I dati meteorologici, le telefonate tra chi era alla catena di comando per gestire l'emergenza, il personale chiamato a gestire la sala operativa. Si concentrano anche su questo le indagini per accertare cosa non abbia funzionato nella prevenzione del disastro avvenuto nelle Marche il 15 settembre vanno avanti.
"Dal punto di vista della dinamica degli eventi quello che si riscontra in questo momento è che non c'è stata un'allerta da parte della Regione Marche nei confronti dei Comuni", ha detto la procuratrice capo della Procura di Ancona Monica Garulli ai microfoni del Tgr Rai Marche, a proposito dell'inchiesta per omicidio colposo e inondazione colposa sull'ondata di maltempo che ha devastato il Senigalliese, provocando 11 vittime accertate e ingenti danni economici. "Le indagini sono in una fase molto iniziale - ha sottolineato -, tutte le ipotesi ricostruttive sono prese in considerazione".
"La principale preoccupazione della Procura è di assicurare fonti di prova che possano essere di ausilio nella ricostruzione dei fatti - ha spiegato Garulli -. Ci sono acquisizioni documentali, ci sono anche acquisizioni testimoniali, tutto quello che può concorrere a ricostruire esattamente l'evento del 15 settembre".
Intanto i carabinieri forestali hanno acquisito negli uffici competenti i dati meteo relativi alle precipitazioni previste per il giorno del disastro e stanno anche ricostruendo i tabulati telefonici di una serie di soggetti interessati dall'allerta. Quest'ultima non c'è stata poichè, per la Protezione civile della Regione Marche si è trattato di "un fenomeno meteo impossibile da prevedere nella sua intensità e sviluppo con le attuali conoscenze disponibili". Un aspetto sul quale la procura ha disposto approfondimenti.
Dai primi accertamenti è emerso che l'unico operatore presente nella sala operativa della Protezione civile chiamò al telefono i Comuni "dopo le 22", ma le telefonate non furono dirette ai sindaci. È quanto emerge dalla ricostruzione di Susanna Balducci, responsabile della sala operativa. L'operatore era da solo perché "sulla base del bollettino emesso e sul codice colore (l'allerta era giallo, ndr), le procedure anche codificate con delle delibere di giunta ben precise, che vengono condivise con il territorio, con i prefetti e con i sindaci, non prevedevano il raddoppio di sala e soprattutto non prevedevano che fossero attivati sul territorio i centri operativi deputati a prevenire e ad intervenire prontamente per questo evento".
Secondo il racconto di Balducci, "quando nel tardo pomeriggio, le chiamate in sala operativa hanno cominciato ad arrivare", l'operatore si è confrontato con il funzionario reperibile e ha richiesto il supporto di un altro collega reperibile. Tutto questo è accaduto "indicativamente intorno alle 21.30". La catena di allertamento di quella notte, standard rispetto alle previsioni inziali, è partita solo quando "l'idrometro significativo del Misa" ha superato la soglia di allarme: a quel punto è suonato l'alert all'operatore di sala (erano passate le 22), il quale visto che la situazione evolveva velocemente ed era "talmente caotica per quello che stava accadendo, ha preferito fare le telefonate direttamente a tutti i Comuni".
Balducci non ha fatto alcun riferimento a chiamate indirizzate ai sindaci, ma ha sottolineato che "i nostri operatori si erano sentiti con molti Comuni proprio per confrontarsi, così come fanno gli stessi Comuni per chiederci cosa poter fare e metterlo in atto". "La risposta - ha aggiunto - è, ovviamente, attuare il proprio piano di emergenza comunale, dove all'interno ci sono le procedure che permettono di garantire in primis l'assistenza alla popolazione".