"Da quel momento iniziò per me una gogna pubblica di proporzione mondiale: addirittura in Angola, ove ero stato nunzio per sette anni e mezzo, mi hanno riferito che la tv nazionale dedicò all'argomento una settimana di dibattiti; fui sbattuto sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo; privato di ogni ufficio ecclesiastico; relegato ai margini della Curia e della Chiesa. Mi addolorava e continua ad addolorarmi, poi, aver esposto la mia famiglia ad una sofferenza lacerante quanto ingiusta".
E' stato il giorno del cardinale Angelo Becciu in Vaticano. L'ex sostituto della Segreteria di Stato ha letto un testo di dichiarazioni spontanee nel processo per lo scandalo finanziario legato alla compravendita del Palazzo londinese di Sloane Avenue. Un testo lungo e denso di particolari e nel quale Becciu arriva anche a svelare per la prima volta ogni dettaglio relativo all'udienza nella quale Francesco ha accettato le sue dimissioni.
"Nel sottolineare l'infondatezza e la gravità delle accuse" sul denaro inviato alla diocesi sarda di Ozieri - ha spiegato - "non posso non riferire il momento in cui esse mi furono rivolte la prima volta, vale a dire nell'udienza pontificia della sera del 24 settembre 2020". E ancora: "Il Santo Padre mi disse che in seguito ad indagini svolte ad hoc gli era stato riferito che le somme dell'Obolo di San Pietro da me inviate alla Caritas della mia diocesi di Ozieri erano servite ad arricchire i miei fratelli, in particolare mio fratello Tonino - ha ricordato -. Mi aggiunse pure che lo addolorava che un settimanale italiano avesse già la notizia di questa grave accusa e che da lì a poco sarebbe uscito con un articolo sull'argomento. Confesso che rimasi senza parole, tanto era assurda ed infondata quell'accusa, come oggi i fatti finalmente dimostrano".
"Lo storno dei 125 mila euro era l'unica accusa che mi faceva. Il Santo Padre mi disse espressamente che non ne aveva altre", ha detto ancora. "Preso atto di tale accusa, seppure certo della sua infondatezza, per amore della Chiesa considerai quindi necessario, con immenso dolore, presentare le dimissioni dall'incarico che ricoprivo, quello di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi".
"Da più di un anno e mezzo sono tormentato da una domanda: perché sono state riportate al Santo Padre queste false accuse? Per quale scopo? Come si è potuto strumentalizzare la persona del Santo Padre, creando nella Chiesa uno scandalo di inaudita gravità? Da quel giorno la mia vita è rimasta sconvolta, ma anche moltissimi credenti di tutto il mondo sono rimasti turbati nella loro fede", ha aggiunto.
Becciu ha parlato per due ore e mezza. Interrogato dal procuratore Alessandro Diddi, ha ribadito "con forza" la sua "assoluta innocenza" rispetto a quanto gli viene contestato indicando "alcuni eventi" che lo hanno "particolarmente turbato", dicendosi "dilaniato da un profondo dissidio interiore". Nelle dichiarazioni spontanee ritenute "utili alla comprensione dei fatti", Becciu si concentra sulle singole contestazioni contenute nei capi di accusa che sono stati ipotizzati nei suoi confronti e cerca di chiarire i vari punti: dal ruolo del fratello Tonino nella cooperativa Spes, all'Obolo di San Pietro, agli investimenti durante i sette anni alla Segreteria di Stato nel ruolo di Sostituto (tra cui la proposta di acquisto del diritto di sfruttamento di giacimenti in Angola e il Fondo Athena), al rapporto con l'allora capo ufficio monsignor Alberto Perlasca, alle presunte agevolazioni a Cecilia Marogna. "In obbedienza al Santo Padre -dice -,mi predispongo a dare il mio contributo per l'accertamento della verità".
Nell'udienza odierna anche un colpo di scena: monsignor Alberto Perlasca, considerato il teste chiave del processo, attraverso il legale Alessandro Sammarco, ha presentato richiesta di costituzione parte civile nel processo sia nei confronti del cardinale Becciu che nei confronti di altri quattro imputati, Gianluigi Torzi, Fabrizio Tirabassi, Enrico Crasso, Nicola Squillace. Il Tribunale si è riservato sulla decisione. Da registrare inoltre che i legali degli altri imputati si sono opposti.
Ma di Perlasca ha paarlato anche Becciu: "Sotto il profilo caratteriale" monsignor Perlasca "era irascibile e permaloso, forse anche geloso delle proprie autonomie e del ruolo assolutamente dirigista che aveva nell'Ufficio. Coltivava, poi, un grande desiderio: diventare Nunzio Apostolico". E ancora: "Le intemperanze caratteriali di Perlasca erano comunque bilanciate, ai miei occhi, da una indiscussa competenza tecnica".
Becciu ha parlato anche del cardinale Pell: "Per oltre un anno sono stato esposto ad una insopportabile pressione pubblica, con la vergognosa accusa di aver addirittura finanziato false testimonianze in danno di un confratello, il Cardinale Pell, con i soldi della Segreteria di Stato. Voglio ora spazzare via questa gravissima insinuazione con le parole del cardinale segretario di Stato, Parolin, che ha accertato e dato conto della assoluta falsità di questa ignobile e insopportabile illazione".
