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Le tensioni sull’Ucraina e il richiamo all’articolo 1

Elly Schlein alla Festa dell'Unità 
Il punto del 15 settembre 2026
2 minuti di lettura

A voler prendere sul serio la versione ufficiale che corre negli ambienti del centrosinistra, ossia la priorità del programma, c’è un’osservazione da fare. Il programma elettorale dell’alleanza Pd-5S-Avs è già pronto in larga misura, visto che non ci sono grandi dissensi sulla sanità, le opere pubbliche, la scuola, un fisco più severo verso gli alti redditi e più comprensivo verso i ceti deboli. La vittoria, sia pure risicata, della socialdemocrazia in Svezia, ha riproposto la ricetta tradizionale: uno Stato sociale più solido e diffuso. Con qualche maggiore attenzione al controllo degli immigrati irregolari, secondo una tendenza che ormai s’impone ai partiti di destra e di sinistra. Ne deriva che non c’è bisogno di riflettere sui vari aspetti programmatici, quanto semmai sul costo considerevole di questo rilancio dello Stato sociale. Ma si tratta di promesse elettorali, per le quali il costo è come sempre irrilevante.

Resta un unico, vero punto privo di chiarezza ed è l’elemento di …

A voler prendere sul serio la versione ufficiale che corre negli ambienti del centrosinistra, ossia la priorità del programma, c’è un’osservazione da fare. Il programma elettorale dell’alleanza Pd-5S-Avs è già pronto in larga misura, visto che non ci sono grandi dissensi sulla sanità, le opere pubbliche, la scuola, un fisco più severo verso gli alti redditi e più comprensivo verso i ceti deboli. La vittoria, sia pure risicata, della socialdemocrazia in Svezia, ha riproposto la ricetta tradizionale: uno Stato sociale più solido e diffuso. Con qualche maggiore attenzione al controllo degli immigrati irregolari, secondo una tendenza che ormai s’impone ai partiti di destra e di sinistra. Ne deriva che non c’è bisogno di riflettere sui vari aspetti programmatici, quanto semmai sul costo considerevole di questo rilancio dello Stato sociale. Ma si tratta di promesse elettorali, per le quali il costo è come sempre irrilevante.

Resta un unico, vero punto privo di chiarezza ed è l’elemento di maggiore debolezza del centrosinistra: la politica estera. A esser precisi, è l’Ucraina e il rapporto con Mosca. Sul resto, da Gaza al confronto con l’Iran, sono sufficienti alcuni slogan di facile presa. Ma sulla guerra nell’Europa dell’Est le posizioni sono divaricate e confuse. Chi ha imparato da tempo a sfruttare la situazione è Giuseppe Conte, il quale non ha di sicuro l’intenzione di rompere l’alleanza, tanto meno sull’Ucraina, eppure non vuole rinunciare al vantaggio di indicare la rotta al centrosinistra. Ecco perché insiste sul nodo specifico, ossia sul rifiuto di spedire armi a Zelensky, nonché di riarmare le nazioni occidentali in chiave anti-russa. È una linea che metterebbe l’Italia ai margini dell’Unione europea, eppure adesso, prima delle elezioni, ottiene sulla carta un ampio consenso in un elettorato che non è solo dei 5S, ma in buona misura anche del Pd.

Lo si è visto quando Conte, pochi giorni fa, è stato intervistato alla Festa dell’Unità: grandi applausi e il massimo dell’approvazione in nome della “pace”. Elly Schlein nel suo discorso di chiusura è stata più cauta, ma resta il fatto che sulla politica estera una formula in grado di unire la coalizione va trovata. Una formula che non costringa il Pd a sottomettersi a Conte su un tema così rilevante e al tempo stesso tenga conto, da un lato, dei sentimenti dei militanti e dall’altro del punto di vista del presidente della Repubblica. Applaudito e sempre elogiato dalla base del Pd, Mattarella è intervenuto più volte a sostegno delle posizioni europee filo-Kiev e ha criticato in modo aspro la campagna militare di Putin.

Conte può solleticare il “pacifismo” descritto dai sondaggi senza curarsi di apparire amico dei russi. Anche perché all’occorrenza saprebbe rimodulare in fretta la sua linea. Il Pd sa invece di non poterlo seguire più di tanto. In altre parole, su questo unico ma irrinunciabile tema è necessario nel “campo largo” un accordo che al momento non c’è. La segretaria Schlein ha cominciato ad avvicinarsi al cuore della questione evocando l’art. 11 della Costituzione, con il ripudio della guerra. Può essere un passo d’inizio, a patto di non ricadere nell’ambiguità. La Carta condanna la guerra d’aggressione, di cui non esiste alcun esempio nella storia repubblicana. Purtroppo abbiamo avuto dei militari caduti (dal Congo alla Somalia all’Iraq), ma sempre impegnati in missioni di pace. L’art. 11 può dirsi quindi sempre rispettato, a meno che non lo s’invochi per giustificare l’isolazionismo assoluto. Il che, tra l’altro, sarebbe incompatibile con l’adesione alla Nato. Elly Schlein non vuole certo un tale esito: il suo obiettivo è recuperare Conte con una formula accettabile. Ma i 5S vogliono di più: bloccare le forniture di armi all’Ucraina, apparire come coloro che dettano la linea. Qui è il nucleo politico di un dissidio che rivela lo scontro di potere.

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