Processo Sloane Avenue, per il cardinale Becciu la procura vaticana chiede 7 anni e 3 mesi di reclusione
di Iacopo ScaramuzziAngelo Becciu
(ansa)Sono passati pochi anni ma sembra un salto d’epoca. Quando nel 2017 il tribunale vaticano celebrò un processo incentrato sulla ristrutturazione dell’attico del cardinale Tarcisio Bertone, il porporato non fu ascoltato neppure come testimone. I cardinali non comparivano davanti ad una corte ordinaria. Poi papa Francesco ha modificato le norme. Così quando è esploso il caso della compravendita-tuffa di un palazzo al centro di Londra, il cardinale Angelo Becciu è finito assieme a funzionari, finanzieri e broker sul banco degli imputati. E ieri, prima della pausa estiva, il procuratore ha chiesto per Sua Eminenza sette anni e tre mesi di reclusione, una multa di 10.329 euro e la confisca di 14 milioni, la quota che la pubblica accusa gli attribuisce del danno prodotto al patrimonio della Santa Sede. Nello Stato pontificio non era mai accaduto che un giudice, laico, chiedesse il carcere per un principe della Chiesa.
L’acquisto del palazzo di Sloane avenue, ora rivenduto dal Vaticano, si ri…
Sono passati pochi anni ma sembra un salto d’epoca. Quando nel 2017 il tribunale vaticano celebrò un processo incentrato sulla ristrutturazione dell’attico del cardinale Tarcisio Bertone, il porporato non fu ascoltato neppure come testimone. I cardinali non comparivano davanti ad una corte ordinaria. Poi papa Francesco ha modificato le norme. Così quando è esploso il caso della compravendita-tuffa di un palazzo al centro di Londra, il cardinale Angelo Becciu è finito assieme a funzionari, finanzieri e broker sul banco degli imputati. E ieri, prima della pausa estiva, il procuratore ha chiesto per Sua Eminenza sette anni e tre mesi di reclusione, una multa di 10.329 euro e la confisca di 14 milioni, la quota che la pubblica accusa gli attribuisce del danno prodotto al patrimonio della Santa Sede. Nello Stato pontificio non era mai accaduto che un giudice, laico, chiedesse il carcere per un principe della Chiesa.
L’acquisto del palazzo di Sloane avenue, ora rivenduto dal Vaticano, si rivelò, secondo la pubblica accusa, una “voragine enorme” per il bilancio, con un ammanco valutato in una forchetta che va dai 139 ai 189 milioni di euro.
Giustizia divina e umana
“La mia innocenza dimostrata nel processo è sotto gli occhi di tutti”, ha commentato Becciu: “Ovviamente la giustizia divina ci sovrasta e con essa tutti dovremmo fare i conti prima o poi”. Prima della Provvidenza, sarà il turno degli avvocati del cardinale sardo e degli altri nove imputati, a settembre, poi dei legali delle parti civili, Segreteria di Stato e Ior, che si considerano parte lesa, e infine, poco prima di Natale, arriverà la sentenza.
Un processo sui generis
A pronunciarla sarà Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma che oltretevere è presidente del tribunale. A parti invertite, il “promotore di giustizia”, Alessandro Diddi, in Italia è avvocato del foro di Roma. Non sono le uniche anomalie. Le difese lamentano che il Papa, legislatore supremo, abbia modificato le norme ad indagini avviate, e hanno più volte reclamato l’accesso ad atti che l’accusa o non ha depositato o ha coperto con “omissis”. Diversi legali parlano di “processo politico”. A riprova della novità giurisprudenziale nell’ordinamento vaticano, il procuratore ha dovuto argomentare lungamente come ha calcolato le condanne richieste.
La disfida tra Becciu e Diddi
Ma dal luglio di due anni fa accusa e difesa se le danno di santa ragione come in un processo normale. E così è venuto fuori che Becciu e i familiari soprannominavano il Papa con poco ossequiosi nomignoli come “Su Mannu” (il capo) e “Zizzu” (Francesco). Che per tentare di avere garanzie che non era riuscito a ottenere per iscritto, il cardinale arrivò a registrare una telefonata con Bergoglio quando questi era convalescente. Che il teste-chiave dell’accusa, monsignor Alberto Perlasca, era suggestionato da due donne che dal processo sarebbero dovute rimanere fuori. E, ancora, che dalla Segreteria di Stato sono partiti finanziamenti – legittimi per la difesa, opachi per l’accusa – ad un’associazione caritatevole presieduta dal fratello di Becciu e a Cecilia Marogna, una eccentrica donna sarda che si presenta come esperta di intelligence. Contestazioni che Diddi ha condito con linguaggio polemico (“Una porcheria”, “un comportamento vile”), e Becciu ha respinto con altrettanto sdegno (“Non può un uomo che si vanta di operare a nome del Papa cadere in simili bassezze!”).
Un sistema da riformare
Nella sua requisitoria finale, Diddi ha chiesto un totale di 73 anni di reclusione per i dieci imputati, più pene interdittive e pecuniarie di vario tipo. Tra le richieste spiccano, per severità, i 13 anni e 3 mesi di reclusione chiesti per Fabrizio Tirabassi, officiale della Segreteria di Stato al centro del negoziato per l’acquisto del palazzo di Sloane avenue, e la richiesta di confiscare ben 172 milioni e 360mila euro al finanziere Raffaele Mincione, inizialmente partner della Santa Sede nell’affare.
Che quelli emersi siano comportamenti illegali, come sostiene l’accusa, o al più inopportuni, saranno i giudici a stabilirlo. Quel che è certo è che il processo ha squadernato un ambiente di incompetenze, ragnatele di rapporti personali, mancanza di rendicontazione e controlli, che hanno già spinto Francesco a privare la Segreteria di Stato dell’autonomia di cassa. Le richieste dell’accusa saranno confermate o smontate. Ma la vicenda del palazzo di Londra ha già segnato la storia del Vaticano.