Cronaca

'Ndrangheta, operazione contro il clan Piromalli: 12 arresti

'Ndrangheta, operazione contro il clan Piromalli: 12 arresti
All'alba il blitz su richiesta della procurata antimafia. Il procuratore aggiunto Paci: "Da un panificio saltato in aria abbiamo ricostruito il contesto criminale"
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Un panificio che salta in aria a Gioia Tauro. Il silenzio ostinato delle vittime. Un’indagine che nonostante questo muro riesce a ricostruire tutta la filiera criminale dell’organizzazione, dare un volto a vecchie e nuove leve del clan Piromalli, individuare i contorni della rete imprenditoriale di prestanome.

Dodici persone sono state arrestate alle prime luci dell’alba dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria su richiesta della procura antimafia guidata da Giovanni Bombardieri e per ordine del tribunale. All’esito delle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Gaetano Paci, dieci persone – tutte ritenute affiliate o vicine allo storico casato mafioso dei Piromalli – sono finite in manette, due ai domiciliari.

A vario titolo, sono tutti accusati di associazione a delinquere di tipo mafioso, trasferimento fraudolento di valori e illecita concorrenza con minaccia o violenza con l'aggravante dell'utilizzo del metodo mafioso. “Il pregio di questa indagine – dice il procuratore aggiunto Gaetano Paci – è che da un fatto specifico siamo riusciti a ricostruire il contesto criminale di cui è frutto, a testimonianza di un’attenzione dell’Ufficio sulla Piana di Gioia Tauro che non è mai venuta meno”.  

All’origine dell’indagine, il danneggiamento del panificio “L’arte del pane” di Gioia Tauro. Un episodio necessariamente denunciato, ma in seguito al quale i titolari dell’attività hanno preferito cercare una mediazione con il clan, piuttosto che svelare le angherie subite. “Si evidenzia una ricerca spasmodica della cosiddetta messa a posto con i clan della zona – spiega il procuratore capo Giovanni Bombardieri – in una logica di totale asservimento alle logiche mafiose”. 

In realtà, i titolari del panificio, i fratelli D’Agostino, ancor prima di avviare l’attività avevano cercato l’accomodamento con le famiglie della zona, tramite un esponente dei clan di Rosarno di loro conoscenza. Tuttavia qualcosa era andato storto, la loro istanza non era stata “formalizzata” e il loro forno, aperto vicino ad un’analoga attività riconducibile ai clan, era stato distrutto da un incendio appiccato in modo da radere al suolo il locale. Ma alla fine l’accordo è arrivato, la denuncia dei mandanti del danneggiamento no e i due fratelli hanno finito per dover accettare anche regole e condizioni di vendita imposte dal clan. “Abbiamo documentato una vera gestione mafiosa del mercato, che passa anche per l’imposizione di prezzi, orari e periodi di ferie per non pregiudicare una delle attività del clan dello stesso settore” dice il procuratore aggiunto Paci.  

Ma i fratelli D’Agostino non erano i soli a doversi piegare alla “morsa strettissima che la cosca Piromalli” dicono gli inquirenti “è in grado di esercitare ancorché al loro interno divisa in una sorta di diarchia fra i fratelli Copelli e il gruppo che fa capo a Mommino Piromalli”. Dall’indagine è emerso un controllo capillare dell’economia di Gioia Tauro, infettata da diverse attività intestate a prestanome fra cui un panificio, un lido, una concessionaria, un distributore di benzina, un autolavaggio ed un’impresa di rivendita di pietre da costruzione, “regolamentata” dai clan, cui è stato concesso anche di determinare orari di apertura e prezzi delle merci, e amministrata con un’imposizione seriale del pizzo, da versare nelle più diverse forme, dal panino “imbottito” con 500 euro all’acquisto di centinaia di biglietti di una finta riffa di Pasqua. 

Imposizioni – spiegano gli inquirenti – non necessariamente mirate ad un ritorno economico, quanto piuttosto al controllo militare del territorio, condizionato dalle leggi del clan in ogni suo aspetto. “Ci sono delle conversazioni che dimostrano quanto sia ormai diffusa la logica dell’ineluttabilità dello strapotere mafioso – dice il procuratore aggiunto Paci – In una di queste gli imprenditori si sentono obbligati a giustificarsi per aver chiesto alla Prefettura di poter accedere ai fondi destinati alle vittime di danneggiamenti, ma giurano di non aver mai avuto intenzione di iscriversi ad una associazione antiracket per non pregiudicare i rapporti con il contesto sociale. L’adesione alla rete antimafia viene considerata uno stigma negativo. E a più riprese le persone offese dicono ‘non ci resta altro da fare che asservirci a queste logiche o fare le valigie e andarcene’”. Ribellarsi fra gli imprenditori di Gioia Tauro e non solo non è considerata un’opzione.