Cronaca

L'Italia concede l'asilo politico alla Shalabayeva e alla figlia

La moglie del dissidente kazako Ablyazov e la piccola Alua potranno ora rimanere nel nostro Paese. La loro espulsione l'estate scorsa suscitò aspre polemiche politiche e diplomatiche

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ROMA - L'Italia ha concesso lo status di rifugiato politico ad Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako ed ex banchiere Mukhtar Ablyazov, oppositore del presidente Nursultan Nazarbayev, e alla figlia di sei anni. Lo ha deciso la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale del Viminale e lo hanno reso noto sono i legali della donna. In base alla decisione odierna, ha spiegato l'avvocato Anton Giulio Lana, verranno emessi due permessi di soggiorno validi cinque anni e rinnovabili alla scadenza. Questo passaggio mette un punto fermo in una vicenda che ha visto Alma Shalabayeva al centro di un caso che ha avuto forti ripercussioni politiche.

"Sono grata all'Italia. E' una grande soddisfazione", ha commentato la donna secondo quanto riferito dal suo legale. "Questa mattina non nascondeva la propria preoccupazione - ha aggiunto l'avvocato Lana - Quando le ho comunicato la notizia - era entusiasta. Gli sforzi profusi hanno trovato una soluzione positiva" ed Alma Shalabayeva e la figlia "potranno rimanere in Italia".

La storia inizia il 28 maggio 2013, quando la moglie di Ablyazov viene fermata da alcuni agenti della questura di Roma insieme alla piccola Alua, mentre si trova in una villa a Casalpalocco: le forze dell'ordine in realtà cercano il marito, che non è più in Italia. Ma alla donna viene contestato il possesso di un passaporto falso. Accusata di essere entrata illegalmente in Italia, il 31 maggio Alma e la bambina vengono espulse, imbarcate su un aereo diretto in Kazakhstan. In un primo momento la vicenda passa sotto traccia, ma ben presto si solleva un polverone. Dopo la relazione sull'espulsione della Shalabayeva inviata al Viminale dall'Ufficio immigrazione, il 4 giugno, il Consiglio italiano per i rifugiati invia una e-mail all'allora ministro degli Esteri Emma Bonino. Intanto Ablyazov si appella al premier Enrico Letta chiedendo chiarezza: il 12 luglio, Palazzo Chigi revoca l'espulsione di Alma, che però è ormai in Kazakhstan da giorni.

Sul Viminale e sul ministro dell'Interno Angelino Alfano si abbattono le polemiche. Il 16 luglio si dimette il capo di gabinetto, Giuseppe Procaccini, e il capo della polizia Alessandro Pansa comunica che "in nessuna fase della vicenda i funzionari italiani hanno avuto notizia del fatto che Ablyazov fosse un dissidente politico fuggito dal Kazakhstan, possibile oggetto di ritorsioni".

A fine luglio la procura di Roma apre un'inchiesta su presunte omissioni nella procedura di espulsione di Alma. Due giorni dopo Ablyazov viene arrestato in Francia. Il 6 agosto il Kazakhstan chiede alla Francia l'estradizione di Ablyazov e un paio di settimane più tardi anche Russia e Ucraina fanno altrettanto. Il 26 settembre vengono iscritti nel registro degli indagati l'ambasciatore del Kazakhstan in Italia, il consigliere per gli affari politici e l'addetto agli affari consolari.

La vigilia di Natale, il 24 dicembre, arriva per Alma Shalabayeva il via libera: può lasciare il Kazakhstan. L'avviso di restrizione imposto alla donna è stato annullato col pagamento della cauzione. "Seguiremo la sua vicenda fino al rientro con la figlia", dichiara Bonino, che ha seguito da vicino tutta la storia. Il rientro avviene il 27 dicembre. "Ho temuto per la vita di mia figlia", dichiara in una conferenza stampa la Shalabayeva, poche ore prima di partire per Ginevra dove abitano figli e nipoti. Il 30 gennaio la donna torna a Roma per essere sentita in procura, un interrogatorio durato quattro ore. Il giorno dopo, parlando con i cronisti, fa sapere che intende chiedere asilo politico: "Ci stiamo pensando", afferma. Ora quell'ipotesi si è concretizzata.