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Russia, chi non vuole vedere i pericoli

Mosca, 20 agosto: il presidente russo Vladimir Putin 

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Come Chamberlain e Déat nel 1938, gli adepti dell’appeasement all’italiana di oggi non sembrano aver interesse a raccontare il mondo com’è. Preferiscono confezionare una rassicurante realtà alternativa. In cui Mosca non è una minaccia per l’Europa e volersi difendere è inutile
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«È incredibile che qui si debbano scavare trincee e provare maschere antigas per una disputa in un paese lontano, tra gente di cui non sappiamo nulla». Era il settembre 1938 e il primo ministro britannico Neville Chamberlain giustificava così la sua scelta di non ostacolare le mire tedesche sulla Cecoslovacchia. Che Herr Hitler si prendesse pure i Sudeti. Abbandonare un piccolo paese, una liberaldemocrazia a cui si era garantita protezione, era un piccolo prezzo da pagare per la tranquillità degli inglesi. La Germania si sarebbe fermata lì. A Berlino non sarebbero stati così folli da rischiare un conflitto su vasta scala in Europa, e chi lo sosteneva (come Churchill) era un maniaco guerrafondaio.

Qualche mese più tardi, a Parigi, l’ex ministro e deputato Marcel Déat sbraitava che i francesi non dovevano «morire per Danzica». Non c’era nessun pericolo! Una volta che avesse avuto quel piccolo pezzo di Polonia, Hitler si sarebbe accontentato. Certo, nel frattempo si era fatto beffe di o…

«È incredibile che qui si debbano scavare trincee e provare maschere antigas per una disputa in un paese lontano, tra gente di cui non sappiamo nulla». Era il settembre 1938 e il primo ministro britannico Neville Chamberlain giustificava così la sua scelta di non ostacolare le mire tedesche sulla Cecoslovacchia. Che Herr Hitler si prendesse pure i Sudeti. Abbandonare un piccolo paese, una liberaldemocrazia a cui si era garantita protezione, era un piccolo prezzo da pagare per la tranquillità degli inglesi. La Germania si sarebbe fermata lì. A Berlino non sarebbero stati così folli da rischiare un conflitto su vasta scala in Europa, e chi lo sosteneva (come Churchill) era un maniaco guerrafondaio.

Qualche mese più tardi, a Parigi, l’ex ministro e deputato Marcel Déat sbraitava che i francesi non dovevano «morire per Danzica». Non c’era nessun pericolo! Una volta che avesse avuto quel piccolo pezzo di Polonia, Hitler si sarebbe accontentato. Certo, nel frattempo si era fatto beffe di ogni trattato internazionale e invaso Austria, Boemia e Moravia. Ma erano inezie. Non si doveva credere alle favole di chi chiedeva alle democrazie occidentali di riarmarsi per fronteggiare una minaccia inesistente.

L’irresistibile tentazione dell’appeasement, il desiderio di tanti europei alla fine degli anni Trenta di concedere ai nazisti ciò che chiedevano pur di mantenere l’illusione della pace, nacque così. Dalla negazione della realtà. Non si voleva vedere. Non si voleva credere che qualcuno, anche un dittatore totalitario, potesse essere così scriteriato da trascinare il continente di nuovo in battaglia. Chamberlain era un sincero amante della pace, ottimista, ingenuo. Déat era un arrivista spregiudicato che sotto l’occupazione tedesca avrebbe fatto carriera tradendo la Francia.

È difficile dire quale dei due profili rispecchi meglio i negazionisti italiani di oggi. Che volentieri abbandonerebbero l’Ucraina al proprio destino, perché è gente lontana di cui non sappiamo nulla. E che rifiutano la semplice verità di una guerra tornata nella vita di ogni europeo. Per ora, con il suo volto ibrido, fatto di disinformazione, sabotaggi, «attacchi sotto soglia» quintuplicati negli ultimi due anni, secondo la Relazione dell’intelligence 2026. Domani, chissà.

Certo, il fiasco strategico dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, e la logorante campagna d’attrito in cui si è trasformata l’«operazione speciale» per sottomettere Kiev, hanno svelato le debolezze di quell’armata russa che per anni era stata considerata invincibile. Ma questo non significa che il pericolo di un allargamento del conflitto, con un attacco diretto russo a membri della Nato o dell’Ue, sia impossibile. Al contrario.

«La logica dell’escalation» è connaturata al dilemma del regime di Putin che ha mobilitato il paese per la guerra militarizzando la società e che deve ora scegliere tra sopravvivere, costi quel che costi, o ammettere la disfatta, come nota l’ultimo rapporto della Fondation pour la recherche Stratégique francese. Ma le valutazioni non paiono interessare agli oppositori del riarmo del Belpaese, a destra e a sinistra.

Da Giuseppe Conte, secondo cui la minaccia russa è solo una costruzione di chi vuole spingere gli italiani ad «armarsi fino ai denti», e pazienza se ogni agenzia di intelligence non fa altro che produrre rapporti allarmati da anni.

A Roberto Vannacci, convinto che armarsi sia inutile perché lui non vede i segnali di un’invasione cosacca e invece di pensare a difendersi da droni e cyberattacchi sarebbe meglio trasformare l’esercito in una milizia per la sicurezza nazionale a guardia di stazioni e confini.

Passando per democratici come Goffredo Bettini, certo che il pericolo russo sia una fantasia creata per sostenere le spese militari perché, lui lo sa, Putin non ha la forza né l’intenzione di attaccare l’Europa.

Il problema è che, come Chamberlain e Déat, gli adepti dell’appeasement all’italiana di oggi non sembrano aver interesse a raccontare il mondo com’è. Preferiscono confezionare una rassicurante realtà alternativa a uso e consumo dei propri elettori. In cui la Russia non costituisce una minaccia per l’Europa, Putin non è un autocrate spietato con ambizioni neoimperiali e volersi difendere è inutile, soldi sprecati. È una visione confortante. Come quella del 1938.

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