Il killer di Berlino in stazione a Milano. I viaggiatori: "Fa impressione"
Per farsi un'idea è interessante leggere l'ultimo rapporto dell'Isw, l'Istituto americano per lo studio della guerra, che racconta le strategie del "Califfato virtuale" partendo dalle nuove forme di reclutamento dello stato Islamico. I centri di culto abusivi, gli imam erranti sembrano ormai definitivamente retaggio del passato. E anche il vecchio modello di cyber jihad (con i canti che incitano al martirio messi in circolo su piattaforme parallele, i video messaggi artigianali dei predicatori) non sono in grado più di raccontare esattamente cosa sta accadendo.
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IL CASO GERMANIA
Lo ha scoperto proprio la polizia tedesca, indagando sui due attentati di luglio: quello del 18, quando un rifugiato afgano, Riaz Khan, aggredì i passeggeri su un treno a Würzburg, con un'ascia e un coltello. E quello del 24, quando un rifugiato siriano, Mohammad Daleel, si è fatto esplodere al di fuori di un festival di musica nella città tedesca di Ansbach. Amaq News Agency, uno dei principali strumenti propagandistici dello Stato Islamico, pubblicò immediatamente le due rivendicazioni. E non è stato un caso. I tedeschi hanno scoperto che entrambi gli attentatori erano in contatto con la "sede centrale" dell'Isis, dalla quale erano guidati come fossero i personaggi di un video gioco.
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La forza del call center della jihad è quello del reclutamento. Che avviene in due maniere: quella tradizionale, per esempio con i foreign fighters rientrati in Europa che non hanno perso i contatti con la Siria. Oppure con raffinati sistemi informatici. La forza sono i social network: utilizzando un algoritmo simile a quello che viene usato per il marketing, individuano in rete i soggetti "sensibili" (chi per esempio fa ricerche che attengono alla jihad, religiose ma non solo) e li contattano invitandoli su piattaforme di messaggistica sicure. Parallelamente lavora una struttura che, sulla base di una precisa strategia di marketing, posta foto, video, riviste, audio e invita la comunità a fare altrettanto. Dopo la morte di Adnani fu organizzata una campagna social. E dopo ogni attentato esiste una struttura di account che ha il compito di postare e moltiplicare i video di rivendicazione e affiliazione che vengono messi in rete al momento giusto. È quanto accaduto dopo l'attentato di Dacca quando, nonostante l'ira del governo italiano, l'esecuzione delle 22 persone, compresi i nove italiani, fu pubblicato dalla rete dell'Isis. Il giorno della conquista di Mosul furono pubblicati 40 mila tweets di festa. Nei primi sei mesi del 2016 Twitter ha cancellato 125 mila post ma ogni giorno i sostenitori dell'Isis producono 50 tweets al giorno più di chi è contro. Recentemente hanno rilasciato una app che permette ai bambini di imparare l'alfabeto arabo usando esempi di vita sotto il governo del Califfato: carri armati, bombe. Il "Sapientino" dell'Isis.
Check point Colosseo, ultima fermata della paura
Il check point Colosseo è l'ultima fermata della paura. Mezzi blindati piazzati di traverso lungo via dei Fori Imperiali, con i parà in assetto di combattimento che vigilano sul monumento. Scene simili anche davanti San Pietro e nel centro di Napoli, mentre a Milano in piazza Duomo è stata eretta una barriera di cemento. Il massimo livello di allerta, con misure eccezionali che in Italia non si erano mai viste, neppure nei giorni più cupi del sequestro Moro. Una militarizzazione della nostra quotidianità, forse indispensabile per contrastare gli attacchi in stile Berlino, gestita con professionalità da soldati che hanno imparato da anni a realizzare controlli nelle strade dell'Afghanistan, del Libano e dell'Iraq e mai avrebbero immaginato di dovere applicare le stesse tecniche nel cuore delle città italiane.
Nessuno avrebbe immaginato che l'ombra nera della jihad si sarebbe abbattuta sulle feste del Natale. Ma è fondamentale che queste misure restino straordinarie, soprattutto dentro di noi: c'è una sfida a cui tutti siamo chiamati per impedire che l'odio trionfi. Non dobbiamo arrenderci alla paura, non possiamo rassegnarci allo stato d'assedio. Siamo usciti dagli Anni di piombo non solo grazie alla professionalità delle forze dell'ordine e della magistratura, ma anche grazie alla mobilitazione collettiva del Paese e delle sue istituzioni: sono stati gli italiani a sconfiggere quel terrorismo. Una lezione che non possiamo dimenticare.