PERUGIA - "Non è possibile neppure affermare in termini di certezza che sia avvenuto un delitto". Una valutazione del tribunale del riesame di Perugia che si abbatte come una picconata alla base dell'indagine bis sulla misteriosa scomparsa di Barbara Corvi, che due mesi fa aveva portato in carcere, con l'accusa di omicidio e soppressione di cadavere, Roberto Lo Giudice, il marito della 35enne di Montecampano di Amelia di cui non si ha più notizia dall'ottobre del 2009.
In 41 pagine di motivazioni, il collegio di Perugia smonta un pezzo alla volta un'ordinanza di custodia cautelare del gip di Terni che si fondava sul movente economico e passionale, ipotizzando un delitto maturato secondo la modalità del pensiero 'ndranghetista e poi coperto da una cortina di depistaggi e sistematica omertà. Per i giudici del riesame, che contestano le conclusioni delle indagini sulla scomparsa della mamma di Amelia, ricordata dall'associazione Libera tra le vittime delle mafie, non è addirittura possibile affermare con certezza che "Barbara Corvi sia effettivamente deceduta", dato che nel corso delle indagini "sono emersi elementi che consentono di ritenere ancora aperta la possibilità che si sia allontanata volontariamente".
Su Roberto Lo Giudice, invece, "permangono meri sospetti, ma non elementi di prova suscettibili di comprovarne la responsabilità in relazione alla condotta omicidiaria contestata" e nel complesso "non sussiste un grave quadro indiziario a carico dell'uomo". Il presidente Narducci e i giudici Avella e Avenoso, invece, ritengono "che non si siano affatto diradati i sospetti" su quello che è indicato come "all'epoca amante della donna". L'uomo, non interessato dalle indagini, aveva raccontato di un messaggio su Messenger in cui Barbara gli avrebbe confessato l'intenzione di farla finita, a causa della "scoperta dell'adulterio da parte del marito".
"Non attendibili" e "notevolmente tardive", invece, le dichiarazioni dei tre collaboratori di giustizia che nel 2019 avevano avuto impulso alla nuova inchiesta della procura di Terni. A partire dal contributo dell'ex boss di 'ndrangheta Antonino Lo Giudice, Nino il "Nano", il quale aveva raccontato ai pm di Reggio Calabria e di Terni che nel 2010, il fratello Roberto gli avrebbe confermato con un gesto del capo di essere implicato nella scomparsa della moglie e che in quella faccenda avrebbe avuto un ruolo anche l'altro fratello, Maurizio, anche lui indagato dalla procura umbra. Un racconto però considerato "palesemente inconsistente" e privo "di qualsiasi credibilità" dai magistrati che hanno rimesso in libertà il marito di Barbara.
Completamente svuotata di valore di prova, a giudizio del riesame, anche l'intercettazione in cui uno dei due figli di Barbara confessava alla fidanzata il suo pensiero più tormentato: "Mia madre dentro una cosa di acido è finita". Un dubbio che il ragazzo diceva di volere risolvere chiedendo conto al padre "sul letto di morte". "Le sue parole - si legge ancora nelle motivazioni - dimostrano che non sa nulla pur avendo l'intimo convincimento che la madre che è stata uccisa e che non si troveranno mai le tracce del delitto". In poche parole: un "nulla indiziario", per i giudici di Perugia, che hanno accolto la richiesta, degli avvocati Cristiano Conte e Giorgio Colangeli, difensori di Roberto Lo Giudice, che valutano la decisione come "un taglio orizzontale a tutta l'indagine".