Maturità, il mio pezzo diventa tema
di Marco BelpolitiE il Covid? Non è stata forse una grande attesa? Non abbiamo dovuto sospendere tutto quello che facevamo in attesa che la pandemia passasse? Non esploravamo forse ogni giorno l’orizzonte digitale, o quello più prossimo a noi, lo spazio fisico che abitavamo nonostante internet, per intravedere i segnali della fine della nuova peste? Cosa abbiamo imparato da questo evento che ha stravolto le vite di molti e lasciato un segno spesso nascosto, ma indelebile, in tutti noi?
L’attesa e l’imprevedibile
Abbiamo imparato che l’attesa è legata all’imprevedibile. Il verbo “attendere” significa “rivolgere l’animo verso qualcosa”, e quel qualcosa appartiene all’ambito dell’imponderabile. L’imprevisto è uno dei motori della esistenza umana, ma lo sforzo della tecnologia attuale è quello di dare una forma all’imprevedibile, di controllarlo: previsioni del tempo, situazione del traffico, prenotazioni, vacanze, viaggi, voli aerei, treni, istruzione, lavoro, insomma tutto, o quasi, deve essere programma…
E il Covid? Non è stata forse una grande attesa? Non abbiamo dovuto sospendere tutto quello che facevamo in attesa che la pandemia passasse? Non esploravamo forse ogni giorno l’orizzonte digitale, o quello più prossimo a noi, lo spazio fisico che abitavamo nonostante internet, per intravedere i segnali della fine della nuova peste? Cosa abbiamo imparato da questo evento che ha stravolto le vite di molti e lasciato un segno spesso nascosto, ma indelebile, in tutti noi?
L’attesa e l’imprevedibile
Abbiamo imparato che l’attesa è legata all’imprevedibile. Il verbo “attendere” significa “rivolgere l’animo verso qualcosa”, e quel qualcosa appartiene all’ambito dell’imponderabile. L’imprevisto è uno dei motori della esistenza umana, ma lo sforzo della tecnologia attuale è quello di dare una forma all’imprevedibile, di controllarlo: previsioni del tempo, situazione del traffico, prenotazioni, vacanze, viaggi, voli aerei, treni, istruzione, lavoro, insomma tutto, o quasi, deve essere programmato e controllabile. Siamo entrati, grazie al digitale, nell’epoca dell’ossessività compulsiva: tutto deve essere verificabile. Ma non è così. Il Covid l’ha sancito. Il computer e lo smartphone avevano, già prima della pandemia, reso l’attesa qualcosa da evitare, per quanto siamo di fatto tutti in continua attesa. Un’evidente contraddizione.
Gli interstizi temporali
La nostra vita è oggi composta d’interstizi temporali che s’interpongono tra una attività e l’altra. La maggior parte di noi non sa come riempirli. In autobus, in metropolitana, in treno siamo piegati sullo strumento elettronico. Non accettiamo il vuoto, il tempo che sembra essere senza tempo, immobile, per quanto scorra in modo inevitabile. La pandemia è stato l’imprevisto che ci ha costretti ad attendere, a trovare motivi per riempire il tempo al di là dello smart working, delle lezioni in Dad, del collegamento con amici, parenti, colleghi, tutti lontani e distanti. Qualcosa di certo l’ha cambiato. Ci ha ricordato che il desiderio è uno dei motori fondamentali della vita umana. Il desiderio era stato sino a quel punto istantaneo, immediato: desidero e mi soddisfo. Oggetti, cose, persone, luoghi, spazi, eccetera: tutto sembra ottenibile attraverso un clic, o almeno così abbiamo creduto — la credenza è una delle grandi forze che indirizzano ancora oggi l’umanità.
Il differimento del desiderio è difficile da accettare. Inoltre il nostro è spesso un desiderio senza contenuto: è il desiderio del desiderio. La pandemia, da parte sua, ha riportato alla ribalta il tema del destino.
Il destino come fermata
Uno degli aspetti che il cosiddetto “tempo reale” ci aveva fatto dimenticare con la sua promessa d’istantaneità, è l’esistenza stessa del “destino”; l’etimo del verbo “destinare” contiene il verbo “fermare”. Il destino come “fermata” è una realtà che noi moderni non contempliamo. La pandemia l’ha reintrodotto nel nostro spazio mentale e culturale? Il Covid ci ha imposto una riflessione sulla nostra mortalità, sul fatto che siamo tutti in attesa della morte. Un tempo la religione ce lo ricordava con i suoi riti. La secolarizzazione ha espulso questo tema delle interrogazioni sulla vita. La pausa allude a questo tema, lo evoca e l’interroga.
Il ritmo lento della vita
Forse per questo, dopo la fine della pandemia, abbiamo risposto, da un lato, con l’intensificazione di tutte le attività che allontanano questo pensiero, mentre dall’altro ha indotto la ricerca di qualcosa di differente in sintonia con un ritmo più lento nel vivere, più vicino alle esigenze imposte dal corpo e dalla ricerca di una diversa spiritualità. Come sempre le tragedie come le pestilenze, le guerre e gli eventi catastrofici producono risposte divergenti e opposte. L’attesa ritorna con la sua domanda impellente in opposizione alla necessità di essere sempre più veloci e rapidi, più efficienti. Ogni trasformazione nella storia dell’umanità ha almeno due facce, opposte e antitetiche. Non è ancora chiaro quale delle due prevarrà. Forse entrambe. ©RIPRODUZIONE RISERVATA