Cronaca

Processo Sloane avenue, la procura vaticana: “Una voragine dal palazzo di Londra, Becciu il regista”

Processo Sloane avenue, la procura vaticana: “Una voragine dal palazzo di Londra, Becciu il regista”
(ansa)
Danno erariale quantificabile in una forchetta che va dai 139 ai 189 milioni di euro. “Una campagna stampa contro i magistrati”. Il tentativo di riacquisire l’immobile “una pagliacciata”
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La compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra ha procurato alle casse vaticane una “voragine enorme” quantificabile in una forchetta che va dai 139 ai 189 milioni di euro e il cardinale Angelo Becciu aveva la “regia” dell’operazione: è l’accusa formulata dalla procura vaticana nel corso dell’arringa conclusiva del processo in corso nel tribunale vaticano dove il porporato sardo siede sul banco degli imputati.

Una “brillante operazione”

Il promotore di giustizia, che mercoledì prossimo formalizzerà le richieste di condanna, si è concentrato nell’udienza odierna sulla vicenda del palazzo di Sloane avenue, nell’esclusivo quartiere di Chelsea di Londra, acquisito dalla Segreteria di Stato quando Becciu era Sostituto agli affari generali e rivenduto nel 2022. Una “brillante operazione”, ha detto ironicamente Alessandro Diddi, cha ha causato una “voragine enorme”, ossia “un danno erariale da 139 a 189 milioni di euro, a seconda degli scenari che possono essere presi in considerazione”.

Dall’Angola a Londra

Nell’arringa, il procuratore vaticano ha puntato con decisione il dito contro il cardinale Becciu, rinviato a giudizio, assieme ad officiali vaticani e finanzieri esterni, per peculato e abuso d’ufficio. Se nella sua difesa il porporato sardo ha addossato la responsabilità sui suoi sottoposti, egli, secondo la pubblica accusa, “era costantemente informato di quello che avveniva” e “sotto la sua regia”, tra il 2012 e il 2014, si è svolta sia l’operazione Falcon Oil, ossia il progetto, poi abortito, di partecipare ad un’attività di estrazione di petrolio in Angola, poi sostituita dall’investimento nel palazzo di Londra. Due iniziative speculative che, secondo Diddi, facevano parte di un “unico disegno”, di cui l’operazione petrolifera era solo un “antefatto” orchestrato da un gruppo di finanzieri e accettato dalla Segreteria di Stato. Anche il superiore di Becciu, ossia il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, non ha, nella ricostruzione del promotore di giustizia, la stessa responsabilità, avendo solo fornito l’avallo puntuale di una richiesta di finanziamento, “né un’autorizzazione né una ratifica” di tutta l’operazione.

"Una pagliacciata”

Il cardinale Becciu e gli altri imputati sono stati rinviati a giudizio in forza del codice penale vigente in Vaticano, in parte aggiornato da papa Francesco a luglio del 2013. Nella sua arringa, tuttavia, il procuratore vaticano ha più volte ancorato i reati contestati alla costituzione apostolica Pastor Bonus, che regolamentava all’epoca la Curia romana, e al diritto canonico, in particolare il canone 1284 relativo alla “diligenza del buon padre di famiglia” nell’amministrazione dei beni.

Sempre secondo il promotore di giustizia, Becciu ha inoltre disposto “una schermatura dei fondi della Segreteria di Stato per proteggerli dai controlli” della Segreteria vaticana per l’economia. Quando, poi, la Santa Sede ha deciso di liberarsi del palazzo di Londra, e Becciu era ormai prefetto della congregazione per le Cause dei santi, il cardinale ha inoltrato due offerte di di riacquisto, che furono poi declinate, provenienti dal fondo statunitense Fenton Whelan e da Giancarlo Innocenzi Botti: per la pubblica accusa, “la più grande pagliacciata che si sia potuto immaginare in questo procedimento”, la cui “regia”, ancora una volta, sarebbe di Becciu, per “dimostrare che era un buon affare” trovando “qualcuno che ci mettesse la faccia”.

La campagna stampa contro i pm

Secondo Diddi, ancora, “Becciu ha pensato che per lui la cosa migliore non era difendersi nel processo ma difendersi dal processo e per lui la migliore difesa era attaccare quelli che rappresentavano l’autorità giudiziaria”, organizzando una “campagna stampa” contro i magistrati vaticani tesa a “sbugiardarli”.

La natura truffaldina della compravendita, secondo il procuratore vaticano, è provata dal fatto che il valore del palazzo di Londra “è stato pompato nel momento in cui nell’affare doveva entrare la Segreteria di Stato”. In particolare, su suggerimento di Enrico Crasso, che gestiva da anni diversi fondi della Segreteria di Stato, e del finanziere Raffaele Mincione, e con il consenso di Credit Suisse, dove Crasso lavorava, il Vaticano stipulò un particolare tipo di mutuo estremamente vincolante, un “credito Lombard”, nonostante la banca svizzera Ubs, dalla quale Crasso proveniva, lo sconsigliasse.

La difesa: “Nessuna regia”

Secondo i legali del cardinale Becciu, la requisitoria della pubblica accusa dimostrerebbe “la totale assenza di linearità dell’accusa che nel tentativo di difendere la propria indagine contro il Cardinale, franata durante il processo, ha omesso prove e contestazioni per dare spazio a suggestioni e giudizi etici e moralistici perfino sulle modalità con le quali il Cardinale si è difeso”. Il porporato “ha subito per oltre due anni una pesantissima gogna mediatica senza precedenti”, affermano in una nota Maria Concetta Marzo e Fabio Viglione, secondo i quali non vi è stata “nessuna “regia” del Cardinale, che si limitò solo a ratificare la proposta pervenuta dall’ufficio diretto da mons. Perlasca (allora direttore dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato e teste-chiave dell’accusa, ndr.) nell’interesse esclusivo della Santa Sede”.

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