ROMA - Dagli Anni Novanta l'Europa ci chiede di portare sempre più diplomati all'alta formazione, alla laurea. Ma è in questa stagione, quindi vent'anni più tardi, che nel Paese esplodono i conflitti sul tema: diploma contro laurea. Vale di più la pratica fatta, in classe, in una casa di riposo, in un intervento per spegnere una raffineria che brucia, o il titolo di studio più alto nella modernità è imprescindibile?
Il caso diplomate magistrali è noto: una sentenza del Consiglio di Stato diventata pubblica lo scorso 20 dicembre ha detto che quel diploma non è sufficiente (abilitante) per insegnare nelle scuole elementari e dell'infanzia. Le "diplomate", senza il passaggio di un concorso, possono fare supplenze, ma non possono ottenere un ruolo a tempo indeterminato Sono sette mesi, da allora, che il conflitto monta e il governo ha deciso di offrire altri 120 giorni al Parlamento per prendere una decisione che, rispettando la sentenza, possa dirimere lo scontro ormai groviglio tra diplomate magistrali, laureate in Scienze della formazione primaria e Gae storiche.
·QUATTRO ANNI DI VUOTO
Bene, in Italia sta emergendo un nuovo caso di diplomati non più riconosciuti. Rischiano di dover smettere di lavorare. Sono gli educatori professionali, impegnati nei servizi scolastici, nei centri psichiatrici, nelle case di riposo per anziani. Svolgono attività di assistenza sociale accanto a bambini e anziani. Alcuni di loro - la stima è di 25mila persone, ma ogni regione sul tema si è mossa in autonomia e il reperimento uniforme dei dati è complesso - si dovranno fermare dopo sedici, diciotto, vent'anni di attività continuativa. Cosa è successo? L'esempio che illustra meglio l'intera storia arriva dalla Lombardia, dove 2.300 ragazzi, ottenuto un qualsiasi diploma, alla fine dei Novanta si sono iscritti al corso regionale di educatore. Tre anni di preparazione, trenta esami e la qualifica. Il 17 marzo 1999 i ministeri della Salute e dell'Istruzione, recependo un decreto che datava 1992 e si rifaceva appunto a indicazioni europee, decisero che i corsi organizzati dalle Regioni dovessero lasciare lo spazio - in esclusiva - a un percorso universitario da realizzare nelle facoltà di Medicina. Per quattro anni la novità legislativa non ha trovato, tuttavia, applicazione e dal 1999 al 2003 chi ha voluto affacciarsi a quella carriera ha dovuto iscriversi a un corso regionale (nello specifico della Lombardia).
Nel marzo del 2018, quindici anni dopo, il titolo regionale perde valore. Lo scorso marzo, infatti, viene attivato, su precisa disposizione normativa, l'Albo professionale degli educatori professionali: accetta titoli regionali fino al 1998 e poi solo lauree. I 2.300 lombardi con vecchio titolo post-diploma preso tra il '99 e il 2003 vedono negata l'iscrizione. In una situazione ugualmente critica si trovano altri ventiduemila educatori professionali nel resto d'Italia. La loro certificazione è carta straccia e, senza iscrizione, non hanno più diritto a esercitare la professione.
·IL CASO LOMBARDIA
Il consigliere comunale di Milano, Alessandro Giungi, sulla questione ha presentato un ordine del giorno in cui chiede "l'equipollenza" tra diploma di educatore e laurea professionale. Nel testo ricorda la "mancata informazione" della Regione Lombardia, "che aveva dato garanzia dello stesso valore dei titoli purché si sostenesse la tesi entro il 2003". Oggi, ricorda l'ordine del giorno, "rischiano di fermarsi educatori assunti regolarmente, anche con concorsi pubblici, nei servizi della sanità pubblica, nelle cooperative, nelle fondazioni e in aziende speciali, nelle scuole, in tutti gli ambiti socio-educativo-pedagogico dove sono portatori e conoscitori di metodologie, saperi, conoscenze ed esperienza che non potrebbero essere rimpiazzate in alcun modo". Marco, educatore da 18 anni: "Serve un atto che sani una palese ingiustizia". Sul tavolo del ministro Bussetti ora c'è anche questo dossier.
·DEMANSIONATI 260 FUNZIONARI DEI VIGILI DEL FUOCO
Una questione che parte dallo stesso concetto - lavoratori diplomati che hanno accumulato molti anni di servizio, esperienza e contributi - riguarda anche i funzionari non laureati dei vigili del fuoco. Sono 260, hanno a lungo creduto di aver diritto allo stesso trattamento degli ottanta colleghi con titolo superiore, ma non sarà così. Il Consiglio dei ministri ha appena emanato un decreto legislativo che, "se non sarà modificato entro il prossimo 4 settembre", di fatto demansionerà i 260 ufficiali riuniti nel Comitato (ex) funzionari tecnici, geometri e periti del Corpo dei Vigili del fuoco. Prima del 2005 i funzionari con competenze direttive erano una sola cosa, fossero diplomati o laureati. Con il contratto dei vigili passato da privatistico a pubblicistico si è avviato un primo demansionamento nelle funzioni e i diplomati sono diventati "sostituti direttori", sottordinati. Con il nuovo decreto la qualifica è stata portata a quella di "ispettori coordinatori", un altro scalino a scendere che, tra l'altro, inciderebbe anche sul livello della pensione erogata. L'equiparazione tra ufficiali diplomati e laureati è già avvenuta in altri corpi di polizia e militari: "Dividere funzionari che lavorano fianco a fianco è un colpo all'idea stessa del vigile del fuoco", dice il Comitato.
