Caro direttore,
mi congratulo con lei per la serie di articoli che Repubblica sta dedicando alle difficili condizioni di vita di molte categorie di lavoratori. Fra questi mi ha colpito quello di lunedì 28 settembre di Maria Novella De Luca e le parole, da lei riferite, di Chiara Migliori, da 17 anni maestra di sostegno nella scuola primaria. Con uno stipendio di 1.780 euro, la professoressa Migliori dice, con grande dignità, di non volersi dichiarare povera, ma «di vivere sul filo» e «tremare per ogni imprevisto».
È la descrizione dell’impoverimento progressivo del ceto medio italiano e del peggioramento qualitativo della vita di un enorme numero di famiglie, che si svolge sotto i nostri occhi da anni e al quale la politica non solo non è capace (finora) di dare risposta, ma che sembra ignorare completamente.
Caro direttore,
mi congratulo con lei per la serie di articoli che Repubblica sta dedicando alle difficili condizioni di vita di molte categorie di lavoratori. Fra questi mi ha colpito quello di lunedì 28 settembre di Maria Novella De Luca e le parole, da lei riferite, di Chiara Migliori, da 17 anni maestra di sostegno nella scuola primaria. Con uno stipendio di 1.780 euro, la professoressa Migliori dice, con grande dignità, di non volersi dichiarare povera, ma «di vivere sul filo» e «tremare per ogni imprevisto».
È la descrizione dell’impoverimento progressivo del ceto medio italiano e del peggioramento qualitativo della vita di un enorme numero di famiglie, che si svolge sotto i nostri occhi da anni e al quale la politica non solo non è capace (finora) di dare risposta, ma che sembra ignorare completamente.
L’inchiesta di Repubblica impone quattro riflessioni. La prima è che l’impoverimento del ceto medio è una delle ragioni dei successi elettorali delle destre nel mondo. Furono le conseguenze dell’inflazione sulle condizioni di vita della piccola borghesia ad agevolare l’ascesa di Mussolini al potere nel 1922, come fu l’inflazione tedesca a creare le condizioni del successo di Hitler. Ed è lo stesso fenomeno che ha dato a Trump il successo in Stati in precedenza democratici.
Non la professoressa Migliori, che sembra avere un profondo spirito democratico, ma quanti del ceto medio impoverito sono passati dal voto per un partito progressista all’astensione o alla destra? La condizione di vita è una questione di tenuta della democrazia in Italia, in Europa e nel mondo.
La seconda considerazione è che lo stabilissimo governo Meloninon ha fatto nulla per questa parte importante della società. Non c’è alcuna politica, né alcun provvedimento. Questo è un fatto. Ma non è una trascuratezza: è una scelta.
Giorgia Meloni non farebbe nulla neppure se restasse al potere altri cinque anni. Perché i referenti della destra sono altri: sono i ceti benestanti che sono stati agevolati con provvedimenti fiscali e misure che hanno premiato l’evasione. Quelli sono i suoi elettori naturali, oltre a specifiche categorie di interessi organizzati ai quali essa dispensa favori.
D’altra parte, se è vero che un ceto medio impoverito finisce per guardare a destra, perché mai la destra dovrebbe opporsi? Non le interessa, non solo perché usa le risorse per altri scopi, ma perché sa che più il ceto medio si impoverisce più la destra guadagna voti, o li perdono le forze democratiche.
La terza considerazione è che il centro-sinistra deve mettere la condizione del ceto medio al centro del suo programma. Il che vuol dire due cose che richiedono tempo.
Una riforma del sistema fiscale che riporti al principio costituzionale dell’articolo 53 che dice: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». La lotta all’evasione, che è cruciale, deve essere accompagnata dal ridisegno del sistema fiscale in modo da renderlo aderente al dettato costituzionale.
La seconda questione è che il riequilibrio fiscale non basta, serve la ripresa della crescita in un Paese nel quale la produttività è stagnante da 25 anni. La crescita vuol dire non solo investimenti, ma scegliere su cosa puntare. Dobbiamo decidere dove investire per rompere il circolo vizioso della depressione. Penso che scuola, università, ricerca scientifica e nuove tecnologie debbano essere il cuore del progetto del centro-sinistra.
Quarta considerazione. Il risultato elettorale di Reggio Calabria, per quanto limitato, dice due cose che non credo siano sfuggite alla presidente del Consiglio. Se a Reggio Calabria, dove il sindaco di destra è stato eletto mesi fa con il 66% dei voti contro il 25% del campo largo, oggi vince la destra con il 51%, il centro-sinistra è al 36% e Vannacci all’11%, vuol dire che a livello nazionale senza Vannacci la destra perderà le elezioni rispetto al centro-sinistra unito, che ha più dei voti di Reggio. La destra sarà sconfitta a meno che non imbarchi Vannacci. Ma se lo facesse perderebbe una parte dei voti e forse agevolerebbe il centro-sinistra. Cioè la destra è in un cul de sac.
Il centro-sinistra può vincere e dare all’Italia un governo degno purché trovi il terreno comune. Non bisogna accentuare le differenze, ma ridurle. Non si tratta di marcare la propria identità: dare all’Italia un governo capace di farla ripartire è un compito al quale conviene sacrificare ogni altra ambizione. Se si vuole rispondere seriamente alla professoressa Migliori.