Legge elettorale, l’ultimo tradimento
di Annalisa CuzzocreaCon un’operazione di maquillage politico degna di un’illusionista, Giorgia Meloni ha costretto la sua stessa maggioranza ad approvare una legge elettorale che volevano solo lei e il suo cerchio magico. Cambiandola giorno per giorno, emendamento dopo emendamento, sulla base di sondaggi che misuravano man mano la sua forza, la debolezza degli alleati e l’insorgere di uno sfidante interno alla destra, quell’ex generale Vannacci che minaccia di scombinare i giochi.
L’unica stabilità che il Melonellum ricerca è quella del potere di chi lo ha voluto. L’unica scelta che rimette nelle mani degli elettori è quella di una quota largamente minoritaria di preferenze. E solo per i partiti più grandi, Fratelli d’Italia e Partito democratico, perché per tutti gli altri varrà unicamente l’indicazione dei capilista bloccati.
Senza nemmeno più la garanzia di un’alternanza di genere che porti un po’ più di donne in Parlamento: siamo arrivati con fatica al trentatré per cento, le stime più ottimiste dic…
Con un’operazione di maquillage politico degna di un’illusionista, Giorgia Meloni ha costretto la sua stessa maggioranza ad approvare una legge elettorale che volevano solo lei e il suo cerchio magico. Cambiandola giorno per giorno, emendamento dopo emendamento, sulla base di sondaggi che misuravano man mano la sua forza, la debolezza degli alleati e l’insorgere di uno sfidante interno alla destra, quell’ex generale Vannacci che minaccia di scombinare i giochi.
L’unica stabilità che il Melonellum ricerca è quella del potere di chi lo ha voluto. L’unica scelta che rimette nelle mani degli elettori è quella di una quota largamente minoritaria di preferenze. E solo per i partiti più grandi, Fratelli d’Italia e Partito democratico, perché per tutti gli altri varrà unicamente l’indicazione dei capilista bloccati.
Senza nemmeno più la garanzia di un’alternanza di genere che porti un po’ più di donne in Parlamento: siamo arrivati con fatica al trentatré per cento, le stime più ottimiste dicono che col nuovo sistema possiamo sperare giusto nel venti. Che questo regalo lo faccia al Paese la prima presidente del Consiglio donna, è una sorpresa solo per chi ha creduto alla favola del femminismo versione underdog.
L’aspetto della nuova legge elettorale che Meloni rivendica di più sembra nato per venderla meglio a chi legittimamente avrebbe potuto chiedersi: ma davvero ha senso cambiare legge elettorale solo perché con quella attuale la destra rischia di non tornare a palazzo Chigi?
Perché ci sono zone del Paese che ha tradito e che ha deluso e dove i collegi uninominali l’avrebbero punita? Soprattutto con un centrosinistra che tra mille difficoltà prometteva di correre unito per non fare l’errore dell’ultima volta? Non era una narrazione sostenibile, a meno di un anno dalle prossime elezioni (nessuno crede più che si possa andare al voto a scadenza naturale, di certo non lo credono i parlamentari che si aggirano con aria esausta per la Camera e il Senato con già in testa le liste, i collegi da tornare a frequentare, i patti da saldare prima che sia tardi).
Ci voleva un trucco da venditore ed eccolo pronto dopo anni di talk show a urlare: «Decidono tutto nelle segrete stanze!». Dal cappello spuntano le preferenze, ma solo a partire dai secondi in lista, che la maggioranza devono sempre scegliersela i leader in base a fedeltà e obbedienza. Sia mai i parlamentari pensino di dover fare davvero politica ed esercitare liberamente il mandato, come prescrive la Costituzione.
Fin qui il maquillage. Sotto, c’è lo sfregio della Costituzione e dell’equilibrio dei poteri attuato attraverso un premio di maggioranza abnorme che fa sì che — se una coalizione raggiunge solo il 42 per cento dei consensi — possa prendere il banco, governare a suon di decreti legge com’è ormai uso ed eleggere in autonomia perfino gli organismi di garanzia.
A partire dal presidente della Repubblica, che è stato in questi anni l’unico argine a un potere che ha scambiato l’esercizio del governo per l’asso pigliatutto (televisioni, teatri, istituzioni culturali, aziende di Stato), a prescindere dal merito tanto evocato quanto tradito. Di più, con un astensionismo alto — com’è stato negli ultimi anni — il 42 per cento nelle urne potrebbe non raggiungere il 30 nel Paese. Il potere andrebbe a un’estrema minoranza, che lo eserciterebbe con contrappesi sempre minori.
C’è la possibilità che, chiamata a intervenire da un esposto già pronto, la Corte Costituzionale aggiusti un po’ la legge con una sentenza che sarebbe immediatamente efficace e che potrebbe condurre a un proporzionale puro. E un proporzionale puro potrebbe derivare anche dal mancato raggiungimento del 42 per cento per entrambe le coalizioni, visto che — a oggi — ci sono forze decise a rimanerne fuori (Azione e Futuro Nazionale).
Davanti a questo scenario c’è chi — anche nelle opposizioni — prefigura il disastro, gli inciuci, le alleanze spurie. C’è chi accusa la destra di voler arrivare proprio lì, per allearsi infine con i nostalgici del fascismo come fosse una scelta inevitabile. Ma dovremmo forse chiederci, a questo punto, quale legge elettorale vogliamo. Quale potrebbe garantirci l’equilibrio perduto, quale ci darebbe l’impressione di riconnettere i cittadini con i loro rappresentanti.
E soprattutto, dopo anni di parole usurate come casta e poltrone, dovremmo capire quanta fiducia abbiamo ancora nel Parlamento. Nella possibilità di portare lì le istanze che salgono dai territori e non le norme acchiappaconsenso dei governi.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a leggi create con false aspettative — l’alternanza, la stabilità — e con scarsa fiducia nel potere che dovrebbero difendere: quello insito nella democrazia rappresentativa, in mano a cittadini che scelgono i loro rappresentanti perché servano il Paese nel nome di tutti e non di una fazione. Per un bene collettivo e non di piccoli gruppi in cerca di rivalsa.
Basterebbe ripartire da lì, ricordando — tra le altre cose — che questo Paese è fatto di uomini e donne. E sarebbe bene che a guidarlo fossero uomini e donne. Averne due al vertice di maggioranza e opposizione, con la moltitudine fuori, è solo l’ennesimo tradimento.