✕

Il dolore sociale dei giovani

Ascolta l'audio

4 minuti di lettura

Avrei qualche domanda. Perché certo, si può anche rimanere in eterno a fare elenchi di chi sta con chi, giocare a guardie e ladri: stai con chi spacca le vetrine o con le multinazionali del lusso che vendono le mutande a 280 euro? Con chi occupa le case o con i fondi immobiliari che le trasformano in hotel di lusso? Stai con gli autotrasportatori che bloccano le merci o con chi vende il carburante a prezzi stellari, perché qualcuno gioca alle guerre e il gasolio non c’è più? Condanni la violenza? Alza la mano, fai vedere. Non si va molto lontano, però, così. Fuori dai due elenchi principali è facile finire a “né con lo Stato né con le Br”, e non andò benissimo. Non mi vengono in mente catastrofi — naturali, sociali — che si siano scongiurate dicendo mi oppongo: sono contrario all’alluvione, mi oppongo alla povertà.

Avrei qualche domanda. Perché certo, si può anche rimanere in eterno a fare elenchi di chi sta con chi, giocare a guardie e ladri: stai con chi spacca le vetrine o con le multinazionali del lusso che vendono le mutande a 280 euro? Con chi occupa le case o con i fondi immobiliari che le trasformano in hotel di lusso? Stai con gli autotrasportatori che bloccano le merci o con chi vende il carburante a prezzi stellari, perché qualcuno gioca alle guerre e il gasolio non c’è più? Condanni la violenza? Alza la mano, fai vedere. Non si va molto lontano, però, così. Fuori dai due elenchi principali è facile finire a “né con lo Stato né con le Br”, e non andò benissimo. Non mi vengono in mente catastrofi — naturali, sociali — che si siano scongiurate dicendo mi oppongo: sono contrario all’alluvione, mi oppongo alla povertà.

Il problema non è chi reagisce a un dolore, il problema è il dolore. Quello che abbiamo davanti agli occhi è un dolore sociale. È la ragazzina calabrese che piange e dice “non è bello sentire un papà che dice non possiamo comprare nulla”, è l’ottantenne sfrattata perché non può pagare l’affitto triplicato dai nuovi proprietari, una società, è la donna che rinuncia a curarsi e il cinquantenne che ha perso il lavoro per una “ristrutturazione aziendale” ma è anche guadagnare mille euro al mese se sei un infermiere e centomila se ti prostituisci online. Virtualmente, è uguale, il sesso ormai è virtuale. Ti prostituisci e ridi, irridi i poveri che si spaccano la schiena, a cosa serve studiare? Eccolo, il lavoro che rende. Il catalogo è online. La misura del successo è il denaro e i soldi si fanno così, non trasportando pomodori né insegnando alle medie. Dolore è non avere un posto nel mondo, essere nati qui o arrivati da altrove, comunque ai margini. Espulsi.

Quindi è di sentimenti, sì, che forse bisogna parlare. La paura. C’è questo slogan, nelle proteste di Francia: “Avevo paura di venire, per questo sono qui”. Molto bello, eloquente. Come si combatte la paura? Con le porte blindate, con l’esercito? Avete mai affrontato da genitori o da nonni la paura di un bambino? Provando a capirne le ragioni, immagino, certo non punendolo perché piange. Alla paura, quando ti paralizza, o soccombi o reagisci. Hai due strade: o fai del male a te stesso o lo fai a chi te lo procura. La rabbia fa lo stesso. Quella che si manifesta nelle strade, la rabbia. Come tutte le emozioni primarie — innate, universali, indipendenti dalla cultura di origine — è un sentimento di reazione. La rabbia nasce da quello che la suscita: un’ingiustizia, un dolore. La rabbia nasce dal dolore. Non si estingue un dolore per decreto, con l’arresto, così come non si può imporre la gioia per legge. Di un sentimento di reazione bisogna cercare la causa. Fine del ripasso della lezione a cui molti erano assenti.

