Il soccorso ai migranti nel Mediterraneo: arriva la prima nave umanitaria punk
di Alessia CanditoÈ musica, che dei generi ha rotto i canoni. È un'etica e uno stile di vita. E adesso il punk è anche una nave umanitaria. Scafo blu, bassa sull'acqua per agevolare le operazioni di soccorso, un cavalluccio marino con inconfondibile cresta per logo, la Sea Punk I è pronta per la sua prima missione nel Mediterraneo. Tutta costruita dal basso e per un motivo semplice: "Nessuno può essere lasciato indietro".
Dietro ci sono tre fratelli che con il mare e il punk hanno sempre avuto a che fare, una rete che nel tempo si è strutturata, due anni di lavoro, una raccolta fondi di successo e una campagna di informazione e una solida convinzione: "Se puoi aiutare, devi farlo. E nel Mediterraneo è evidente che ci sia bisogno di aiuto", dice Gerson.
Insieme ai fratelli Benny e Raphael, è stato lui a dare vita al progetto "nato quasi per caso", racconta. "Stavamo facendo un breve viaggio insieme a nos…
È musica, che dei generi ha rotto i canoni. È un'etica e uno stile di vita. E adesso il punk è anche una nave umanitaria. Scafo blu, bassa sull'acqua per agevolare le operazioni di soccorso, un cavalluccio marino con inconfondibile cresta per logo, la Sea Punk I è pronta per la sua prima missione nel Mediterraneo. Tutta costruita dal basso e per un motivo semplice: "Nessuno può essere lasciato indietro".
Dietro ci sono tre fratelli che con il mare e il punk hanno sempre avuto a che fare, una rete che nel tempo si è strutturata, due anni di lavoro, una raccolta fondi di successo e una campagna di informazione e una solida convinzione: "Se puoi aiutare, devi farlo. E nel Mediterraneo è evidente che ci sia bisogno di aiuto", dice Gerson.
Insieme ai fratelli Benny e Raphael, è stato lui a dare vita al progetto "nato quasi per caso", racconta. "Stavamo facendo un breve viaggio insieme a nostro padre, quando Raphael, che è un meccanico navale, ha detto che voleva mettersi in proprio con un piccolo rimorchiatore per yacht. Poi ci ha mostrato la nave e subito ci siamo detti: perché non usarla come nave di soccorso?". Da lì è partita la collaborazione con i collettivi tedeschi che si occupano di salvataggio in mare, ha preso vita la Rise Above, ma la collaborazione con la crew che poi l'ha messa in mare è finita prima del varo.
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"Abbiamo deciso di riprovare da soli. Grazie ad una campagna di raccolta fondi terminata alla fine del 2021, all'inizio del 2022 abbiamo acquistato Sea Punk I". Nel frattempo si sono strutturati rete e associazione, con persone diverse che hanno dato una mano in cantiere, come nell'attività di fund raising e informazione e "adesso siamo trentacinque, con attorno circa centocinquanta persone che si rendono utili come possono". A bordo invece sono tredici, marittimi di professione e volontari, ma tutti, per questa prima missione, tempo e lavoro lo offrono gratis.
Perché? Alla base, c'è un'obiettivo comune - salvare vite - e la convinzione che tocchi agire in prima persona, perché la comunità ha tutti gli strumenti per risolvere problemi senza fare ricorso a esperti a pagamento o attori istituzionali. "Stiamo imparando nel processo", spiega Gerson, "riceviamo aiuto dagli altri e rendiamo le cose possibili grazie alla solidarietà".
Pura etica Diy (do it yourself), che di certo punk è colonna vertebrale. Un mondo che per altro ha aiutato parecchio nella costruzione della nuova nave, "ci ha permesso di ottenere più attenzione per il lavoro che stiamo facendo, come sensibilizzare molte persone sui problemi che il nostro stile di vita occidentale produce e l'impatto che ha sul resto del mondo".
Molto, troppo, nel Mediterraneo si traduce in un'emorragia di vite umane e nella trasformazione di un mare nato per essere ponte in una fossa comune. "Chi cerca una vita migliore in Europa, lo fa per motivi molto precisi. E la politica europea deve cambiare per aiutare queste persone", dice Gerson, a nome di tutto il collettivo che sta dietro alla nuova nave e all'associazione. "Pensiamo che ci sia una mancanza di solidarietà nei confronti del sud del mondo e una comprensione molto sbagliata dell'impatto del nostro stile di vita su chi non ha avuto la stessa fortuna di vivere come noi". Anche perché, aggiunge, alla base c'è un inconsapevole, quotidiano razzismo che infetta comportamenti, atteggiamenti e orientamenti "in particolare nella politica dei Paesi europei. Siamo tutti uguali, ma non trattati come tali".
Una lettura che hanno condiviso in parecchi - band incluse - che hanno contribuito a finanziare la nuova nave. Una mano l'ha data anche Sea Watch. Certo, facile non è stato perché ci sono i garbugli burocratici imposti dagli Stati di bandiera, il processo è lento e gli standard alti. Per quanto piccola, la Sea Punk I, spiega Gerson, "deve comunque soddisfare le stesse esigenze di qualsiasi altra nave di soccorso per quanto riguarda la cura delle persone che aiutiamo in mare".
Alla luce delle recenti modifiche legislative, un'attività diventata sempre più complessa, che per le navi Ong da mesi significa perentori ordini di raggiungere un porto, anche a quattro o cinque giorni di navigazione, dopo un unico salvataggio, minacce di fermi e multe come quelli di recente incassati dalla Louise Michel, in generale nuovi ostacoli all'attività di salvataggio in mare.
"Cercheremo di adattarci al nuovo quadro legislativo, ma per molti aspetti non è possibile e dobbiamo lavorarci. Ciò che ci spaventa di più è l'inattività della Ue. Finché non ci sarà un'azione comune nel supportare le persone in movimento, le cose peggioreranno. L'Unione europea deve agire e deve farlo rapidamente, altrimenti sarà responsabile della morte di ancora più persone", annuncia Gerson. Ripensamenti, anche quando il quadro legislativo si è complicato, non ne hanno avuti mai. E difficilmente, assicura, ne avranno in futuro: "Continueremo questa battaglia contro una politica disumana e a lottare per la solidarietà con le persone in movimento". E in mare - promette - ci staranno il più a lungo possibile.