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Se la politica soffre di strabismo

Giorgia Meloni (lapresse)

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Se i politici s’ingannano, significa al contempo che ci ingannano, ci raccontano bugie
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Alla politica italiana serve un oculista. False visioni, false percezioni. Talvolta in malafede, più spesso per un inganno della vista, per una rappresentazione errata degli eventi e delle loro conseguenze. O altrimenti per la confusione tra i desideri e la realtà, tra il volere e il potere. Ma se i politici s’ingannano, significa al contempo che ci ingannano, ci raccontano bugie. Nel pranzo degli strabici ciascuno mangia nel piatto del vicino.

Le prossime elezioni, per esempio. Serviranno a formare il nuovo Parlamento, però campeggia in primo piano l’elezione del nuovo capo dello Stato. Guai a votare per quegli altri, dicono a sinistra come a destra: altrimenti nel 2029, quando scadrà Mattarella, loro si sceglieranno un presidente su misura. Possibile, dato che in questo caso può bastare la magg…

Alla politica italiana serve un oculista. False visioni, false percezioni. Talvolta in malafede, più spesso per un inganno della vista, per una rappresentazione errata degli eventi e delle loro conseguenze. O altrimenti per la confusione tra i desideri e la realtà, tra il volere e il potere. Ma se i politici s’ingannano, significa al contempo che ci ingannano, ci raccontano bugie. Nel pranzo degli strabici ciascuno mangia nel piatto del vicino.

Le prossime elezioni, per esempio. Serviranno a formare il nuovo Parlamento, però campeggia in primo piano l’elezione del nuovo capo dello Stato. Guai a votare per quegli altri, dicono a sinistra come a destra: altrimenti nel 2029, quando scadrà Mattarella, loro si sceglieranno un presidente su misura. Possibile, dato che in questo caso può bastare la maggioranza assoluta dei parlamentari. E certamente non è desiderabile un presidente eletto con il 51 per cento dei voti, come accadde a Giovanni Leone. Tuttavia l’Italia non è la Francia, né gli Stati Uniti. Il nostro presidente esercita il mestiere del garante, non del governante. Non ha i poteri di Trump o di Macron. Dunque chi ne enfatizza il ruolo imprime una stortura in senso presidenzialista al sistema parlamentare. E in conclusione, volente o nolente, finisce per autorizzare abusi da parte del prossimo capo dello Stato, chiunque sia.

E a proposito del Quirinale. Giorgia Meloni accusa di «razzismo culturale» chi nega a un «conservatore» il diritto d’ottenerne l’elezione. Ma che cos’è un conservatore? Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Cossiga, Scalfaro erano forse bolscevichi? E che cos’è il razzismo culturale? Risposta numero 1: il razzismo degli uomini di cultura. Risposta numero 2: il razzismo contro gli uomini di cultura. Risposta numero 3: l’antifascismo. I primi due significati sono deprecabili; il terzo è un valore costituzionale. Pretendere che il massimo organo di garanzia sia ricoperto da chi abbia dimostrato un autentico sentimento antifascista, da chi avversi ogni pulsione autoritaria, dimostrandolo con la sua storia personale — ecco, tutto questo è un obbligo, non un pregiudizio.

Sennonché il presidenzialismo aleggia pure sulle primarie del centrosinistra. Un frutto avvelenato dell’ennesima legge elettorale, che obbliga partiti e coalizioni a indicare il nome del proprio candidato alla presidenza del Consiglio. È la capocrazia — il culto del capo — che d’altronde esordì nel nostro ordinamento già nel 2005, con il Porcellum (di nome e di fatto). Difatti in quella legge figurava un duplice riferimento al «capo della forza politica» e all’«unico capo della coalizione», echeggiando la legge fascistissima n. 2263 del 1925, con cui il presidente del Consiglio venne convertito in «capo del governo». Adesso, in qualche modo, ci risiamo. Ma le primarie serviranno a indicare il rappresentante della coalizione di centrosinistra, non il suo comandante in capo. Trasformarle in una competizione con in palio lo scettro del comando è un abbaglio, dunque un errore. La capocrazia meglio lasciarla a chi ne detiene il copyright.

Dopo di che, prima o poi, andremo a votare. Una scelta binaria, con due coalizioni contrapposte? A quanto pare, no. Si presenteranno liste autonome come Azione di Calenda (rispettabile) e Futuro nazionale di Vannacci (un po’ meno). E magari, forse, qualche centro e centrino. Tifando per il pareggio, giacché a quel punto i loro parlamentari diventerebbero decisivi. Ma il pareggio è pressoché impossibile. Difatti la nuova legge elettorale attribuisce un premio in seggi del 55 per cento — quindi la maggioranza assoluta — a chi abbia intascato il 42 per cento dei voti. Non ci riuscirà nessuno? Allora le due coalizioni dovrebbero raggiungere, nel migliore dei casi, il 41 per cento a testa. Lasciando alle altre liste 18 punti percentuali, circa il doppio dei consensi oggi stimati per Azione e Futuro nazionale. Sicché la realtà è impietosa: con questa legge, se pensi di vincere restando fuori dai due poli rischi il disturbo bipolare.

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