Cronaca

Università, sale il numero dei laureati ma non si ferma la fuga dei cervelli per colpa dei salari troppo bassi

Una lezione organizzata dal Politecnico di Milano
Una lezione organizzata dal Politecnico di Milano 
Presentato il rapporto Almalaurea su 78 atenei italiani. Sempre più giovani concludono gli studi in corso e con voti più alti. Ma restano il gender gap nel mercato del lavoro. E il basso tasso di occupazione rispetto alla media europea. Il Mezzogiorno perde la metà dei neolaureati
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Più giovani laureati, anche se ancora distanti dalla media europea. Ma mal retribuiti e pronti a fuggire all’estero. Nonostante il mercato del lavoro in Italia sia pronto ad accogliere circa il 75 per cento di giovani a un anno dal conseguimento del titolo, le retribuzioni sono sempre più basse con uno stipendio mensile che non supera i 1.400 euro. E su gap di genere l’Italia è ferma al palo: le studentesse sono oltre il 50% della popolazione universitaria, ma hanno più difficoltà a trovare lavoro (gli uomini hanno l’11,7% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne) e abbandonano prima gli studi.

Un milione di testimoni

È la fotografia che mostra il 25esimo Rapporto AlmaLaurea sul profilo e la condizione occupazionale dei laureati nel nostro Paese. Le ricerche hanno coinvolto quasi un milione di laureati in 78 atenei. L’Italia si attesta a una quota di laureati pari al 27% nella fascia d’età 25-34 anni (34,4% tra le donne e 22,3% tra gli uomini), davanti solo alla Romania. E anche sulle competenze digitali il divario tra il nostro Paese e l’Europa è elevato: nel 2019 solo il 22% della popolazione italiana di età 16-74 anni ha dichiarato di possedere competenze digitali elevate, rispetto alla media europea del 31%.

Il Sud in maglia nera

Il quadro tracciato dal rapporto Almalaurea premia le performance universitarie degli studenti, dal momento che aumenta la regolarità con cui gli studenti si laureano (il 62,5% ha concluso gli studi in corso nel 2022, era il 40,7% nel 2012), oltre ai voti di laurea e l’età media che si attestano rispettivamente al 104 sul 110 e 25 anni per i laureati di primo livello. Medaglia nera al Mezzogiorno, dove sono più frequenti rispetto agli atenei del Nord gli abbandoni tra il primo e il secondo anno di studi universitari: il 14,3% nei corsi triennali e il 9,5% nei corsi magistrali a ciclo unico.

Pronti a espatriare

Pronti a partire all’estero. È interessante notare come la quota di giovani accademici pronti a partire, oggi, sia pari al 45,3%: era il 38% nel 2006. Un laureato su tre non ha problemi a trasferirsi in un altro continente, il 27,2% senza cambio residenza e il 43% con cambio residenza. La mobilità interna degli universitari arriva esclusivamente dal Sud Italia: il Mezzogiorno perde quasi il 50% dei suoi neolaureati. Il 28,6% dei laureati che hanno conseguito il diploma al Mezzogiorno ha scelto un ateneo del Centro e del Nord, mentre il 92 per cento di chi proviene dall’estero sceglie di studiare nel Centro-Nord.

"Un'enorme perdita di capitale umano"

“Il Sud se continua così rischia di rimanere un guscio vuoto: è una perdita di capitale enorme. La mobilità è sana ma bisogna poter tornare. Importiamo badanti e manodopera ed esportiamo laureati – dice Ivano Dionigi, già rettore dell’università Alma Mater e oggi presidente del consorzio interuniversitario AlmaLaurea, che rappresenta 80 atenei e circa il 90 per cento dei laureati in Italia – bisogna lavorare sull’orientamento dei laureati e sull’educazione di partenza”. E continua: “A fronte della minaccia dell’autonomia differenziata, alla ricerca spetta il dovere di dire che il sistema universitario o è uno o non è: università, imprese e governo è la triade che deve intervenire per attivare maggiori sostegni e un più capillare diritto allo studio”.

Il lavoretto per mantenersi gli studi

E se le disuguaglianze si accentuano, come testimonia la protesta degli studenti accampati contro il caro affitti, sui servizi universitari gli studenti mostrano tutte le loro riluttanza: cala la quota dei soddisfatti su qualità e costo degli alloggi nell’ultimo biennio a fronte di una crescita degli universitari che hanno preso in affitto un alloggio (sono il 34,9%). A concludere l’identikit attuale dei laureati italiani i dati su esperienze all’estero e lavoro durante gli studi: i giovani, dopo la pandemia, sarebbero meno propensi a periodi di studio all’estero (8,3% dei laureati), piuttosto si sostengono uno o due esami poi convalidati in Italia. Il 64% degli universitari lavora durante gli studi, causa la crisi e l’incertezza economica. Quanto alla tipologia di lavoro? Meglio se in smart working (scelto dal 40% degli studenti) e che lasci tempo libero con orari flessibili.