Migranti, la rabbia per la selezione a bordo: "Ci hanno fatto mettere in fila, poi il verdetto"
dalla nostra inviata Alessia Candito , dalla nostra inviata Alessia CanditoCATANIA - "Aiutateci, aiutateci", urlato dai ponti della Geo Barents, al ritmo di mani che battono per ore sulle paratie. "Libertà, libertà", gridato da un presidio arrabbiato che per ore occupa l'altro lato del molo. In mezzo un cancello, due cordoni di polizia, i carabinieri schierati, persino gli antisommossa pronti. Ci sono settori del porto di Catania che ormai sono diventati un non luogo.
Dove nessuno o quasi può entrare. E da cui 249 persone, reduci da settimane in mare, sono costrette a rimanere a guardare da giorni una banchina su cui non possono sbarcare. Per il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, sono "carico residuale".
"Non sono abbastanza malato o disperato perché l'Italia mi faccia entrare?", chiede Shimar, 25 anni, un viaggio iniziato in Pakistan mesi, se non anni fa. Sta seduto sul ponte di quella Humanity dove anche la voglia di mangiare, di sperare sembra esser stata port…
CATANIA - "Aiutateci, aiutateci", urlato dai ponti della Geo Barents, al ritmo di mani che battono per ore sulle paratie. "Libertà, libertà", gridato da un presidio arrabbiato che per ore occupa l'altro lato del molo. In mezzo un cancello, due cordoni di polizia, i carabinieri schierati, persino gli antisommossa pronti. Ci sono settori del porto di Catania che ormai sono diventati un non luogo.
Dove nessuno o quasi può entrare. E da cui 249 persone, reduci da settimane in mare, sono costrette a rimanere a guardare da giorni una banchina su cui non possono sbarcare. Per il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, sono "carico residuale".
"Non sono abbastanza malato o disperato perché l'Italia mi faccia entrare?", chiede Shimar, 25 anni, un viaggio iniziato in Pakistan mesi, se non anni fa. Sta seduto sul ponte di quella Humanity dove anche la voglia di mangiare, di sperare sembra esser stata portata via insieme ai fortunati che alla "lotteria dei fragili" hanno pescato su il biglietto vincitore. Donne con bambini, adolescenti soli, malati. "Le persone venivano messe in fila - racconta Camille, dell'equipaggio della Geo Barents - e dopo un controllo sommario c'era qualcuno che diceva: tu sulla nave, tu sull'autobus". A quanti sono rimasti a bordo, l'equipaggio non ha saputo spiegare il perché di quella selezione. Ha potuto solo giurare che ci sono avvocati che combatteranno per loro, che la richiesta d'asilo che hanno fatto è stata presentata, che il comandante non lascerà Catania fin quando non saranno sbarcati tutti, che nessuno li riporterà in Libia. Ma con il passare dei giorni diventa sempre più difficile crederci davvero.
La rabbia
Sulla Geo Barents, a dominare è la rabbia. "Mi dovete dire perché io sono ancora qui, perché?". Sono le dieci del mattino quando uno dei naufraghi improvvisamente dà in escandescenze. Se la prende con l'equipaggio, è alterato, non capisce perché tanti altri siano scesi e lui no. "Preferisco morire buttandomi sotto, che rimanere qui", urla. Attorno a lui, decine di altri sopravvissuti al Mediterraneo. Alzano la testa, lo seguono attenti. " You cut my life ", urla in un inglese che zoppica. Il significato però è chiaro a tutti: incolpa l'equipaggio della prolungata permanenza a bordo, non ce la fa più, vuole scendere. "Dopo - racconta il senatore dem Antonio Nicita - anche gli altri hanno reagito, gli animi si sono scaldati, abbiamo dovuto cercare di calmarli".
Una situazione esplosiva
Chi ha alle spalle anni di salvataggi in mare sulle navi umanitarie lo sa: a bordo sono l'incertezza e l'attesa che consumano, alterano. In genere sono micce disinnescabili. Ma non all'infinito. E non per tutti. Quell'uomo, nel pomeriggio, si è lanciato in mare insieme a un compagno di viaggio. Un terzo si è subito tuffato per aiutarli, poi è tornato a bordo. I primi due no: per ore sono rimasti immobili sulla bachina, rifiutandosi di risalire sulla nave. Hanno chiesto asilo con una lettera: "Verrà consegnata alle autorità competenti ", ha promesso Msf.
E in tanti sono al limite. Un ragazzo è rimasto per 14 ore a dondolare avanti indietro, tremando come una foglia. Un altro ha avuto una crisi convulsiva. "Abbiamo visto scene difficili da raccontare", dice il deputato Angelo Bonelli dei Verdi. "Quasi tutti sono devastati dalla scabbia.
Il problema psicologico
Che ispezione sanitaria è stata fatta? ". Fa i calcoli, Bonelli, e qualcosa non torna: "Due team, per 572 persone visitate in quattro ore: significa cinquanta secondi ciascuna". E poi c'era chi non aveva intenzione di farsi toccare da un medico donna, e chi ha tenuto nascosti i propri disagi temendo di finire in quarantena. In più, nessuna valutazione è stata fatta dello stato di salute mentale. "Il problema psicologico è di secondo livello", si è fatto scappare due giorni fa Claudio Pulvirenti, direttore generale di Usmaf Sicilia. Ci ha rimediato una segnalazione all'Ordine dal team sanitario di Mediterranea.
Null'altro, però, si è mosso. E i naufraghi sono rimasti sulle navi per l'ennesima notte.