Fra le ambiguità del campo progressista c’è lo strano caso del “terzo nome”. Ossia la prospettiva di un candidato premier diverso dai due litiganti, Schlein e Conte, pronto a prendere vita se lo stallo si prolunga. Sappiamo che lo scenario è stato proposto dall’ex premier alla segretaria del Pd (“ritiriamoci entrambi”) e che quest’ultima lo ha rigettato. Eppure se ne continua a mormorare, segno che l’ipotesi resta a mezz’aria, per quanto inconsistente. Senza dubbio Conte non è un ingenuo e nemmeno uno che parla senza pesare le parole. Se si è esposto in forma così netta, avendo cura che i giornali registrassero la notizia, vuol dire che ha degli obiettivi in mente. Il primo, persino ovvio, è quello di dipingere se stesso come un politico ambizioso, sì, ma non assetato di potere al punto da dimenticare le regole del dialogo e della misura, essenziali in una coalizione. Quella intransigente e ostinata sarebbe quindi Elly Schlein, decisa a raggiungere Palazzo Chigi a ogni costo.
In secon…
Fra le ambiguità del campo progressista c’è lo strano caso del “terzo nome”. Ossia la prospettiva di un candidato premier diverso dai due litiganti, Schlein e Conte, pronto a prendere vita se lo stallo si prolunga. Sappiamo che lo scenario è stato proposto dall’ex premier alla segretaria del Pd (“ritiriamoci entrambi”) e che quest’ultima lo ha rigettato. Eppure se ne continua a mormorare, segno che l’ipotesi resta a mezz’aria, per quanto inconsistente. Senza dubbio Conte non è un ingenuo e nemmeno uno che parla senza pesare le parole. Se si è esposto in forma così netta, avendo cura che i giornali registrassero la notizia, vuol dire che ha degli obiettivi in mente. Il primo, persino ovvio, è quello di dipingere se stesso come un politico ambizioso, sì, ma non assetato di potere al punto da dimenticare le regole del dialogo e della misura, essenziali in una coalizione. Quella intransigente e ostinata sarebbe quindi Elly Schlein, decisa a raggiungere Palazzo Chigi a ogni costo.
In secondo luogo, bisogna rammentare che l’eventuale “terzo uomo” va ricercato soprattutto fra i sindaci delle grandi città o comunque tra gli amministratori locali. E infatti sono filtrati, ma senza ottenere conferme, i nomi del sindaco di Roma, Gualtieri, e di Napoli, Manfredi. Nonché quello del presidente della Puglia, Antonio Decaro. Sono i personaggi, soprattutto i primi due, che guardano con simpatia alle iniziative di Alessandro Onorato, l’assessore che sta mettendo in piedi una formazione non ideologica e moderata, ma collegata ai Cinque Stelle. Tanto è vero che proprio il partito di Conte ha offerto aiuto, attraverso il prestito di due o tre parlamentari, per sollevare la pattuglia di Onorato dall’obbligo di raccogliere la quantità esorbitante di firme previste dalla legge elettorale per chi è un neofita del voto.
Esiste quindi un nesso tra Conte e i sindaci. Tra l’altro, e non è un caso, i nomi appartengono al Pd. Quindi il gesto appare disinteressato, diciamo così, e serve ad allargare l’attrattiva elettorale del centrosinistra al di fuori dello schema consueto. Tuttavia, al momento il “terzo nome” è solo una suggestione. I sindaci citati — insieme ad altri, per esempio la prima cittadina di Genova, Silvia Salis — hanno da svolgere una funzione preziosa: fare da raccordo tra il candidato premier e la cosiddetta società civile. Sfortunatamente i nomi che abbiamo visto devono ancora affinare la loro popolarità, nonché acquisire le caratteristiche tipiche di una leadership. Possono farlo, ma servirebbero tempi più lunghi di quelli concessi da una legislatura in scadenza.
Resta da capire, poi, perché Conte dovrebbe concedere a un terzo nome quello che nega alla Schlein. Vale a dire una politica estera più vicina alla tradizione italiana e meno condizionata dal rapporto con la Russia. Addirittura fino al rifiuto di fornire all’Ucraina anche armi difensive.
In altri termini, l’obiettivo contiano non sembra la ricerca di un terzo nome, quanto l’esigenza di non restare impigliato nel meccanismo delle primarie, quelle che D’Alema ha definito la “trappola” escogitata da Giorgia Meloni per far impazzire la sinistra. Conte cerca un piano B e C per sfuggire all’imbuto della consultazione lacerante. In poche parole, si sforza di guardare avanti, fino alle elezioni e oltre. Esiste il rischio della sconfitta a opera di un centrodestra meloniano logoro ma tuttora insidioso. In quel caso, deve essere chiaro che la responsabilità ricade sul partner maggiore, appunto il Pd. E se invece emergesse il pareggio (nessuna coalizione raggiunge il 42 per cento dei voti), l’ex premier resterebbe in disparte. In attesa di eventi che non mancherebbero, visto che saremmo a poco più di un anno dalla fine del mandato di Mattarella. E Conte sa bene di avere scarse possibilità di succedergli. Questione di politica estera.