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Lampo di civiltà contro la violenza

Navanethem "Navi" Pillay 

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La vincitrice è la giurista sudafricana Navi Pillay, di origine indiana, avvocata di Nelson Mandela, presidente del tribunale penale internazionale per il Ruanda
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Dopo alcuni premi Nobel per la pace piuttosto discutibili, è azzeccato e significativo quello conferito ieri a Navi Pillay, giurista sudafricana di origine indiana, che tra l’altro è stata avvocata di Nelson Mandela, giudice della corte penale internazionale, presidente della Corte penale internazionale per il Ruanda, alto commissario Onu per i diritti umani, presidente della commissione d’inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi occupati (tra cui Gaza).

Un premio tempestivo proprio perché controtempo, in controtendenza, controfattuale. Il modo più semplice e immediato per valutare la politica internazionale è infatti vedervi un perenne conflitto di potenze, in precario equilibrio (la pace) e in frequenti momenti di squilibrio (la guerra, con tutti i suoi irreparabili orrori). A questa visione realistica ma sconfortante si è però affiancata — con particolare intensità nella età moderna, e poi nell’ultimo secolo — l’aspirazione a dare regole alle relazioni fra Stati, a sottomettere…

Dopo alcuni premi Nobel per la pace piuttosto discutibili, è azzeccato e significativo quello conferito ieri a Navi Pillay, giurista sudafricana di origine indiana, che tra l’altro è stata avvocata di Nelson Mandela, giudice della corte penale internazionale, presidente della Corte penale internazionale per il Ruanda, alto commissario Onu per i diritti umani, presidente della commissione d’inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi occupati (tra cui Gaza).

Un premio tempestivo proprio perché controtempo, in controtendenza, controfattuale. Il modo più semplice e immediato per valutare la politica internazionale è infatti vedervi un perenne conflitto di potenze, in precario equilibrio (la pace) e in frequenti momenti di squilibrio (la guerra, con tutti i suoi irreparabili orrori). A questa visione realistica ma sconfortante si è però affiancata — con particolare intensità nella età moderna, e poi nell’ultimo secolo — l’aspirazione a dare regole alle relazioni fra Stati, a sottomettere la politica al diritto, a far rientrare l’esercizio della potenza entro limiti giuridici universalmente riconosciuti e accettati. In particolare, dopo la seconda guerra mondiale e la sua intollerabile violenza, si è dato vita, col Tribunale di Norimberga — la città in cui casualmente si trovava Navi Pillay quando è stata informata del premio — , al paradigma della giustizia penale internazionale, alla criminalizzazione dei più alti politici responsabili di comportamenti particolarmente efferati e disumani.

Il diritto internazionale e il diritto penale internazionale sono universalismi soggetti a discrezionalità e a eccezioni che ne mostrano la fragilità e la frequente paradossale dipendenza dalle stesse logiche politiche che vorrebbero normare. Eppure, risponde a un’istanza etica condivisa da tutta l’umanità che la guerra sia bandita o almeno che ne siano immuni i civili, che vita, dignità, libertà, salute di intere popolazioni e comunità non siano alla mercé della violenza cinica, impunita, irresponsabile.

Il diritto internazionale ha bisogno di una situazione normale in cui sia possibile applicarlo. Quando la normalità è sconvolta, quando un ordine mondiale è in drammatica trasformazione, spesso i poteri di questo mondo cercano nuovi rapporti attraverso la guerra, l’antica maledizione di Caino. È questo il nostro tempo: il tempo della normalità della violenza, dello sterminio, e — quasi altrettanto perniciosa — della assuefazione alla guerra come a un dato ineluttabile, a un destino e a un compito a cui si deve essere sempre preparati. Il tempo in cui il nemico esterno serve anche a individuare e a stigmatizzare come nemico interno chi non cede alla propaganda bellicista, il tempo in cui la verità è difficile da dire e facile da seppellire sotto le calunnie, il tempo in cui pace e giustizia sono adoperate dalla politica come armi o sono irrise come subdole menzogne e come pericolosi complotti.

La speranza e la tenacia, non la paura né la rassegnazione, sono il significato del conferimento del Nobel per la pace a Navi Pillay. Non perché la giustizia penale da sola possa garantire la pace, che per nascere esige una giustizia ben più ampia e sostanziale; ma perché l’affermazione anche solo teorica del diritto internazionale è oggi un atto di resistenza contro la feroce forza che regge il mondo, una testimonianza del rifiuto che l’umana convivenza sia nel segno della morte.

Navi Pillay ha dimostrato di praticare l’assioma fondamentale del diritto: l’imparzialità. Lo ha fatto per il Ruanda e lo ha ha fatto, non a caso, a proposito di Gaza, parlando ufficialmente di genocidio, e suscitando a suo tempo la furiosa contrarietà israeliana — riproposta anche in questa occasione — all’utilizzazione di questo termine, e la isterica reazione statunitense che si spinge fino alle sanzioni contro la Corte penale internazionale (a cui peraltro gli USA, come Israele, non aderiscono). Si misura oggi la distanza tra un’idea civile di politica internazionale e la rabbiosa affermazione della violenza e della prepotenza, del diritto del più forte.

Con il coraggio dell’affermazione del diritto va insomma di pari passo il coraggio di giudicare con lo stesso metro Putin, Netanyahu e Trump, e chiunque altro, se non si vuole delegittimare la stessa idea di diritto internazionale. La serietà e l’impegno esistenziale di Navi Pillay devono quindi essere l’occasione — soprattutto per chi si colloca sulla sponda progressista — non tanto per celebrazioni generiche quanto per la riscoperta, oggi più che mai urgente, della difficoltà e della doverosità degli sforzi di far stare insieme diritto, giustizia e pace, nel segno morale della verità.

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