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Se Putin vota Trump

Vladimir Putin e Donald Trump ad Anchorage, in Alaska, il 15 agosto 2025 

 (agf)

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L’Europa si trova in una posizione singolare e inedita: per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale Russia e America la vedono con gli stessi occhiali. E la collocano nel medesimo punto dell’atlante internazionale che sta riscrivendo se stesso
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In anticipo sulle elezioni americane di Midterm, Vladimir Putin si è affrettato a votare per Donald Trump, usando la platea asiatica del Forum economico orientale a Vladivostok per fissare i confini della sua personale geografia politica dopo quattro anni e mezzo di guerra russa all’Ucraina, più di 1.650 giorni di conflitto.

La Russia si muove tra due poli, uno positivo — gli Stati Uniti guidati da Trump, comprensivi con il Cremlino e tiepidi verso Kiev — e l’altro negativo, l’Unione Europea che si ostina a sostenere la resistenza ucraina, diventando il principale alleato di Zelensky. Per Putin la fine della guerra è possibile, ma è ostacolata dal «terrorismo di Stato» di Kiev che minaccia la sicurezza dei cieli russi con i suoi droni: mentre un drone russo ha appena devastato il centro di Kiev colpendo il palazzo dell’Sbu, il servizio di intelligence ucraino.

Protetti da una sospensione bilaterale dei bombardamenti per tre giorni, gli inviati speciali del presidente americano,…

In anticipo sulle elezioni americane di Midterm, Vladimir Putin si è affrettato a votare per Donald Trump, usando la platea asiatica del Forum economico orientale a Vladivostok per fissare i confini della sua personale geografia politica dopo quattro anni e mezzo di guerra russa all’Ucraina, più di 1.650 giorni di conflitto.

La Russia si muove tra due poli, uno positivo — gli Stati Uniti guidati da Trump, comprensivi con il Cremlino e tiepidi verso Kiev — e l’altro negativo, l’Unione Europea che si ostina a sostenere la resistenza ucraina, diventando il principale alleato di Zelensky. Per Putin la fine della guerra è possibile, ma è ostacolata dal «terrorismo di Stato» di Kiev che minaccia la sicurezza dei cieli russi con i suoi droni: mentre un drone russo ha appena devastato il centro di Kiev colpendo il palazzo dell’Sbu, il servizio di intelligence ucraino.

Protetti da una sospensione bilaterale dei bombardamenti per tre giorni, gli inviati speciali del presidente americano, Kushner e Witkoff, hanno ripreso il filo del negoziato con una missione a Mosca che proseguirà a Kiev, portando nelle due capitali un piano di Trump «per mettere fine alla guerra». È un filo sottile e precario, che in ogni caso si regge sull’intesa personale tra Putin e Trump, come ha voluto sottolineare il capo del Cremlino: «Il presidente americano è pronto a svolgere questo tipo di lavoro positivo e costruttivo».

Trump ha risposto garantendo che Putin non attaccherà i Paesi Nato, e soprattutto ha taciuto sulla denuncia tedesca della minaccia russa con il drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia, come se la Casa Bianca volesse dissociarsi dall’allarme della Ue per i segnali di guerra ibrida in territorio europeo. Quell’allarme disturba lo schema bipolare dei due imperi perseguito da Trump (con la Cina come terzo incomodo), per cui il fronte ucraino è ormai una palude perpetua ribelle all’onnipotenza taumaturgica del leader americano, che dopo aver domato «otto conflitti» sembra ormai stufo di questa «stupid war».

Mosca, 5 settembre: l'incontro con gli inviati americani Jared Kushner e Steve Witkoff al Cremlino 

In realtà c’è una politica anche per la palude, dove sembra che nulla si muova. Trump incassa il riconoscimento (che non costa nulla) di Putin come mediatore universale e “pacificatore”, e riequilibra così, almeno in termini di propaganda, lo stallo dei suoi tentativi di negoziato. Zelensky è sballottato tra gli alti e bassi dell’umore politico di Trump, che considera la resistenza ucraina sproporzionata, testarda e in ogni caso troppo costosa.

