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Giulio, lo strano italiano

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È tutta una Patria di qui, un’Italia di là, e la Nazione da quest’altra parte ancora. Siamo patrioti, siamo italiani, e siamo pure, ultimamente, nazionalisti e sovranisti. Queste idee sono diventate centrali nel dibattito politico, diceva fieramente Giorgia Meloni qualche tempo fa: «non è un caso», subito aggiungeva: «siamo noi ad averle fatte uscire da una marginalità nella quale per decenni erano state relegate».

Sarà. Ma perché è allora il caso, in queste ore, di tenerle così da parte, evitando di scomodarle a commento della sentenza della Corte d’Assise di Roma, che ha inflitto dieci anni di carcere a tre agenti dei servizi segreti egiziani per il sequestro e le torture di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano barbaramente assassinato al Cairo tra il gennaio e il febbraio 2016? Ci sarebbe di che inorgoglirsi, finalmente, di che rivendicare. E invece niente. Misura nelle parole, prudenza nelle (poche) dichiarazioni, e la chiara consegna di tenere un profilo basso, il più b…

È tutta una Patria di qui, un’Italia di là, e la Nazione da quest’altra parte ancora. Siamo patrioti, siamo italiani, e siamo pure, ultimamente, nazionalisti e sovranisti. Queste idee sono diventate centrali nel dibattito politico, diceva fieramente Giorgia Meloni qualche tempo fa: «non è un caso», subito aggiungeva: «siamo noi ad averle fatte uscire da una marginalità nella quale per decenni erano state relegate».

Sarà. Ma perché è allora il caso, in queste ore, di tenerle così da parte, evitando di scomodarle a commento della sentenza della Corte d’Assise di Roma, che ha inflitto dieci anni di carcere a tre agenti dei servizi segreti egiziani per il sequestro e le torture di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano barbaramente assassinato al Cairo tra il gennaio e il febbraio 2016? Ci sarebbe di che inorgoglirsi, finalmente, di che rivendicare. E invece niente. Misura nelle parole, prudenza nelle (poche) dichiarazioni, e la chiara consegna di tenere un profilo basso, il più basso possibile. L’unica sovranità di cui, ancora in questi giorni, si è toccata la dura scorza è quella dell’Egitto. A inizio settembre il nostro ministro degli Esteri, Tajani, è volato sorridente al Cairo, per discutere importanti dossier — sicurezza, Medio Oriente, immigrazione, energia: chi più ne ha, più ne metta — ma ieri, «fotografando la sentenza», ha tenuto solo a precisare che la condanna riguarda tre uomini — tre agenti della National Security, avrebbe perlomeno potuto aggiungere — non certo l’Egitto. L’Egitto no, non si dice. Anche se la sentenza colpisce pezzi dell’apparato dello Stato, anche se quegli agenti dipendevano dal Ministero dell’Interno egiziano.

Ora. Come stanno insieme la grancassa nazionalista che ha rintronato gli italiani per tutta la legislatura e ancora rimbomba, più forte di prima, e una simile pavida, deferente reticenza? La destra della fiamma tricolore che mai non si spegne, la destra che «prima gli italiani!», la destra delle radici, dell’identità, della comunità nazionale, si trova tra i piedi una sentenza che per la prima volta accerta le responsabilità degli uomini di Al-Sisi nella tragica vicenda di Giulio Regeni, e subito inciampa, farfuglia, balbetta. Si poteva dire: finalmente, dopo dieci anni, è un primo passo verso la verità. Si poteva dire con coraggio e decisione: non ci fermeremo, finché non saranno accertate tutte le responsabilità. Si poteva dire: chiederemo con più forza di prima alle autorità egiziane che la sentenza venga eseguita, che i colpevoli vengano consegnati. Si poteva dire che l’Italia è vicina ai suoi cittadini, che ne difende l’onore e la memoria, che non li sacrifica sull’altare della Realpolitik. Oppure si poteva far uso del linguaggio diplomatico per ribadire che l’Egitto è un grande paese con il quale l’Italia vuole avere rapporti di amicizia e di collaborazione, ma solo per aggiungere subito dopo che, proprio per questo, ci si aspetta collaborazione anche su questo terreno, dopo anni di indecenti sabotaggi e depistaggi. Si poteva insomma alzare la voce, o perlomeno tenerla ferma, e mettere un po’ di fierezza nelle parole, e rivendicare i meriti di un Paese democratico che non ha timore di squarciare il pesante velo di impunità che il Cairo ha calato a protezione dei suoi uomini. E invece no, nulla del genere. In questo caso, niente onore della patria, nessun orgoglio nazionale, zero parole di riscatto.

Perché? Cos’è che in questo caso impedisce a Giorgia Meloni di usare toni perentori, di spiegarsi con voce forte e chiara? Si tratta forse del mitologico Piano Mattei? Il governo lo presenta così, come «la strategia nazionale promossa per imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con le Nazioni e i popoli africani e generare opportunità, benefici e sviluppo condiviso». A parte la maiuscola — un governo sovranista, un partito nazionalista, non ha timore di spargere maiuscole a piene mani — quel che si capisce è che il Piano si formula e si persegue senza dar spazio ai diritti umani involabili quando si tratta di interessi strategici. Per cui sì, lo Stato italiano si costituisce parte civile, ma il giorno in cui un tribunale dello Stato pronuncia una sentenza che restituisce un po’ di giustizia a un cittadino italiano morto mentre era nelle mani dei servizi di un paese straniero, il governo mette in home page non la sentenza, non uno scatto di dignità, ma la visita del presidente del Consiglio nella Repubblica Ceca, la conversazione telefonica con il principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita e infine il prezzo dei carburanti. E chi s’è visto s’è visto.

Oppure è il fatto che quel giovane dottorando aveva un profilo intellettuale che, insomma: un cittadino del mondo, come lo ricordano i genitori, che voleva imparare l’arabo, che aveva a cuore temi di ricerca sociale, che si interessava di diseguaglianze e conflitti distributivi, che si occupava addirittura del movimento dei sindacati indipendenti nell’Egitto di Al-Sisi? Quanto è italiano uno così? Quanto se ne può rivendicare l’italianità? Quale serie televisiva se ne può fare, dopo una fiction su Mameli, un’altra su Marconi e un biopic su Guareschi?

Invece niente. E anzi, se è possibile: fine delle trasmissioni. Da Palazzo Chigi è tutto.

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