Michela Murgia, quella teologia queer che agita la Chiesa: “Fede e femminismo possono convivere”
di Iacopo ScaramuzziA raccontare il loro primo incontro, una ventata di scompiglio portato 13 anni fa in una sperduta parrocchia della Sardegna, è stata la stessa Michela Murgia. La scrittrice scomparsa di recente partecipò ad una conferenza sull’opportunità di “risarcire” le donne nella Chiesa insieme a Marinella Perroni e ad un’altra teologa. Alla fine della conferenza, racconta la scrittrice nel libro che rilegge in chiave femminista la figura della Madonna, Ave Mary (Einaudi), il prete accennò una protesta, dicendo che nella sua parrocchia le donne non avevano bisogno di essere risarcite perché erano tenute in grande considerazione. “Fu proprio in quel momento che accadde l’irreparabile. Con perfetto tempismo un’anonima voce femminile si levò dalla platea e scandì seccamente questa memorabile chiosa: ‘Per pulire, don Marco!’”, scrive Murgia. “Quella voce diede la stura a un vivace dibattito, durante il quale molte altre voci di donna si levarono senza timidezza”.
“Michela non aveva nessun diploma che…
A raccontare il loro primo incontro, una ventata di scompiglio portato 13 anni fa in una sperduta parrocchia della Sardegna, è stata la stessa Michela Murgia. La scrittrice scomparsa di recente partecipò ad una conferenza sull’opportunità di “risarcire” le donne nella Chiesa insieme a Marinella Perroni e ad un’altra teologa. Alla fine della conferenza, racconta la scrittrice nel libro che rilegge in chiave femminista la figura della Madonna, Ave Mary (Einaudi), il prete accennò una protesta, dicendo che nella sua parrocchia le donne non avevano bisogno di essere risarcite perché erano tenute in grande considerazione. “Fu proprio in quel momento che accadde l’irreparabile. Con perfetto tempismo un’anonima voce femminile si levò dalla platea e scandì seccamente questa memorabile chiosa: ‘Per pulire, don Marco!’”, scrive Murgia. “Quella voce diede la stura a un vivace dibattito, durante il quale molte altre voci di donna si levarono senza timidezza”.
“Michela non aveva nessun diploma che dimostrasse la conclusione di un corso di studi, ma la sua capacità di elaborazione teologica valeva ben più di un baccalaureato qualsiasi”, commenta oggi Marinella Perroni, a lungo docente di Nuovo Testamento presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma. Nessuna ansia di beatificare Murgia, nessun dubbio sulla sua fede, o sulle sue doti teologiche: “Fare teologia significa pensare la fede, e sarebbe il caso che ogni fedele lo facesse, ma Michela faceva molto di più: era una teologa raffinata”.
Gli attacchi dei conservatori
Non tutti sono d’accordo. Le prese di posizione, le battaglie per i diritti civili, le incursioni di Michela Murgia nella teologia e nelle sacre scritture, hanno suscitato plausi e critiche, curiosità e prudenze nel mondo, tutt’altro che monolitico, della Chiesa cattolica italiana. Per la morte il giornale dei vescovi, Avvenire, le ha dedicato articoli elogiativi, non tutti i lettori hanno condiviso, l’Osservatore Romano ha ospitato un ricordo della stessa Marinella Perroni. Dai settori conservatori del cattolicesimo si sono levate voci di protesta nei suoi confronti quando ha pubblicato il suo “catechismo femminista” intitolato God save the queer (Einaudi) e ora, di nuovo, in occasione del suo funerale in chiesa. Il vescovo di Ventimiglia e Sanremo Antonio Suetta, da sempre su posizioni arroccate, ha criticato il fatto che la scrittrice sarda fosse “apertamente in contrasto con l'insegnamento di Chiesa e dottrina cattolica, in particolare per la concezione della famiglia e altri argomenti molto importanti come aborto ed eutanasia”, mettendo in questione la sua qualifica di “teologa”. Sui social una nota influencer, Costanza Miriano, si è spinta a mettere in dubbio la fede di Michela Murgia, scrivendo che “magari l’ha riacquistata nell’ultimo momento, ma perderla l’aveva persa”.
Marinella Perroni, 75 anni, non si scompone. “Se dobbiamo fare il teatrino facciamolo: ognuno ha il suo copione, Costanza Miriano recita il suo…”, sospira la teologa. La professoressa non vede contraddizione alcuna tra la fede cristiana e la scelta di Michela Murgia di avere una famiglia “queer”: “Le ho detto: se qualcuno ti accusa che chiami “figli d’anima” i quattro ragazzi che hai promosso nella crescita intellettuale, morale, spirituale, ricordagli che san Paolo chiama fratelli quelli che non si sono mai visti tra loro! Andare oltre i legami di sangue non è se l’è inventato Michela Murgia. E sputare su di lei dicendo che non è evangelico”, dice la biblista, “rivela quale ignoranza dello spirito del Vangelo ha questa gente”.
