Processo Sloane Avenue, il fratello di Becciu si rifiuta di comparire in tribunale, Pignatone lo richiama
di Iacopo Scaramuzzi , di Iacopo ScaramuzziIl fratello del cardinale Angelo Becciu, Antonino, che avrebbe dovuto testimoniare nel processo in Vaticano sulla compravendita-truffa di un palazzo a Londra nel quale il porporato è imputato, non si è presentato in aula, opponendo l'assenza di garanzie, una obiezione respinta come "destituita di fondamento giuridico", "irrituale e irricevibile" dal presidente del tribunale, Giuseppe Pignatone, che lo ha riconvocato per l'udienza del 31 marzo prossimo.
Insieme ad Antonino Becciu, a capo della Cooperativa Spes nella diocesi sarda di Ozieri, doveva comparire, e non si è ugualmente presentato, don Mario Curzu, direttore della Caritas locale. Indagati in un procedimento in corso a …
Il fratello del cardinale Angelo Becciu, Antonino, che avrebbe dovuto testimoniare nel processo in Vaticano sulla compravendita-truffa di un palazzo a Londra nel quale il porporato è imputato, non si è presentato in aula, opponendo l'assenza di garanzie, una obiezione respinta come "destituita di fondamento giuridico", "irrituale e irricevibile" dal presidente del tribunale, Giuseppe Pignatone, che lo ha riconvocato per l'udienza del 31 marzo prossimo.
Insieme ad Antonino Becciu, a capo della Cooperativa Spes nella diocesi sarda di Ozieri, doveva comparire, e non si è ugualmente presentato, don Mario Curzu, direttore della Caritas locale. Indagati in un procedimento in corso a Sassari, e in Vaticano coinvolti solo come teste, i due uomini hanno opposto, tramite l'avvocato Ivano Iai, l'assenza di garanzie nello Stato pontificio per chi è indagato in altro procedimento in Italia.
"Le garanzie sono ben presenti"
Pignatone, ex procuratore capo di Roma, ha dato lettura di un'ordinanza nella quale si definisce la motivazione opposta dal legale "destituita di valore giuridico" e "irricevibile". Il tribunale "intende mantenere l'efficacia dell'accertamento giudiziale" ascoltando in aula i due testimoni, chiamati a riferire sui soldi inviati alla Coop Spes dalla Segreteria di Stato e dalla Cei, con l'asserito interessamento del cardinale Becciu, all'epoca Sostituto agli affari generali della Segreteria di Stato. Secondo l'avvocato Iai, i due uomini, indagati in Italia di fatti "teoricamente connessi" con quelli per cui si procede in Vaticano finirebbero "teoricamente", con la loro testimonianza, "per essere esposti a una elusione delle garanzie" previste dall'ordinamento italiano ma non da quello vaticano, e "ogni eventuale dichiarazione sarebbe utilizzata dall'autorità giudiziaria".
Per Pignatone, però, Antonino Becciu e don Curzu "sono solo testimoni, e tali restano, non riconoscendo loro altre facoltà se non quelle previste per i testimoni". Inoltre, "anche il Vaticano privilegia l'autotutela del testimone", che "non è obbligato a rispondere su circostanze che possano incriminarlo", o comunque peggiorare la sua situazione". "Le garanzie di cui si lamenta l'assenza sono ben presenti nell'ordinamento vaticano", ha ribadito Pignatone, che fin dall'inizio di questo giudizio conferma il valore e l'esistenza del "giusto processo" nelle aule d'Oltretevere. Parlando di "implausibilità degli argomenti", il presidente del Tribunale ha anche ipotizzato nell'ordinanza il loro uso come tentativo di sottrarsi al semplice obbligo di deporre. "Si vuole mascherare con argomenti giuridici la non disponibilità a testimoniare sui fatti oggetto di questo processo", ha dichiarato Pignatone riconvocando i due testimoni per l'udienza del 31 marzo.
In aula non si è presentato in aula neppure l'architetto Luciano Capaldo, già sentito dal promotore di giustizia, Alessandro Diddi, ma non da tutte le difese degli imputati, che hanno denunciato e deplorato la circostanza. Pignatone ha riconvocato il teste per le udienze del 29 o del 30 marzo, dicendo: "Se non viene non sarà più sentito". All'inizio dell'udienza, l'avvocato Elisa Scaroina, che difende la Segreteria di Stato che si è costituita parte civile, ha riferito che non è stata trovata alcuna traccia di rapporti tra la Segreteria di Stato e Cecilia Zulema, pseudonimo di Cecilia Marogna.