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Ascoltiamo i giovani preoccupati del loro futuro

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Davanti alla fotografia di una vetrina sfondata, un genitore può pensare una cosa molto semplice: mio figlio lì non ci va. Lo capisco. Se poi arrivano altre immagini, i volti coperti, gli schieramenti di polizia, i militari davanti al Duomo, quella paura trova conferme prima ancora che il ragazzo abbia spiegato perché vorrebbe uscire. Nelle cronache che accompagnano le manifestazioni di questi giorni ricorrono piazze blindate e allarmi per nuovi scontri. I rischi esistono e sarebbe irresponsabile ignorarli. Ma guardando questo racconto mi domando quanto riusciremo a conoscere delle persone che protestano, oltre al timore di ciò che potrebbe accadere. Quanto ascolto resterà per un giovane che scende in strada perché sente che le decisioni sul suo futuro vengono prese senza di lui.

Milano, in migliaia giovani e incappucciati, sfondano vetrine e assaltano i negozi del centro

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Davanti alla fotografia di una vetrina sfondata, un genitore può pensare una cosa molto semplice: mio figlio lì non ci va. Lo capisco. Se poi arrivano altre immagini, i volti coperti, gli schieramenti di polizia, i militari davanti al Duomo, quella paura trova conferme prima ancora che il ragazzo abbia spiegato perché vorrebbe uscire. Nelle cronache che accompagnano le manifestazioni di questi giorni ricorrono piazze blindate e allarmi per nuovi scontri. I rischi esistono e sarebbe irresponsabile ignorarli. Ma guardando questo racconto mi domando quanto riusciremo a conoscere delle persone che protestano, oltre al timore di ciò che potrebbe accadere. Quanto ascolto resterà per un giovane che scende in strada perché sente che le decisioni sul suo futuro vengono prese senza di lui.

Milano, in migliaia giovani e incappucciati, sfondano vetrine e assaltano i negozi del centro

Chi distrugge un negozio, saccheggia o aggredisce una persona deve rispondere delle proprie azioni. Dietro una vetrina c’è il lavoro di qualcuno, e nessuna frustrazione autorizza a portarglielo via. La responsabilità, però, ha bisogno di essere attribuita con precisione. Allargarla a chiunque si trovi in una piazza significa rendere sospetto anche chi esercita pacificamente il proprio dissenso. È un’ingiustizia che dovrebbe preoccuparci proprio mentre chiediamo ai ragazzi di imparare a essere responsabili: insegniamo loro che ciascuno risponde di ciò che fa, poi rischiamo di giudicarli attraverso il gesto di qualcun altro. Un volto coperto finisce per rappresentare migliaia di volti che non abbiamo nemmeno guardato.

Una fotografia autentica può produrre una rappresentazione ingiusta. Non serve alterarla ma basta che diventi l’unica immagine attraverso cui incontriamo un fenomeno molto più ampio. Chi vede una sequenza di scontri viene preparato all’idea di una minaccia; difficilmente, subito dopo, sarà disposto a interrogarsi sulle ragioni di chi manifesta. Non accade necessariamente a tutti, ma è un rischio che chi informa dovrebbe considerare. La paura restringe la disponibilità all’ascolto, rende più urgente cercare protezione che comprendere. E così una domanda sul futuro può arrivare al lettore già trasformata in un problema di sicurezza. Ci si occupa di dove passeranno i ragazzi, di come contenerli, di quali strade chiudere. Che cosa chiedano rischia di diventare un’informazione secondaria.

Da psicologo considero prezioso che un giovane senta di poter incidere sulla propria vita e cerchi altri con cui provarci. Scendere in piazza pacificamente può essere anche questo: trovare una forma pubblica per una preoccupazione che, fino a quel momento, si è portata addosso da soli. Significa esporsi, accettare di essere visti, assumere una posizione. C’è ancora una possibilità di fiducia in quel gesto, l’idea che qualcuno possa ascoltare e che qualcosa possa cambiare. Non attribuisco a ogni protesta un valore positivo per definizione; le idee si discutono, anche duramente. Mi interessa però che quella disponibilità a partecipare trovi interlocutori capaci di riconoscerla. Sarebbe grave accorgerci del bisogno dei giovani di sentirsi parte del mondo soltanto quando quel bisogno non trova più parole. Il dissenso mette alla prova gli adulti in un punto molto delicato. Possiamo essere disponibili ad ascoltare un ragazzo finché ci racconta una difficoltà che sappiamo consolare. Diventa più faticoso quando ci attribuisce una responsabilità, quando pensa che abbiamo sbagliato e pretende una risposta. Succede anche in famiglia: diciamo a un figlio che con noi può parlare di tutto, poi ci irrigidiamo appena il suo racconto riguarda qualcosa che abbiamo fatto. In quel momento si misura la credibilità dell’invito. Gli avevamo offerto ascolto anche per le parole che ci avrebbero disturbato? Una società adulta incontra la stessa difficoltà quando i giovani smettono di chiedere soltanto aiuto e cominciano a contestare le scelte di chi decide.

Perché un ragazzo può avere ragioni serie per essere arrabbiato con il mondo che gli consegniamo. Può domandarsi a che cosa serviranno i suoi sforzi, se riuscirà a vivere del proprio lavoro, quanto dovrà dipendere ancora dalla famiglia. Quando gli chiediamo che cosa vuole fare da grande, spesso trattiamo il futuro come una questione di impegno personale, quasi fosse sufficiente scegliere bene e applicarsi. Lui potrebbe avere qualcosa da obiettare. Ascoltarlo comporta il rischio di dovergli dare ragione su alcuni punti, di riconoscere che non tutto dipende dalla sua buona volontà. Liquidare la protesta attraverso le immagini di chi devasta ci risparmia questa fatica. Possiamo discutere a lungo dei comportamenti dei giovani senza mai arrivare alle nostre decisioni.

È qui che il lavoro di chi racconta diventa particolarmente delicato. Documentare gli scontri è necessario; dare un volto anche a chi manifesta senza aggredire nessuno permette di comprendere che cosa stia succedendo. Mi piacerebbe leggere più conversazioni con quei ragazzi, conoscere le loro richieste abbastanza bene da poterle discutere, incontrare il loro pensiero anche quando è contraddittorio o formulato male. La maturità che pretendiamo da loro dovrebbe vedersi anche nella nostra capacità di reggere un’accusa senza squalificare chi la pronuncia. A un figlio chiediamo continuamente quale adulto intenda diventare. Dobbiamo poter sostenere il giorno in cui sarà lui a domandarci che adulti siamo diventati noi.

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