Nelle stazioni ferroviarie non ci sono panchine dove sedersi, ai binari. I treni viaggiano in ritardo quasi ogni giorno: 120, 180 minuti. Le persone, moltitudini, aspettano in piedi. Vecchi, donne incinte, famiglie. Se hai la tessera di un club, però, puoi entrare in una zona confortevole dove ti offrono cibo e prosecco. Puoi guardare dai vetri, seduto in poltrona, quelli lì fuori. Nella vita serve un badge, un pass, una tessera. Serve far parte del circolo dei ricchi per godersi o ignorare lo spettacolo dei poveri. Da qualche tempo all’ingresso del club chiedono anche il biglietto del treno. Come mai? Perché molti vengono qui a mangiare e bere anche se non devono partire: così mangiano gratis. C’è un guasto di sistema. Un enorme guasto e certo che i ragazzi alla domanda cosa vuoi rispondono: fare soldi. Senza soldi non sei nessuno e non sono loro ad aver deciso che senza quelle sneakers non ti faranno entrare nel club, che quello che conta non è la libertà, la giustizia, la forza del pensiero, no. Conta la forza dei soldi, solo quella. Non sono loro ad aver disegnato il sistema, siamo stati noi. Abbiamo concorso, o non abbiamo avuto la forza di impedirlo.

Sto lavorando con un gruppo di persone molto giovani in questi mesi, a Milano. Ho chiesto loro, ieri, di cosa hai paura, cosa ti addolora, cosa ti fa rabbia. Non poter andare a trovare mia madre che non sta bene, in Sicilia, perché non ho soldi per il viaggio. Cha mia sorella che è bravissima nel suo lavoro sia dovuta andare a stare in Canada perché qui non la pagavano. Che mi abbiano detto ti faccio un contrattino ma non devi fare figli. Che mi trattino come un’idiota, come quel conduttore ha trattato l’altro giorno la rappresentante degli studenti: con il dito puntato. Che le cose funzionino così: ma chi l’ha deciso che devono essere così? L’ultimo mi ha detto mi fa rabbia quanto siano sordi, tutti, e ciechi: non vedono, non ci vedono. Si attaccano a una parola che dici, come quelli che non sanno più rispondere in una discussione e ti dicono ah, hai detto disertore, vergognati, e così non si parla più del resto, di quello che conta.

Una casa in affitto costa due terzi di uno stipendio, in una città. Che poi, stipendio. Ad avere un lavoro. Quale lavoro? Studia e può permettersi una stanza chi ha già i soldi. Si cura chi, malato, ha un’assicurazione o è abbastanza ricco per andare in clinica. Il prezzo del gasolio è triplicato per via dell’amico Trump che dichiara guerre mondiali mentre personalmente, intanto, si arricchisce. Votano a destra, per lo meno votavano, molti dei padroncini, camionisti, agricoltori intervistati in tv. Nessun Che Guevara, nessun Masaniello, nessun comunista: semplicemente, i soldi per campare non ci sono e se la misura di ogni cosa sono i conti, non tornano.

Le vetrine coperte dai legni, nelle città, sono spesso di società assicurate dal danno. Hanno sfrattato dalle città la gente che ci viveva, hanno ridotto i luoghi che un tempo erano una comunità in shopping centre. I bottegai, gli artigiani hanno chiuso. Le case sono diventate bandb. È tutto sbagliato. Abbiamo disegnato città senza panchine alla stazione, avevamo paura che qualcuno ci dormisse, e se non hai dove sederti né dove dormire allora corri, resti sveglio. Non sono gli ultimi, che hanno l’attenzione di chi governa, ma i primi. Gli interessi di pochi, non i bisogni di molti. La folla dei senza posto preme. Temo che incarcerare minorenni non basterà. Non hanno molto da perdere, hanno già perso.

Leggi i commenti