✕

In manette Messina Denaro, il boss che ha custodito i segreti di Riina

Ascolta l'audio

Il suo arresto è un colpo importante per i componenti di Cosa nostra, un colpo che fa venir meno ogni loro speranza, ogni loro illusione di rivolta o di rivoluzione
3 minuti di lettura

È stata strappata la maschera a Matteo Messina Denaro. Dopo trent’anni l’uomo che si è macchiato le mani di sangue per decine di omicidi, il mafioso che ha contribuito alle stragi di Falcone e Borsellino, e il boss che ha piazzato le bombe nel 1993 a Roma, Milano e Firenze finisce in manette. È cresciuto sulle ginocchia di Salvatore Riina, da lui non solo ha imparato la crudeltà, ma ha ricevuto le confidenze e i segreti che il capo di Cosa nostra custodiva fino al giorno del suo arresto, che fatalità della coincidenza è avvenuto proprio trent’anni fa a Palermo. È l'ultimo dei corleonesi ancora libero di circolare. E Matteo Messina Denaro è il mafioso che i collaboratori di giustizia indicano come l’uomo di Cosa nostra che ha preso i documenti riservati di Riina dal suo covo e ne è diventato il depositario. E da allora U siccu ha iniziato a cambiare strategia, a trasformarsi, a rendersi…

È stata strappata la maschera a Matteo Messina Denaro. Dopo trent’anni l’uomo che si è macchiato le mani di sangue per decine di omicidi, il mafioso che ha contribuito alle stragi di Falcone e Borsellino, e il boss che ha piazzato le bombe nel 1993 a Roma, Milano e Firenze finisce in manette. È cresciuto sulle ginocchia di Salvatore Riina, da lui non solo ha imparato la crudeltà, ma ha ricevuto le confidenze e i segreti che il capo di Cosa nostra custodiva fino al giorno del suo arresto, che fatalità della coincidenza è avvenuto proprio trent’anni fa a Palermo. È l'ultimo dei corleonesi ancora libero di circolare. E Matteo Messina Denaro è il mafioso che i collaboratori di giustizia indicano come l’uomo di Cosa nostra che ha preso i documenti riservati di Riina dal suo covo e ne è diventato il depositario. E da allora U siccu ha iniziato a cambiare strategia, a trasformarsi, a rendersi sempre più invisibile, anche agli occhi dei mafiosi. E ha portato la sua mafia a diventare imprenditrice, inquinando l’economia legale del Paese, ma anche politica, infiltrando propri uomini nei consigli comunali e regionali. E ha attentato alla democrazia del Paese.

Adesso con il suo arresto però non viene sconfitta definitivamente Cosa nostra. Lui era il capo della mafia trapanese, e l’organizzazione criminale siciliana è ancora viva, più debole di prima, ma presente e inquinante. Ci sono i Palermitani che avanzano ai vertici, riconquistano posizioni che i corleonesi, quasi mezzo secolo fa hanno ottenuto a colpi di mitra. Oggi è una mafia diversa da quella stragista che occorre indagare e perseguire. Ci sono nuovi nomi, personaggi poco conosciuti. E questo è dimostrato dalla sicurezza che Messina Denaro aveva di circolare anche a Palermo. Per decenni è stato aiutato, favorito, e protetto. Ed è per questo che oggi era a Palermo a farsi curare, come magari altre volte in precedenza avrà fatto, perché era tranquillo. Nessuno conosceva il suo volto.

Il punto di questa storia è che un Paese democratico non poteva consentire a un uomo responsabile di omicidi e stragi e che per questi reati è stato definitivamente condannato, di continuare a circolare nonostante pendano su di lui decine di ordini di arresto e pene da scontare, e a gestire i propri affari da latitante e ad amministrare il suo territorio come se fosse un regno e lui, Matteo Messina Denaro, un sovrano costretto all’esilio. Non ci si poteva dimenticare di questo latitante e allentare le indagini solo perché non si sentiva più l’emergenza mafia, quella scattata dopo le stragi e i delitti eccellenti; solo perché non si vedono più – e per fortuna – il sangue sulle strade e le ferite provocate dai danni causati da questo boss. Basti pensare al dolore che sentono ancora oggi i familiari delle vittime. Questo stato di cose ha fatto sì che u Siccu diventasse un personaggio leggendario fra i mafiosi, sia quelli liberi che quelli detenuti, anche se per moltissimi di loro non ha fatto nulla. Nonostante questo, la sua è un’immagine che purtroppo è diventata quasi mitica. Ci sono familiari, e poi amici di scuola, compagni di avventure, affiliati ai clan che per lui hanno sacrificato tutto, si sono fatti arrestare, hanno subìto in silenzio il sequestro dei beni, sono diventati poveri e costretti alla fame, ma non lo hanno tradito. Matteo sapeva che i suoi fratelli e le sue sorelle per colpa sua hanno dovuto affrontare carcere e processi, condanne e confische di beni.

Qualcuno degli ex mafiosi di Trapani che adesso collaborano con la giustizia in passato hanno detto che Matteo, l’unico dei grandi boss che non ha mai conosciuto il carcere, se arrestato possa subito vuotare il sacco. Che possa saltare il fosso, per evitare una vita da detenuto a cui non è stato mai abituato.

Fino adesso i vecchi boss erano dentro e lui fuori da latitante. Adesso pareggiano. Ma i giovani di Cosa nostra hanno sempre visto in Messina Denaro un punto di riferimento, una speranza criminale. Senza di lui i componenti dell’associazione potrebbero essere smarriti: sono andati avanti con l’idea che Matteo poteva indicare loro la linea, ma u Siccu non si è fatto vedere, non si è fatto sentire. Se ne è fottuto dei picciotti. Ha scelto di andare per un’altra strada, una strada diversa da quella su cui lo volevano tutti i boss di Cosa nostra, a capo dell’organizzazione, che ricordano quasi quei mariti traditi dalle mogli che sanno di essere cornuti ma non vogliono che si dica pubblicamente, per evitare l’affronto sociale. Tutti sanno, ma stanno zitti.

Adesso è la paura ad attanagliare Matteo. Ha paura di andare in carcere, e di uno Stato che sa essere forte, che adesso lo ha messo alle corde. Il suo arresto è un colpo importante per i componenti di Cosa nostra, un colpo che fa venir meno ogni loro speranza, ogni loro illusione di rivolta o di rivoluzione. O di risorgimento. Il suo arresto, questo è certo, riporta in auge l’immagine dello Stato, in quei territori in cui la mafia si è finora sostituita a esso. Ma apre le strade ai mafiosi palermitani, ancora poco conosciuti.