Elly Schlein, ma ne ha ricavato un’ulteriore spinta alle sue ambizioni.
Rispetto a un paio di mesi fa, l’ipotesi che sia lui il candidato del “campo largo” è ancora prematura, tuttavia il personaggio si è rafforzato. È veloce di riflessi — lo è sempre stato — e la mossa sul woke ha costretto tutti gli altri, dagli esponenti del Pd a Renzi, a rincorrerlo, ad ammettere che il dibattito pubblico è debitore verso l’iniziativa dell’ex presidente del Consiglio.
In altre parole, il rebus delle primarie non è ancora risolto e ogni giorno che passa aumenta il livello tossico della questione. Che non si riesca ancora a decidere, quando mancano, si presum…
Finisce il mese di agosto e nel Pd si fa un bilancio dell’estate politica. L’unico dato certo è stato il protagonismo di Giuseppe Conte, culminato nella lunga lettera a Repubblica circa la necessità di andare oltre i limiti del politicamente corretto, la cosiddetta cultura woke. Conte ha rinunciato almeno in parte alle vacanze, a differenza di Elly Schlein, ma ne ha ricavato un’ulteriore spinta alle sue ambizioni.
Rispetto a un paio di mesi fa, l’ipotesi che sia lui il candidato del “campo largo” è ancora prematura, tuttavia il personaggio si è rafforzato. È veloce di riflessi — lo è sempre stato — e la mossa sul woke ha costretto tutti gli altri, dagli esponenti del Pd a Renzi, a rincorrerlo, ad ammettere che il dibattito pubblico è debitore verso l’iniziativa dell’ex presidente del Consiglio.
In altre parole, il rebus delle primarie non è ancora risolto e ogni giorno che passa aumenta il livello tossico della questione. Che non si riesca ancora a decidere, quando mancano, si presume, sette-otto mesi alle elezioni, è un segnale poco incoraggiante per l’alleanza del centrosinistra. Dipende dal fatto che il mastice che tiene unito il campo largo è davvero esile e in sostanza si riduce alla comune volontà di sloggiare Giorgia Meloni da palazzo Chigi, da quella poltrona a cui aspirano con la medesima intensità Schlein e Conte. Quindi si capisce che l’enigma è di complessa soluzione.
È chiaro che il leader dei 5S ha tutto l’interesse a svolgere le primarie e al tempo stesso a non farsi imbrigliare nella rete del programma comune. La segretaria del Pd ha invece due carte da giocare: anche lei le primarie, perché non può certo farsi scavalcare dai 5S; ma in primo luogo riuscire a far valere il peso in percentuale del suo partito, assai più rilevante della sigla degli ex “grillini”, rinviando la scelta del candidato alla presidenza a dopo il voto.
Ora, è chiaro che tutto dipende dalla legge elettorale. Se viene approvato il testo oggi in Parlamento, si dovrà scegliere prima del voto. Il che non cambia molto, se c’è l’accordo sulla prevalenza del partito maggiore. Ma l’intesa non c’è e probabilmente non ci sarà.
Per questa ragione Conte può dichiararsi vincitore della campagna d’estate, nel senso che la sua immagine oggi è abbastanza solida. Ma nulla garantisce che domani il vincitore delle primarie riesca a tenere in piedi senza spezzarlo l’asse Pd-5S.
Perciò un notabile come Dario Franceschini — spiegava un articolo della Stampa — ha deciso di riproporre un’idea ricorrente: convincere entrambi i contendenti a fare il fatidico passo indietro in favore di un terzo uomo (o terza donna) che si presenterebbe in modo meno conflittuale e con la ragionevole certezza di riunire i cocci della coalizione.
Non si capisce tuttavia perché a questo punto Conte dovrebbe accettare una soluzione che restituirebbe lo scettro al Pd, sia pure con una figura diversa da Schlein. In realtà la matassa si è troppo ingarbugliata ed evitare il ricorso a primarie distruttive è un’impresa forse impossibile.
Come è ovvio, non siamo in America, dove i partiti sono grandi cartelli elettorali e le primarie sono uno strumento antico per decidere un candidato dietro il quale ci si aspetta che gli elettori convergano (ma non sempre accade). Né si può immaginare un accordo dei maggiorenti a monte e poi il ricorso a un voto solo confermativo, come pure è accaduto in passato.
Il campo largo oggi è vittima delle sue contraddizioni mai affrontate e anzi negate. E come si dice, ormai i nodi vengono al pettine. La proposta di Franceschini viene da un uomo che conosce la politica, ma forse i tempi sono cambiati e le vecchie regole sembrano decadute.