L’Europa si trova in una posizione singolare e inedita: per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale Russia e America la vedono con gli stessi occhiali, e la collocano nel medesimo punto dell’atlante internazionale che sta riscrivendo se stesso: immediatamente dietro l’Ucraina, principale — o per meglio dire, unica — forza di sostegno alla resistenza di Kiev.

Questo è un problema congiunto per Trump e per Putin. L’America infatti, per la sua storia e per il peso della tradizione, sopporta a fatica la nuova realtà per cui l’Europa è diventata l’ultima depositaria del sistema di valori di democrazia su cui si è retto finora l’Occidente.

Con il ritiro americano dal vecchio continente e con l’avanzata in patria del nuovo credo trumpiano post-democratico, l’Europa rimane sempre più l’interprete esclusiva di quegli ideali che il movimento Maga fatto Stato considera scaduti: la democrazia delle istituzioni, del diritto e dei diritti, ma più ancora la democrazia come stile di vita associata.

L’Europa come testimone residuo dell’Occidente, dunque, pur nelle sue fragilità, nell’incompiuta, nella frammentazione evidente. Il rifugio di una civiltà minacciata, che mette l’America in contraddizione con sé stessa. Per Putin è la conferma che l’Europa resta il «nemico ereditario» della Russia fin dall’Ottocento, e oggi è qualcosa in più: addirittura il secondo fronte, mentre Mosca è impegnata nel primo, in terra ucraina.

Un fronte non di territorio, ma di valori, dunque quasi incomprensibile per l’anima russa conficcata nella terra da quando Lenin nel 1918 riportò la capitale da Pietrogrado a Mosca per proteggerla con le mura del Cremlino: e infatti Dugin, il filosofo della restaurazione russa, parla dell’Occidente europeo come di una «talassocrazia» voltata verso l’Oceano, all’opposto dello spirito russo ancorato alla madreterra. Come se la contrapposizione fosse insanabile, quasi un destino.

Si capisce solo così la tentazione del Cremlino di testare ripetutamente il sistema nervoso dell’Europa, più che il suo sistema difensivo di sicurezza, con le manovre o anche soltanto le minacce della guerra ibrida. Non è un test militare, perché Mosca non ha bisogno di esperimenti per misurare la capacità di reazione dell’Ovest, monitorata da decenni. È un test politico, attraverso lo strumento psicologico, per alzare il costo degli aiuti europei a Kiev fino alla soglia del pericolo: e a questo punto premere sulle contraddizioni che attraversano i Paesi occidentali e la stessa Unione fino a farle esplodere.

La strategia del Cremlino è chiara e razionale: Putin può già mettere all’attivo un’importante conquista, la fine di quell’«Occidente collettivo» che inquietava la Russia, e che oggi si è spezzato nella faglia atlantica. Trump infatti ha appena detto che farà pagare all’Europa il conto in «centinaia di miliardi di dollari» per gli aiuti Usa all’Ucraina e alla Nato, riducendo la solidarietà a merce e la Ue a cliente insolvente, e dimenticando che l’alleanza con i partner europei ha consentito all’America di esercitare e mantenere la sua postura imperiale. Incamerata la frattura che divide in due l’Occidente, ora il Cremlino può dedicarsi a coltivare le linee di divisione interne agli Stati europei, che in questa fase saranno il campo di manovra russo nel secondo fronte.

E qui, malauguratamente, l’Italia è in prima linea: non per la sua forza, ma per la sua debolezza, come dimostra l’attenzione polemica al nostro Paese dei portavoce di Putin. Entrambe le aree politiche che si contendono il potere sono infatti divise sugli aiuti a Kiev e sul rapporto con Mosca, quindi vulnerabili.

Per la destra è una questione di identità, e Giorgia Meloni dovrà per forza di cose sciogliere il nodo che lega insieme la sua leadership con l’ambiguità di Salvini e l’insidia filorussa di Vannacci. Per la sinistra è un problema di affidabilità e il campo largo dovrà necessariamente capire che le vere primarie non sono tra Schlein e Conte, ma tra l’Occidente e la terra di nessuno, che sarebbe ora di abbandonare per sempre.

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