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I danni collaterali di una guerra infinita

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Sul conto di chi mettere la più recente strage nella striscia di Gaza? Ovvero quelle decine di morti, quelle centinaia di feriti e quei tanti dispersi sotto le macerie, travolti dal crollo di un palazzo reso pericolante dai bombardamenti.

Secondo il film documentario Naza dei due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, l’Idf è in grado di selezionare gli obiettivi da colpire utilizzando sofisticati sistemi informatici, capaci persino di stimare il numero potenziale delle vittime civili. Dunque, altro che effetti collaterali, altro che conseguenze non prevedibili, altro che fatalità di un bilancio letale. Il crollo di quel palazzo, con il suo straziante carico di bambini uccisi e feriti, è una tappa assolutamente calcolata e messa a bilancio della guerra infinita che il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 ha reso cronica, determinando una sequenza di morti stimata in almeno 1400 unità. Il che, non solo conferma l’ipocrita infingardaggine degli annunci di armistizio, se non di p…

Sul conto di chi mettere la più recente strage nella striscia di Gaza? Ovvero quelle decine di morti, quelle centinaia di feriti e quei tanti dispersi sotto le macerie, travolti dal crollo di un palazzo reso pericolante dai bombardamenti.

Secondo il film documentario Naza dei due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, l’Idf è in grado di selezionare gli obiettivi da colpire utilizzando sofisticati sistemi informatici, capaci persino di stimare il numero potenziale delle vittime civili. Dunque, altro che effetti collaterali, altro che conseguenze non prevedibili, altro che fatalità di un bilancio letale. Il crollo di quel palazzo, con il suo straziante carico di bambini uccisi e feriti, è una tappa assolutamente calcolata e messa a bilancio della guerra infinita che il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 ha reso cronica, determinando una sequenza di morti stimata in almeno 1400 unità. Il che, non solo conferma l’ipocrita infingardaggine degli annunci di armistizio, se non di pace fatti circolare proditoriamente, ma denuda la verità di una attività bellica di cui è previsto e programmato il protrarsi nel tempo. C’è una relazione tra la normalizzazione cruenta di questo dopoguerra inventato e la dichiarazione del ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir che, giusto un mese fa, invocava l’uccisione di trenta o quaranta gazawi ogni notte? E non si trova, forse, proprio in quelle parole — “i palestinesi non sono nemmeno persone” — una delle motivazioni fondamentali dello stragismo ininterrotto come forma del pensiero militare coltivato da quell’esercito? La cosizzazione (o, in termini marxiani, la reificazione) del nemico è presupposto ineludibile del suo annientamento. Ecco, considerare le vittime del crollo del palazzo di Gaza City alla stregua delle persone mutilate o uccise negli anni del secondo dopoguerra italiano da una bomba a mano rimasta inesplosa in un campo o in un cortile (i vecchi ricorderanno i grandi manifesti affissi in tutte le scuole per mettere in guardia da quel pericolo), è un grave errore. Qui siamo proprio nel cuore dei goyani Los desastres de la guerra e non, certo, in una sua sorprendente appendice. E nemmeno in una inaspettata sospensione del cessate il fuoco, dal momento che questa, esattamente questa, è la natura del cessate il fuoco come voluto dagli Stati Uniti e da Israele: un eccidio senza fine. Qual è il rapporto tra tutto ciò e le elezioni politiche israeliane del prossimo 27 ottobre? Difficile rispondere. Ma, sommessamente, alcune considerazioni si possono fare. La prima è che la bestemmia dell’antisemitismo ne esce rafforzata. Il che si deve sì alla scarsa lucidità o alla protervia ideologica di quanti non riescono a distinguere tra la critica, anche la più spietata, al governo di Netanyahu e di gran parte del sistema istituzionale e la stigmatizzazione del popolo ebraico. E la più sciagurata di queste manifestazioni sostanzialmente razzistiche risiede proprio in quel sillogismo: le vittime si sono fatte carnefici. Un’affermazione priva di qualunque fondamento per una ragione elementare: l’ebraismo contemporaneo è solo una discendenza, come dire?, generazionale e parziale dell’ebraismo della shoah. Non è in alcun modo la medesima identità, la stessa cultura, l’univoca storia. Nel 1972, su La Stampa, così scriveva Natalia Ginzburg: “Speravamo che sarebbero stati un piccolo paese inerme, raccolto, che ciascuno di loro conservasse la propria fisionomia gracile, amara, riflessiva e solitaria. Forse non era possibile.”

D’altra parte, l’accusa generalizzante di antisemitismo manovrata dalla destra israeliana, che si ritrova in qualche modo anche nel disegno di legge approvato dal Senato italiano, rafforza, pressoché inevitabilmente, il nuovo antisemitismo. Ma se questa imputazione viene estesa fino a David Grossman e via via arriva a colpire i due registi del documentario Naza, è chiaro che il conseguente cortocircuito rivela una tendenza paranoide che è, allo stesso tempo, ammissione di colpa e tentazione autocratica. La volontà di un paio di ministri del governo Netanyahu di togliere la cittadinanza agli autori del film documentario premiato a Venezia, se venisse messa in atto, negherebbe quella qualità democratica, insidiata e precaria, che resiste nonostante tutto in Israele. Perché questa è un’altra delle drammatiche lezioni di tanta atrocità. È vero che la guerra è risorsa essenziale dei processi politici che portano alla formazione di regimi autocratici: ma è altrettanto vero che quegli stessi processi e le forme di compressione delle libertà e dei diritti e di deformazione autoritaria possono svilupparsi e riprodursi all’interno dei sistemi democratici senza che ciò comporti necessariamente il passaggio a un regime dittatoriale. Insomma, lo stato di Israele è la manifestazione più acuta della crisi della democrazia, dove ovviamente risultanto determinanti lo scenario bellico e le responsabilità delle componenti non democratiche e terroristiche della resistenza palestinese. Dunque, in quella immensa tragedia, c’è qualcosa che ci chiama in causa direttamente: e non solo per un moto di sdegno, per un sentimento di solidarietà o per un sussulto di scandalo morale.

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