Caso Cagol, il colonnello Di Petrillo: "Sono moltissimi i brigatisti che vivono ancora nell'ombra"
di Romina Marceca , di Romina MarcecaIl colonnello dell'Arma Domenico Di Petrillo, nel 1978, entrò nella Sezione speciale anticrimine di Roma al fianco del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e fu protagonista dell'operazione Olocausto.
Dopo 25 anni un'impronta e un dna ritrovati consentono la riapertura del caso Mara Cagol. Questo significa che da un quarto di secolo nell'ombra vivono dei brigatisti. In base alla sua esperienza quanti terroristi sono sfuggiti alla cattura?
"Moltissimi. Il numero non è importante perché è importante disarticolare l'organizzazione e chi è rimasto libero non è riuscito a ricostituirla nel tempo. Inoltre, in questo contesto, il pentitismo, innescato da Fabrizio Peci, ha svolto un ruolo molto importante. Alcuni brigatisti non sono stati identificati, moltissimi altri sono sfuggiti in Francia. È di questi ultimi mesi la vicenda dell'arresto a Parigi di dieci terroristi italiani ricercati e non estradati dalla Fran…
Il colonnello dell'Arma Domenico Di Petrillo, nel 1978, entrò nella Sezione speciale anticrimine di Roma al fianco del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e fu protagonista dell'operazione Olocausto.
Dopo 25 anni un'impronta e un dna ritrovati consentono la riapertura del caso Mara Cagol. Questo significa che da un quarto di secolo nell'ombra vivono dei brigatisti. In base alla sua esperienza quanti terroristi sono sfuggiti alla cattura?
"Moltissimi. Il numero non è importante perché è importante disarticolare l'organizzazione e chi è rimasto libero non è riuscito a ricostituirla nel tempo. Inoltre, in questo contesto, il pentitismo, innescato da Fabrizio Peci, ha svolto un ruolo molto importante. Alcuni brigatisti non sono stati identificati, moltissimi altri sono sfuggiti in Francia. È di questi ultimi mesi la vicenda dell'arresto a Parigi di dieci terroristi italiani ricercati e non estradati dalla Francia che si è basata su una interpretazione, ritengo anacronistica e offensiva per il nostro Paese, della dottrina Mitterrand".
Per quale motivo si arriva a questa svolta dopo 25 anni dopo? Mancavano gli strumenti tecnici o c'è stata una volontà politica?
"Non mi occupai del caso Cagol. Ma posso affermare che non c'è stata mai nessuna volontà politica di ritardare né di condizionare indagini. Noi siamo stati sempre liberi. Nella mia esperienza operativa non ho mai ricevuto da nessuno, né superiori né entità esterne, indicazioni o condizionamenti che influissero sul regolare sviluppo delle indagini. Indubbiamente gli strumenti tecnici di investigazione di allora erano diversi da quelli attuali".
Si poteva fare di più?
"Nulla. Ci troviamo all'inizio di una situazione nel Paese che non era stata ben delineata. Tuttavia l'intervento alla cascina Spiotta da parte dei carabinieri seguì il cosiddetto metodo Dalla Chiesa che consisteva, tra le altre cose, nel censimento degli acquisti o affitti immobiliari ed era diretto a individuare i covi".
La mancata decriptazione del documento trovato in un altro covo dei brigatisti potrebbe aver avuto un peso nella ritardata individuazione del covo in cui Moro venne rinchiuso?
"È irrilevante in ogni caso, per la cascina Spiotta e ancor più per la vicenda Moro".
Perché?
"È normale che un brigatista scampato alla cattura riferisca l'accaduto all'organizzazione per consentire alla stessa di correre ai ripari rispetto a eventuali operazioni. Lì c'erano nomi di battaglia e non i veri nomi. Il resoconto che fanno i terroristi si riferisce a strutture note. La cifratura risponde alla necessità di evitare, in certe condizioni, che un documento interno possa cadere in mani diverse da quelle dell'organizzazione stessa".
I brigatisti nel mimetizzarsi, secondo lei, hanno ricevuto aiuto da parte dei Servizi deviati?
"Assolutamente no. Dietro alle Brigate rosse c'erano le Brigate rosse e nessun'altra identità. In 12 anni ne ho avuto una costante conferma. L'unico episodio è stato durante il sequestro di James Lee Dozier, durante il quale esponenti dei servizi bulgari contattarono la colonna romana per chiedere di partecipare agli interrogatori del generale statunitense. La richiesta venne respinta dal capocolonna Luigi Novelli".