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Gli affidi dei bimbi speciali negati a single e gay. I giudici: “Non siete adatti”

Marina e Katya con Bea, 3 anni 

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Nell'attesa senza fine di "coppie normali", cioè eterosessuali,  piccoli con disabilità e adolescenti maltrattati restano a vita nelle case famiglia. L’associazione M’aMa. “Uno scandalo abbandonarli”. Ma per Bea, gravemente malata, due mamme lesbiche ce l'hanno fatta.
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Emarginati. Scartati dai tribunali. Lasciati in attese senza fine. Osteggiati da giudici e servizi sociali. Eppure sono gli unici e le uniche che si fanno avanti. Sono coppie gay e single. Dicono sì, mi prenderò cura di quel bambino maltrattato, disabile, abusato, malato, abbandonato in ospedale, rifiutato da tante, troppe famiglie. Invece nell’Italia delle contraddizioni, dove si invoca (giustamente) la riforma delle adozioni per aprirla alle persone Lgbtq+ e ai single, un istituto già presente e attivo, come l’affido familiare, discrimina pesantemente tutte le forme familiari non canoniche. Coppie di persone dello stesso sesso, ma anche donne e uomini single. La denuncia è dell’associazione “M’aMa dalla parte dei bambini”, che con il progetto “AFFIDIamoci” si occupa appunto, su indicazione dei tribunali di tutta Italia, di trovare una famiglia a quei ragazzi che nessuno vuole. Destinati, scarto dopo scarto, …

Emarginati. Scartati dai tribunali. Lasciati in attese senza fine. Osteggiati da giudici e servizi sociali. Eppure sono gli unici e le uniche che si fanno avanti. Sono coppie gay e single. Dicono sì, mi prenderò cura di quel bambino maltrattato, disabile, abusato, malato, abbandonato in ospedale, rifiutato da tante, troppe famiglie. Invece nell’Italia delle contraddizioni, dove si invoca (giustamente) la riforma delle adozioni per aprirla alle persone Lgbtq+ e ai single, un istituto già presente e attivo, come l’affido familiare, discrimina pesantemente tutte le forme familiari non canoniche. Coppie di persone dello stesso sesso, ma anche donne e uomini single. La denuncia è dell’associazione “M’aMa dalla parte dei bambini”, che con il progetto “AFFIDIamoci” si occupa appunto, su indicazione dei tribunali di tutta Italia, di trovare una famiglia a quei ragazzi che nessuno vuole. Destinati, scarto dopo scarto, a restare, sine die, nelle case famiglia.

Quei piccoli malati che nessuno vuole

Karin Falconi, ex bambina cresciuta in una famiglia affidataria, è una delle due (appassionate) fondatrici di “M’aMa” insieme a Emilia Russo. «Da anni ci occupiamo dei minori “difficilmente collocabili”, bambini e bambine con bisogni speciali che nessuno vuole. Riceviamo appelli dai tribunali italiani e li giriamo alla rete delle nostre famiglie che oggi sono quasi quarantamila. Famiglie che hanno già fatto corsi per l’affido, “promosse” come idonee, nuclei di singoli, coppie omosessuali ed eterosessuali. Ma il vero scandalo è la resistenza di molti tribunali ad affidare i minori a soggetti differenti da quella che è ritenuta, ancora, la normalità». Ossia il nucleo di madre e padre. L’associazione “M’aMa”, definita rete delle Mammematte, «perché ci occupiamo di casi limiti, piccoli disabili, sindromi genetiche, gruppi di fratelli, adolescenti terribili», ad ogni appello dei giudici, contatta le proprie famiglie in attesa. «Ciò che accade purtroppo è che i tribunali respingono le nostre disponibilità, nell’attesa, molto spesso vana, di una coppia “normale”». Il risultato è che i ragazzi restano nelle case famiglia. Gran parte dei 23mila minori oggi presenti negli istituti fa parte della categoria “bisogni speciali”.

Storia di Elena e di un affido negato.

È la storia di Elena, 45 anni, single, funzionaria di una multinazionale. «Avevo risposto all’appello di “M’aMa” per l’affido di una ragazzina di 13 anni, più volte respinta da diverse famiglie. Sono stata contattata dai servizi, ho passato tutti gli “esami”».L’avvicinamento tra Elena e Giulia (nome di fantasia) non è facile ma procede. «Stavamo costruendo un rapporto. Ogni weekend Giulia veniva a dormire a casa mia, era così traumatizzata che mi chiedeva di tenerle la mano per tutta la notte. L’avevo già iscritta alla sua nuova scuola». Invece a pochi giorni dal trasferimento qualcosa si inceppa. Senza dare spiegazioni i servizi sociali chiamano Elena e le dicono che quell’affido non si farà. «Lui ho cercati per mesi, ho chiesto che mi spiegassero. Nulla. Non mi hanno nemmeno permesso di salutarla. So che Giulia è ancora in casa famiglia». La voce di Elena si spezza.

La vittoria di due mamme gay per Bea, gravemente disabile

Ci sono Marco e suo marito Lorenzo, 37 e 33 anni, infermiere pediatrico e direttore di negozio. «Abbiamo dato disponibilità per bambini con serie disabilità. Ci hanno sempre esclusi. Gli appelli per quei bambini tre anni dopo sono ancora lì, vuol dire che nessuno li ha voluti». Viene da chiedersi perché.C’è per fortuna, invece, la bella avventura di Marina Mollica e di sua moglie Katya Caterino, 57 e 44 anni, una maestra l’altra educatrice. «Nel nostro cuore c’era posto per un bimbo. Comunque fosse. Abbiamo letto l’appello per Beatrice, che ha la “sindrome del cri-du-chat” ed era stata abbandonata in ospedale. Eravano già idonee all’affido ma abbiamo dovuto superare le resistenze verso il nostro essere lesbiche. Ma ce l’abbiamo fatta. Bea ha 3 anni, è come se avesse otto mesi, ancora non cammina e non parla. Non guarirà mai. Lo sappiamo. E’ e sarà un impegno enorme, ma Bea è la gioia della nostra vita. Oggi ha due mamme, nonni, zii, è la nipotina di tutti. Se non ci fossimo fatte avanti Beatrice sarebbe ancora in casa famiglia. La nostra prossima battaglia: poter adottare Bea, il nostro piccolo fiore speciale».