L'evoluzione del titolo di studio nella società, comunque, va avanti. L'Università di Bergamo ha appena presentato il nuovo corso di laurea per geometri, anno accademico 2018-2019, un mestiere che prima della Riforma Gelmini (2010) era appannaggio di semplici diplomati.
Il caso diplomate magistrali è noto: una sentenza del Consiglio di Stato diventata pubblica lo scorso 20 dicembre ha detto che quel diploma non è sufficiente (abilitante) per insegnare nelle scuole elementari e dell'infanzia. Le "diplomate", senza il passaggio di un concorso, possono fare supplenze, ma non possono ottenere un ruolo a tempo indeterminato Sono sette mesi, da allora, che il conflitto monta e il governo ha deciso di offrire altri 120 giorni al Parlamento per prendere una decisione che, rispettando la sentenza, possa dirimere lo scontro ormai groviglio tra diplomate magistrali, laureate in Scienze della formazione primaria e Gae storiche.
·QUATTRO ANNI DI VUOTO
Bene, in Italia sta emergendo un nuovo caso di diplomati non più riconosciuti. Rischiano di dover smettere di lavorare. Sono gli educatori professionali, impegnati nei servizi scolastici, nei centri psichiatrici, nelle case di riposo per anziani. Svolgono attività di assistenza sociale accanto a bambini e anziani. Alcuni di loro - la stima è di 25mila persone, ma ogni regione sul tema si è mossa in autonomia e il reperimento uniforme dei dati è complesso - si dovranno fermare dopo sedici, diciotto, vent'anni di attività continuativa. Cosa è successo? L'esempio che illustra meglio l'intera storia arriva dalla Lombardia, dove 2.300 ragazzi, ottenuto un qualsiasi diploma, alla fine dei Novanta si sono iscritti al corso regionale di educatore. Tre anni di preparazione, trenta esami e la qualifica. Il 17 marzo 1999 i ministeri della Salute e dell'Istruzione, recependo un decreto che datava 1992 e si rifaceva appunto a indicazioni europee, decisero che i corsi organizzati dalle Regioni dovessero lasciare lo spazio - in esclusiva - a un percorso universitario da realizzare nelle facoltà di Medicina. Per quattro anni la novità legislativa non ha trovato, tuttavia, applicazione e dal 1999 al 2003 chi ha voluto affacciarsi a quella carriera ha dovuto iscriversi a un corso regionale (nello specifico della Lombardia).
Nel marzo del 2018, quindici anni dopo, il titolo regionale perde valore. Lo scorso marzo, infatti, viene attivato, su precisa disposizione normativa, l'Albo professionale degli educatori professionali: accetta titoli regionali fino al 1998 e poi solo lauree. I 2.300 lombardi con vecchio titolo post-diploma preso tra il '99 e il 2003 vedono negata l'iscrizione. In una situazione ugualmente critica si trovano altri ventiduemila educatori professionali nel resto d'Italia. La loro certificazione è carta straccia e, senza iscrizione, non hanno più diritto a esercitare la professione.
·IL CASO LOMBARDIA
Il consigliere comunale di Milano, Alessandro Giungi, sulla questione ha presentato un ordine del giorno in cui chiede "l'equipollenza" tra diploma di educatore e laurea professionale. Nel testo ricorda la "mancata informazione" della Regione Lombardia, "che aveva dato garanzia dello stesso valore dei titoli purché si sostenesse la tesi entro il 2003". Oggi, ricorda l'ordine del giorno, "rischiano di fermarsi educatori assunti regolarmente, anche con concorsi pubblici, nei servizi della sanità pubblica, nelle cooperative, nelle fondazioni e in aziende speciali, nelle scuole, in tutti gli ambiti socio-educativo-pedagogico dove sono portatori e conoscitori di metodologie, saperi, conoscenze ed esperienza che non potrebbero essere rimpiazzate in alcun modo". Marco, educatore da 18 anni: "Serve un atto che sani una palese ingiustizia". Sul tavolo del ministro Bussetti ora c'è anche questo dossier.
·DEMANSIONATI 260 FUNZIONARI DEI VIGILI DEL FUOCO
Una questione che parte dallo stesso concetto - lavoratori diplomati che hanno accumulato molti anni di servizio, esperienza e contributi - riguarda anche i funzionari non laureati dei vigili del fuoco. Sono 260, hanno a lungo creduto di aver diritto allo stesso trattamento degli ottanta colleghi con titolo superiore, ma non sarà così. Il Consiglio dei ministri ha appena emanato un decreto legislativo che, "se non sarà modificato entro il prossimo 4 settembre", di fatto demansionerà i 260 ufficiali riuniti nel Comitato (ex) funzionari tecnici, geometri e periti del Corpo dei Vigili del fuoco. Prima del 2005 i funzionari con competenze direttive erano una sola cosa, fossero diplomati o laureati. Con il contratto dei vigili passato da privatistico a pubblicistico si è avviato un primo demansionamento nelle funzioni e i diplomati sono diventati "sostituti direttori", sottordinati. Con il nuovo decreto la qualifica è stata portata a quella di "ispettori coordinatori", un altro scalino a scendere che, tra l'altro, inciderebbe anche sul livello della pensione erogata. L'equiparazione tra ufficiali diplomati e laureati è già avvenuta in altri corpi di polizia e militari: "Dividere funzionari che lavorano fianco a fianco è un colpo all'idea stessa del vigile del fuoco", dice il Comitato.
L'evoluzione del titolo di studio nella società, comunque, va avanti. L'Università di Bergamo ha appena presentato il nuovo corso di laurea per geometri, anno accademico 2018-2019, un mestiere che prima della Riforma Gelmini (2010) era appannaggio di semplici diplomati.