Con Vanity fair dal Papa
Chissà se le prese di posizione di Michela Murgia, e i suoi funerali, avrebbero suscitato le stesse reazioni, nella galassia cattolica, se la Chiesa non stesse attraversando un periodo di crisi, se non fosse attraversata da polemiche tra conservatori e progressisti, se non fosse in corso un sinodo e se non ci fosse questo Papa. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche, a fine giugno, la scrittrice sarda ha salutato Francesco nell’udienza che il pontefice argentino ha concesso ad artisti e intellettuali di tutto il mondo nella cappella Sistina. Ha regalato a Bergoglio il numero speciale di Vanity fair da lei diretto e dedicato proprio alla “famiglia queer”: “Mi aveva detto che avrebbe incontrato il Papa”, ricorda ora Marinella Perroni, “e le ho detto: mi raccomando, portaglielo!”. Cosa si siano detti il Pontefice e la scrittrice lo sanno solo loro.
“Il femminismo dentro la fede”
In quella rivista, Murgia indica Marinella Perroni come la persona che le ha mostrato “il femminismo dentro la fede”: “Sono riuscita a perdonare alla Chiesa – affermava la scrittrice sarda – il fatto di non essere all’altezza della parola di Dio soprattutto in relazione alle donne. La Chiesa deve fare ancora passi da gigante ma io posso starci dentro e fare in modo che magari quei passi possano andare più veloci”. La professoressa si schermisce: “Che responsabilità mi ha assegnato…”. Poi ricorda: “Quando ci incontravamo parlavamo di fede e teologia, da donne, da femministe, da intelligenti, sentendoci dentro la chiesa… semplicemente perché è casa mia. E credo che questo atteggiamento per Michela fosse la possibilità di recuperare una Chiesa – non una fede! – con la quale sentiva a fatica di poter essere in comunione”.
In realtà, il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, ha voluto inviare un messaggio per le esequie nel quale ha reso noto che la scrittrice, con cui era in contatto, lo incoraggiava nelle sue missioni di pace. Un altro cardinale, Gianfranco Ravasi, ha tributato alla scrittrice il proprio riconoscimento. Il gesuita Antonio Spadaro, che ha concelebrato i funerali presieduti da don Walter Insero, ha scritto che la fede “è la casa degli uomini e delle donne inquiete”. C’è chi attacca Michela Murgia, e chi, magari con qualche distinguo, le è grato: difficilmente ha lasciato indifferenti in vita e continua oggi a smuovere anche una istituzione complessa come la Chiesa.
Sulla soglia della Chiesa come i gatti
E’ il cuore della “quereness”, il rifiuto di essere definiti da un dentro e da un fuori. Anche rispetto alla Chiesa. In un intervento al Sant’Anselmo, alcuni anni fa, Michela Murgia spiegò la “pratica della soglia” a partire dai gatti: “I gatti sono animali da soglia: quando la porta è chiusa piangono perché la porta venga loro aperta, quando la porta è aperta si mettono dall’altra parte e piangono per rientrare. E’ una condizione di molti credenti”, diceva la scrittrice, “che dentro la Chiesa soffrono per angustia, per mancanza di respiro, spesso per un limite palese di adeguamento allo stare nel tempo presente… dall’altro lato quando stai fuori piangi perché la porta si riapra”.
Spiega Marinella Perroni che “teologia queer in fondo è dire esattamente che Dio non sta dentro i parametri in cui noi necessariamente lo rinchiudiamo a da cui poi lui continuamente si libera, diverge, si discosta. Pensiamo alla parabola del samaritano: più queer di così!”. Si pronuncia teologia queer, si intende teologia trinitaria, e raffinata, secondo l’amica teologa di Murgia. Poi, certo, “siccome la parola queer evoca torsi nudi di gay palestrati che stanno sul carro del gay pride qualcuno si scoccia… ma il punto è che Dio fa esplodere le convenzioni, sennò non è Dio. Non ci si può stupire per un Dio che ama l’eccentrico, il divergente, il fuori dai parametri”.
I canti di Azione cattolica
E non ci si può stupire che Michela Murgia si sentisse a casa, nella Chiesa, nonostante tutto. Ha voluto funerali religiosi, nella basilica di Santa Maria in Montesanto su piazza del Popolo. Tra i canti, quelli dell’Azione cattolica, che la scrittrice cantava negli ultimi giorni di vita, finché aveva fiato, con i “figli d’anima”. A riprova del fatto che la sua esperienza come responsabile dei giovani di Azione cattolica in Sardegna era un caposaldo nella vita di Michela Murgia: “Mi ha spiegato così la decisione di scrivere il “catechismo femminista””, racconta Marinella Perroni: “Non puoi immaginare quanta gente che ho conosciuto allora, soprattutto giovani donne, mi scrivono per chiedermi come riesco a combinare la mia fede con le mie scelte politiche: lo sento profondamente, glielo devo””. Secondo la professoressa, “tutta quella gente che applaudiva instancabilmente in piazza del Popolo le era grata per questo accesso alla fede, per sentirsi confermati nella possibilità di credere”. Michela Murgia, secondo la sua amica teologa, “ha mosso lo spirito: e qualcuno prima di lei (Gesù, ndr.) ha detto che lo Spirito soffia dove vuole””. Se serve, creando scompiglio.