Lo vessavano, pare. Sul suo cellulare hanno trovato messaggi inequivocabili. "Ti devi ammazzare", gli scrivevano. "Buttati giù". "Ucciditi". Chissà se volevano veramente che quel tormento diventasse ineludibile imperativo. Chissà cosa pensavano. Chissà cosa pensano ora che il loro bersaglio non c'è più.
Alessandro aveva tredici anni, una ragazzina a cui ha lasciato un messaggio, genitori che lo amavano. Ce lo raccontano alto, bello, intelligente, bravo a scuola.
È precipitato dalla finestra del quarto piano di casa sua a Gragnano, in provincia di Napoli. Sembrava un incidente. Invece no.
La Procura di Torre Annunziata ha aperto un'inchiesta. Ipotesi di reato: istigazione al suicidio. Tra i cinque indagati ci sono dei minorenni.
Questa storia apre abissi spaventosi su cui è difficile sporgersi. Alessandro avrebbe iniziato la terza media, come mio figlio, come tanti figli e tanti nipoti. Per quello che sappiamo di lui, Alessandro poteva essere nostro. Acerbo, criptico, inafferrabile, fragile, perfetto. Sono un po' tutti così, no? La sua potenziale prossimità dà le vertigini. Nell'inevitabile e involontario transfert, è con le vittime che ci immedesimiamo, con i loro genitori innamorati, con i loro affetti spezzati.
E quei cinque, tra cui qualche minorenne, iscritti nel registro degli indagati? Bulli senza volto e senza contorno, prevaricatori, estensori di imperativi indicibili, tessitori di trame atroci. Da loro distogliamo lo sguardo e il pensiero. Groviglio di devianza. Vergognoso fallimento sociale. Chi sono costoro? Giovani del quartiere. Non facevano parte delle amicizie di Alessandro. Ergo sono altro da noi. Ne siamo sicuri? Per ogni vittima c'è almeno un carnefice. E se anche lui fosse potenzialmente nostro? Non ce lo domandiamo mai. Anche figli e nipoti bulli sono acerbi, inafferrabili e fragili. Anche in loro esistono abissi che attraversiamo inconsapevoli.
La vita all'apparenza perfetta della vittima "avrebbe scatenato l'odio e il rancore dei carnefici". È una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti. L'altrui felicità è una miccia tanto potente?
Cosa trasforma un "giovane del quartiere", un adolescente qualsiasi, un ragazzetto goffo e imberbe in un vettore implacabile di odio e rancore? Quando, in una chat, un emoji vira in imperativo mortifero?
L'improvvisa coscienza della propria forza - fisica o psicologica - può scatenare il desiderio incontenibile di farne uso. O abuso. L'analfabetismo emotivo, prerogativa frequente, non sempre sanabile, dell'adolescenza, provoca corto circuiti nelle relazioni. Chi non sa dirsi infelice, invidioso, frustrato, triste, cercherà la propria voce lungo la strada sudicia e dritta dell'aggressività e della violenza.
I bulli si nutrono dell'altrui fragilità. Alcuni se ne ubriacano fino a sentirsi onnipotenti. Hanno scritto "Ucciditi" ed è successo veramente. E adesso è finita per tutti.