Il cardinale Pell è stato assolto in patria dalle accuse su abusi sessuali su minori. ha deto Becciu: "Consegno al Tribunale la lettera del 29 aprile u.s.nella quale, tra l'altro, il cardinale Parolin afferma testualmente che: 'Il cardinale Pell continua a sollevare dubbi circa il trasferimento di 2,3M dollari australiani in Australia, sospettando che tali fondi siano stati utilizzati dal Cardinale Becciu per influire negativamente nel processo penale che lo vedeva imputato per abusi su minori. La somma invece, come più volte ricordato, servì per il pagamento del dominio Internet catholic. Questa informazione è stata opportunamente comunicata all'Ambasciata di Australia presso la Santa Sede con nota verbale 2112/21/RS del 18 febbraio 2021'. Quindi, oltre un anno fa. Ma non finisce qui, sig. Presidente", ha detto Becciu. "La mia amarezza è ancora più profonda - ha aggiunto - nell'apprendere, dalla lettura del carteggio che produco, che ad autorizzare il pagamento di detta somma fu proprio il Cardinale Pell, con una lettera datata 11 settembre 2015".
Infine le parole dedicate all'ex manager sarda Cecilia Marogna: "Devo qui ed ora esprimere una forte e vibrata indignazione per come questo rapporto è stato distorto con illazioni offensive, di infima natura, lesive - anche - della mia dignità sacerdotale. Credo che questo atteggiamento tradisca un simile trattamento sarebbe stato riservato ad un uomo".
E ancora: "Conobbi la signora Marogna nel 2016, quando la stessa mi richiese un colloquio. Ne apprezzai da subito la competenza in materia di geopolitica e di intelligence - ha ricordato Becciu -. La signora si propose per una collaborazione professionale con la Segreteria di Stato su queste materie di sua elezione. Preciso che non la intesi come richiesta di impiego ma come semplice offerta di collaborazione esterna". Per tale ragione "la inviai dal Comandante della Gendarmeria, dott. Giani, il quale la ricevette. Lo stesso, poi, m'informò di aver tratto dall'incontro una buona impressione, ma che non vi era possibilità, nell'immediato, di accogliere la sua proposta". Ad accrescere la fiducia verso la donna, anche "una serie di incontri ad alto livello istituzionale promossi proprio dalla signora Marogna: ad esempio, con i Generali Carta e Caravelli, avvenuti a partire dall'ottobre 2017, che la stessa patrocinò, partecipandovi a propria volta, nei quali potei ulteriormente misurare la sua competenza, anche desumendola da queste qualificate conoscenze professionali". "La stessa, peraltro, ebbe modo di presentarmi l'allora parlamentare europeo Lorenzo Cesa, con il quale aveva svolto attività di collaborazione istituzionale". Becciu pensò di avvalersi della collaborazione di Cecilia Marogna in occasione del rapimento, avvenuto in Malì il 7 febbraio 2017, di suor Gloria Cecilia Navaes Goti, Francescana di Maria Immacolata, di nazionalità colombiana. Poi ritornata alla libertà il 10 ottobre 2021. "La signora mi riferì di un'agenzia inglese di intelligence, Inkerman, con la quale, a suo dire, si sarebbe potuta interfacciare proficuamente attivandosi per tutte le operazioni necessarie alla liberazione di Suor Gloria - ha spiegato -. Così, in una delle udienze di tabella esposi al Santo Padre la questione e le prime considerazioni maturate. Egli rimase contento che ci si adoperasse per la liberazione della religiosa e intese immediatamente la necessità di non esporre il Vaticano ad una inutile, ed anzi dannosa, pubblicità".
"Mi diede l'autorizzazione a procedere", e successivamente "incontrai a Londra, nella prima metà del gennaio del 2018, funzionari dell'agenzia Inkermann. Alla presenza della signora Marogna, che aveva organizzato dietro mia richiesta l'incontro". Ottenute le successive autorizzazione del Papa, "confermo, dunque, che la signora Marogna si occupò delle operazioni di sicurezza finalizzate alla liberazione di Suor Gloria. Il credito fiduciario conseguito nei modi descritti, insieme alla connaturata riservatezza di questo genere di operazioni, mi indusse a riporre la massima fiducia nel suo operato, seguendo le indicazioni che di volta in volta dalla stessa ricevevo, sempre corredate da informative circa le attività svolte e da svolgere". "Quanto ai versamenti che mi vengono contestati, desidero puntualizzare che gli stessi furono disposti - sempre su indicazione della signora Marogna - su conti correnti che la stessa di volta in volta mi indicava, e che ho sempre ritenuto relativi all'operazione-trattativa condotta da Inkerman e, dunque, finalizzati alla liberazione di Suor Gloria e alle spese da sostenere per tale fine". "Voglio sottolineare che nessuna somma era stata destinata quale compenso alla signora Marogna", ha aggiunto il cardinale.