Non c’è da dubitare che, come hanno promesso più volte gli interessati, i leader del centrosinistra troveranno una formula che risolverà lo spinoso capitolo “Ucraina” del loro programma elettorale: con le parole si fanno miracoli. Ma c’è una sostanza che sarà difficile ammorbidire con le acrobazie su carta. E che torna in evidenza spesso, perché è il riflesso della collocazione diversa del Pd e del Movimento Cinquestelle nella dimensione politica europea, che li porta a dividersi ogni volta che si deve prendere posizione sull’aggressione russa.
Ieri (giovedì 22 ottobre), per l’ennesima volta, gli eurodeputati di Conte si sono opposti a una risoluzione di condanna nei confronti di Mosca approvata dal Parlamento di Strasburgo, nello specifico a proposito dell’escalation di attacchi verso il trasporto marittimo civile nel Mar Nero occidentale. Nel tentativo di piegare la resistenza di Kiev, la Russia sta spostando la guerra a ridosso dei confini dell’Unione, al largo delle coste di Roman…
Non c’è da dubitare che, come hanno promesso più volte gli interessati, i leader del centrosinistra troveranno una formula che risolverà lo spinoso capitolo “Ucraina” del loro programma elettorale: con le parole si fanno miracoli. Ma c’è una sostanza che sarà difficile ammorbidire con le acrobazie su carta. E che torna in evidenza spesso, perché è il riflesso della collocazione diversa del Pd e del Movimento Cinquestelle nella dimensione politica europea, che li porta a dividersi ogni volta che si deve prendere posizione sull’aggressione russa.
Ieri (giovedì 22 ottobre), per l’ennesima volta, gli eurodeputati di Conte si sono opposti a una risoluzione di condanna nei confronti di Mosca approvata dal Parlamento di Strasburgo, nello specifico a proposito dell’escalation di attacchi verso il trasporto marittimo civile nel Mar Nero occidentale. Nel tentativo di piegare la resistenza di Kiev, la Russia sta spostando la guerra a ridosso dei confini dell’Unione, al largo delle coste di Romania e Bulgaria, per cui l’europarlamento chiede di attivare forme di difesa comune del fronte orientale della Nato e del delta del Danubio, compresa la possibilità di una missione navale nella zona.
La posizione del M5S non è né nuova né sorprendente. Allinea il Movimento al gruppo europarlamentare di cui fa parte — l’estrema sinistra di Left — ma fatalmente anche all’estrema destra, perché ogni volta che a Bruxelles o a Strasburgo si vota qualche risoluzione sull’Ucraina, le due estreme confluiscono sempre su una linea di appeasement con Mosca.
Purtroppo per il centrosinistra italiano, le regole del Parlamento europeo non lasciano spazio alle sottigliezze e all’abilità manovriera tipiche di Montecitorio e palazzo Madama. Non si votano testi per parti separate, non si può votare per più di una mozione, non sono ammessi equilibrismi tattici. Viene presentata una risoluzione, frutto del compromesso all’interno della maggioranza: o si vota No, o si vota Sì. Sull’Ucraina il M5S vota sempre No. E il Pd vota sempre Sì, come tutti i socialisti europei.
Ci sono molte altre questioni europee, anche importanti, sulle quali l’aspirante coalizione di governo italiana riesce a rimanere unita. Per esempio, sulla necessaria riforma dei trattati, sull’abolizione del diritto di veto da parte dei singoli Stati, sul Green Deal e sulle sue correzioni. Oppure, per rimanere alle votazioni di ieri, sulla difesa della Corte penale internazionale dalle aggressioni di Trump.
L’Ucraina rimane un nodo impossibile da sciogliere. Conte non solo promette di revocare ogni sostegno militare, ma ha schierato il Movimento anche contro la prospettiva di un ingresso di Kiev nell’Unione Europea, adducendo come motivo il livello di corruzione in quel Paese e la priorità da dare ai candidati balcanici. Non c’è equivoco: quando arriveranno alle primarie, questo sarà il tema dirimente nella scelta del candidato premier, a meno che nel frattempo non intervenga un auspicabile ma purtroppo improbabile miracolo diplomatico.
La postura di Conte e di tutti quelli che in Italia la pensano come lui sull’Ucraina sembra rivelare qualcosa di più e di diverso, che va oltre la pulsione pacifista. Quando gli allarmi europei di fronte all’aggressività russa vengono smontati col sarcasmo («davvero pensate di veder arrivare i carri di Mosca in Italia?»), o con la brutale denuncia di una manovra di pazzi guerrafondai intenzionati a sfidare Putin armi in pugno, emerge chiara un’idea di Europa radicalmente opposta a quella di qualsiasi federalista.
È abbastanza semplice: evidentemente per il M5S l’Europa non è davvero una comunità di destino, come la descriveva Edgar Morin, come la vogliono gli europeisti più determinati, come l’ha definita ancora pochi giorni fa Sergio Mattarella ricordando David Sassoli.
Se Polonia, Finlandia, Estonia, Lituania, Lettonia, per non dire appunto l’Ucraina, vivono nel timore, concreto e costante, che il revanscismo imperialista di Putin torni a travolgerle, come hanno sperimentato nell’arco di tutta la loro storia di comunità e di nazioni, questo non è un problema nostro.
I loro rapporti con la Russia — segnati da secoli di invasioni, di sottomissioni, di devastazioni e umiliazioni — non ci riguardano. Noi siamo lontani, noi abbiamo sempre coltivato le migliori relazioni commerciali, noi non abbiamo nulla da temere (come infatti Putin e i suoi agenti ripetono spesso). Neanche le provocazioni e gli attacchi ibridi, perfino contro infrastrutture dell’Europa occidentale per non dire dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, sono affar nostro.
Perché è vero, si chiama Unione. Ma noi preferiremmo restare uniti solo fino a un certo punto. Solo fino al punto in cui la cosa non si fa scomoda. O costosa. O pericolosa.
Se questa è l’idea ristretta che Conte ha dell’Europa (una sorta di sovranismo progressista: progressista, ma pur sempre sovranismo), neanche questo capitolo del programma elettorale del centrosinistra sarà facile da scrivere. E fin qui, pazienza.
Ma noi stiamo parlando di una coalizione che aspira a governare il Paese. Di leader che si candidano a rappresentarlo in Europa e nel mondo. Dunque pare legittimo domandarsi: che cosa direbbero, da premier, la federalista Schlein o il sovranista progressista Conte, di fronte ai tanti voti come quello che c’è stato ieri a Strasburgo?