"Non dovessi farcela scrivete questo sulla mia tomba". Kenan Shukur forse se lo sentiva che non avrebbe visto la fine di quel viaggio. E per esorcizzare la paura, lui che nella sua vita ne aveva viste tante prima in Afghanistan, poi in Turchia, allo zio che lo aspettava in Svizzera ha affidato quell'angoscia messa in versi.
"La terra della mia anima è così dura, c'è un sasso pesante sul mio petto, da questo barcone ho capito che chi vede la realtà deve essere realista, che sei il luogo in cui arrivi e quella è la tua ultima destinazione".
Ventisei anni, afghano, voleva trovare una casa, un porto sicuro, un luogo in cui studiare e crescere, Kenan. Lo ha fatto per tutta la vita. Quando dal Panshir si è spostato a Kabul, quando da lì è dovuto fuggire per andare in Turchia, quando nel Paese di Erdogan ha dovuto smettere di studiare per provare a sopravvivere con lavoretti, quando anche quello è diventato impossibile e l'Europa è diventata l'unica soluzione.
Veniva da una famiglia di guerrieri. Il padre era uno storico mujahiddin al servizio del comandante Masud, il leone del Panshir, che ha combattuto i talebani all'inizio del loro regime. "Era il braccio destro del comandante Masud", racconta lo zio. "Alla sua morte, è diventato membro della guardia scelta prima del fratello del leone del Panshir, poi del figlio".
Kenan invece non aveva voglia di combattere, voleva studiare. Per questo quando il regime dei talebani è caduto si è trasferito a Kabul, lì ha fatto il liceo, ma in Afghanistan non ha trovato né il percorso di studi, né il lavoro che voleva.
Ha preso il visto e raggiunto i cugini in Turchia, ha studiato per anni la lingua, poi si è iscritto all'università. Un percorso di studi che ha dovuto interrompere perché con il ritorno dei talebani al potere anche il resto della sua famiglia - i genitori, due fratelli e una sorella - è stato costretto a fuggire.
"Per i talebani, chiunque venga dal Panshir è un nemico, quella è l'unica provincia che ancora resiste. Mio fratello è ricercato dal regime", racconta lo zio. Adesso sono in Iran, a Mashad. Ma Kenan non voleva raggiungerli, voleva solo continuare a studiare, sognava l'Europa, quindi ha iniziato a lavorare solo per questo. "La vita è corta come la chiamata del mullah per la preghiera", diceva in un video di un anno fa. "Bisogna approfittare di ogni attimo", ricorda lo zio che da giorni scorre i suoi social.
"È partito da Smirne, durante il viaggio mi ha mandato dei video. L'ultimo - spiega - è di sabato, erano già vicini all'Italia. C'erano lui e i suoi amici, tutti li hanno inviati ai loro cari, erano felici. 'Siamo arrivati in Italia', esultavano". Ma domenica Kenan non ha dato notizie. Quando sui media internazionali ha iniziato a circolare la notizia del naufragio, lo zio ha capito.
È toccato a lui raggiungere Crotone per cercarlo fra i vivi e fra i morti. Ha trovato la sua salma fra quelle allineate al Palamilone. "Non ce l'ho fatta a dare la notizia alla madre. Non sta bene, ha problemi al cuore, è diabetica, ho lasciato che fosse mio fratello, il padre di Kenan a darle la notizia". E adesso c'è un dramma nel dramma, perché loro in Iran sono solo dei rifugiati, ospiti sgraditi.
"Fanno problemi ai vivi - commenta amaro lo zio - non accoglieranno mai la salma di un rifugiato senza documenti morto". Che fine farà la salma di Kenan? Al momento nessuno lo sa.
Per lui, come per le altre vittime afghane del naufragio, si sta cercando di capire se ci sia la possibilità di aprire un canale con l'Iran, se si possono far arrivare almeno lì. Dove c'è una madre che si dispera perché del figlio, morto per seguire il sogno di essere libero di studiare, non ha neanche un corpo da piangere.