Cronaca

Due dei poliziotti accusati a Verona erano già sotto inchiesta per tortura, ma vennero lasciati in servizio

Due dei poliziotti accusati a Verona erano già sotto inchiesta per tortura, ma vennero lasciati in servizio
(ansa)

Su 104 uomini delle Volanti della Questura è coinvolto uno su 5: ecco la rete di complicità che coprì le violenze degli agenti
 

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

2 minuti di lettura

VERONA - Assistente capo Michele Tubaldo. E agente scelto Davide Cracco. Finora i loro nomi sono stati citati poco e niente nelle cronache dello scandalo della questura di Verona. Ma la storia di questi due poliziotti racconta perché le torture e le sevizie nei confronti degli "ultimi" della città non siano solo il comportamento deviato di cinque mele marce, quanto piuttosto il sintomo di un metodo. Un "abituale utilizzo di violenza gratuita", "un modus operandi consolidato", per usare le parole della gip Livia Magri. Metodo cresciuto negli anni grazie alla complicità di molti, troppi colleghi. E alla negligenza dei vertici dell'ufficio che non hanno fatto tutto ciò che dovevano e potevano per evitare gli abusi.

Perché nessuno è intervenuto?

Tubaldo e Cracco facevano parte della squadra Volanti accusata di uno dei pestaggi oggetto dell'indagine, quello di Mattia Tacchi. Eppure quando ad agosto partecipano alla spedizione, capeggiati dall'agente Alessandro Migliore (Tubaldo è accusato di aver partecipato attivamente alla violenza), i loro nomi erano già noti agli uffici giudiziari: risultavano iscritti nel registro degli indagati per tortura e lesioni per la denuncia presentata da tre cittadini nordafricani che li accusavano di averli pestati durante un controllo. Esattamente ciò che emergerà pochi mesi dopo nell'inchiesta che martedì ha portato all'arresto di cinque agenti. Perché nessuno era intervenuto prima? Perché l'allora questora Ivana Petricca e l'allora dirigente del reparto Volanti avevano consentito che i due continuassero a operare per strada?

Altri 17 indagati

Sono alcune delle domande cui dovranno rispondere i pm di Verona. Ora che sono finiti ai domiciliari Migliore, Loris Colpini, Federico Tomaselli, Filippo Failla e Roberto Da Rold (gli interrogatori dei cinque cominceranno la prossima settimana) ci sarà da definire la posizione degli altri 17 indagati. Ad alcuni di loro (sui quali pende la richiesta di una misura interdittiva) è contestato il reato di tortura. Tra questi c'è una poliziotta. Per altri invece si ipotizzano condotte omissive che però potrebbero trasformarsi in concorso di reato. Ma c'è di più: molti degli agenti che al momento non sono indagati, ma solo oggetto di approfondimenti di tipo amministrativo, presto potrebbero entrare nell'inchiesta penale.

La cesta marcia

A conferma che a essere marcia era l'intera cesta, e non certo soltanto qualche mela: dei 104 agenti che lavorano alle Volanti - un numero che comprende, oltre agli operativi, anche gli amministrativi - in 22 (il 20 per cento) sono coinvolti. Come ha detto a Repubblica il questore Roberto Massucci, arrivato in città lo scorso aprile a inchiesta appena chiusa, "la Polizia non è disponibile a coprire nessuno". Anche per questo sono stati presi provvedimenti per evitare che casi del genere si possano ripetere: oltre a trasferire tutti gli agenti immischiati, sono state piazzate le telecamere di sorveglianza anche negli angoli bui del reparto, come per esempio il tunnel che veniva utilizzato per pestare i fermati proprio perché ritenuto sicuro perché oscuro. Il punto però è un altro.

Gli orrori dell'acquario

Come scrive la gip Livia Magri, "si deve prendere atto che la pluralità e la gravità dei reati contestati non rappresentano certamente episodi isolati di violenza od occasionali illeciti". I casi registrati dai pm terminano infatti a dicembre, perché in Questura accadono tre cose: la Squadra mobile acquisisce i filmati dell''acquario', la sala di attesa dove i fermati venivano pestati dai colleghi della Volante; alcuni vengono improvvisamente trasferiti a impieghi amministrativi; cominciano i primi interrogatori, compreso quello a Migliore. Sono poliziotti, non fanno fatica a capire cosa stia accadendo. Non a caso c'è chi invita a stare più accorti. "Evitiamo di alzare le mani nell'acquario. Quindi se dovete dare qualche schiaffo, nei corridoi. O nel tunnel come abbiamo sempre fatto", si raccomanda, intercettato, l'assistente capo Dario Fiore.

"Dobbiamo fare attenzione!"

E c'è chi invece prova a smarcarsi, nella speranza di restare indenne dalla slavina. Emblematiche le parole di uno sbirro esperto, Giuseppe Tortora, che ha partecipato alla perquisizione farlocca a casa dei due fratelli albanesi, amici dei "poliziotti ballerini" (andavano nelle loro discoteche a ballare gratis), e per questo graziati nonostante a casa avessero due fucili e una pistola. "Dobbiamo fare attenzione, guagliò!", si sfoga con un collega. "Io voglio andare a casa, come ho sempre fatto in 19 anni di Polizia, bello, tranquillo, poggio la testa su cuscino, gioco con mia figlia. io questo... Le puttanate dei bambini minchia, io non le voglio! Non le voglio! Non le voglio! (...) Noi non facciamo i macellai".