✕

Il generale e l’appropriazione indebita

Roberto Vannacci (reuters)

Ascolta l'audio

L’icona dell’uomo forte al comando è un tradimento dell’intera storia degli uomini in armi della Repubblica. Che dopo il 1946 hanno rifondato la propria identità mettendosi al servizio della nuova Italia democratica. E che per farlo hanno bandito ogni tentazione di potere personale
3 minuti di lettura

In principio è stato il generale Carmine Masiello, numero uno dell’esercito. «Noi siamo la quintessenza dei principi incardinati nella Costituzione, che sono stati scritti grazie al sangue versato da milioni di persone prima di noi» ha detto a luglio a uno scaglione di reclute che aveva appena prestato giuramento. Negli stessi giorni ha parlato il colonnello Paglia, veterano della battaglia di Mogadiscio del 1993, medaglia d’oro al valor militare. «Trovo incredibile che chi ha indossato l’uniforme possa giocare con il patriottismo solo per raggranellare qualche voto», ha dichiarato nel corso di un’intervista.

Poi è arrivato l’esposto del Sindacato dei Militari presso la Procura militare, per accusare personale in servizio attivo di tradimento del principio di fedeltà istituzionale e di militanza in un movimento il cui programma contrasta apertamente con la Costituzione repubblicana. Esposto che ha spinto la stessa Procura militare a promuovere un’indagine preliminare, per vederci chi…

In principio è stato il generale Carmine Masiello, numero uno dell’esercito. «Noi siamo la quintessenza dei principi incardinati nella Costituzione, che sono stati scritti grazie al sangue versato da milioni di persone prima di noi» ha detto a luglio a uno scaglione di reclute che aveva appena prestato giuramento. Negli stessi giorni ha parlato il colonnello Paglia, veterano della battaglia di Mogadiscio del 1993, medaglia d’oro al valor militare. «Trovo incredibile che chi ha indossato l’uniforme possa giocare con il patriottismo solo per raggranellare qualche voto», ha dichiarato nel corso di un’intervista.

Poi è arrivato l’esposto del Sindacato dei Militari presso la Procura militare, per accusare personale in servizio attivo di tradimento del principio di fedeltà istituzionale e di militanza in un movimento il cui programma contrasta apertamente con la Costituzione repubblicana. Esposto che ha spinto la stessa Procura militare a promuovere un’indagine preliminare, per vederci chiaro.

Infine, un altro sindacato, questa volta il Silp della polizia, ha suonato l’allarme per la partecipazione di Roberto Vannacci come relatore a un convegno sull’«insicurezza urbana» organizzato da altri poliziotti di Torino, e a cui era prevista persino la partecipazione (poi smentita) del questore.

A rileggere tutta intera la storia dell’Italia repubblicana, è difficile ricordare momenti in cui così tanti servitori in armi dello Stato, impiegati in livelli così diversi della Difesa e della sicurezza interna, siano entrati in fibrillazione tutti insieme e per lo stesso problema. Il fatto è che i corpi armati che dovrebbero proteggerla, la Repubblica, si sono accorti di non vivere più nel mondo di ieri, dove la loro neutralità rispetto alla contesa politica era più o meno data per scontata.

Si sono accorti di essere l’obiettivo di una scalata ideologica. Cominciata mesi fa, quando Futuro Nazionale ha cominciato la sua campagna per accreditarsi come unica voce genuina del patriottismo, come vero difensore degli italiani di fronte ai pericoli del mondo moderno, dalla criminalità alle invasioni dei migranti.

Un’icona corroborata dall’avere come leader un generale, per quanto in congedo e con due provvedimenti di sospensione disciplinare in curriculum. Dal presentare come propri candidati alle competizioni elettorali alti ufficiali dal passato roboante, come Carmelo Burgio, una vita ai vertici dei Carabinieri, proposto come futuro sindaco a Milano. E dal registrare un certo numero di professionisti delle Forze armate e dell’ordine tra i propri responsabili.

Certo, a leggerne bene il programma, Futuro Nazionale ha un’idea abbastanza bislacca di come si tuteli il Paese. Di fronte a una minaccia esterna l’Italia la vorrebbe disarmare, più che proteggere. Visto che, come ha dichiarato lo stesso Vannacci, nel XXI secolo difendersi da missili, droni e cyberattacchi non è una priorità, meglio trasformare l’esercito in una milizia volontaria per la sicurezza nazionale da dislocare a guardia di stazioni e bidoni di benzina.

E anche sul terreno della salvaguardia dei cittadini, le idee esposte dai suoi militanti sembrano alquanto bizzarre, tra chi evoca rastrellamenti in area urbana e chi proclama che è meglio andare in giro armati, come se nessuno avesse mai sentito parlare di Stato di diritto moderno e di monopolio della violenza legittima.

Per non menzionare il fatto che la manciata di militari e poliziotti la cui presenza è stata finora accertata tra gli adepti del movimento, più che un’élite di condottieri devoti al bene comune ricorda la pattuglia di ex combattenti mediocri e frustrati che nel 1919 affluiva nei ranghi del movimento fascista, in cerca di un qualche scopo nella vita dopo che il Regio esercito li aveva pensionati a forza perché doveva tagliare gli organici.

Ma questi dati di realtà hanno un’importanza relativa nel discorso pubblico. Dove “il generale” rischia davvero di passare per l’incarnazione del capo che ha a cuore solo il bene della nazione. Ufficiale ardito e politico profetico che i suoi vecchi commilitoni, i suoi soldati, seguirebbero ovunque, neanche fosse Giulio Cesare sul Rubicone.

È un’appropriazione abile. Peccato che sia anche un’appropriazione indebita. E non solo perché le voci di chi l’uniforme la veste ancora si sono levate contro questa tentazione, contro l’impostura di affermare che i militari italiani oggi condividano un pensiero unico riedizione del nazionalismo razzista da Ventennio, per usare le parole del colonnello Paglia.

Ma anche perché l’icona dell’uomo forte al comando è un tradimento dell’intera storia degli uomini in armi della Repubblica. Che dopo il 1946 hanno rifondato la propria identità mettendosi al servizio della nuova Italia democratica. E che per farlo hanno bandito ogni tentazione di potere personale.

Sì, ci sono state le mele marce. Gli scandali del cosiddetto “piano Solo”. E i fantasmi del sinistro «tintinnar di sciabole» evocato da Pietro Nenni nell’Italia degli anni ’60. Ma per ottant’anni la grande maggioranza di chi ha vestito un’uniforme ha osservato con fedeltà il precetto formulato da Raffaele Cadorna il giorno in cui gli chiesero di guidare l’esercito dell’Italia appena uscita dalla guerra: «Non voglio fare il Badoglio». Perché il vero servitore della Repubblica rispetta il proprio giuramento di fedeltà. Non lo tradisce per ambizione e non si mette in testa di fare il padrone. Di Badoglio ne è bastato uno.

Leggi i commenti