È morto in parete, nelle Dolomiti di Brenta, dove è nato e dove ha trascorso tutta la vita, sempre sognando la sua Patagonia. Ermanno Salvaterra, 68 anni, guida alpina e maestro di sci, campione del chilometro lanciato, per oltre trent’anni membro del Soccorso alpino e storico gestore del rifugio XII Apostoli, tra i più forti arrampicatori dell’alpinismo mondiale dell’ultimo mezzo secolo, è precipitato ieri dal Campanile Alto, pinnacolo di roccia sospeso tra Madonna di Campiglio e Molveno. Poco dopo le 14 stava scalando da primo di cordata lungo la via Hartmann-Krauss. Giunto al terz’ultimo tiro di corda, poco sotto la vetta, si è improvvisamente staccato dalla parete ed è volato nel vuoto sotto gli occhi del suo cliente, che gli faceva sicura, fermo su una cengia. Un volo di oltre venti metri, il dislivello risalito in libera: Salvaterra ha sbattuto più volte schiena e testa contro la roccia, rimbalzando lungo la parete che a quota 2750 si addolcisce. Inutili i soccorsi, chiamati dal cliente sotto shock. Guide e uomini del soccorso alpino, gli amici e i colleghi di una vita, lo hanno raggiunto quando era già morto. Un elicottero ha portato la salma a Madonna di Campiglio, dove l’ha raggiunta la sua famiglia, salita da Pinzolo: la compagna Gabriella, le sorelle Luisa e Flavia, il fratello.
Incerte le cause dell’incidente
Secondo i soccorritori, potrebbe aver ceduto un “friend”, l’appiglio metallico che si inserisce nelle fessure rocciose per agganciare il moschettone e farci passare la corda all’interno. L’alternativa è il cedimento di un appiglio, sotto la mano, o sotto un piede. La notizia della tragedia, lungo una parete considerata facile e che Salvaterra aveva salito decine di volte, ha scosso profondamente la comunità alpinistica internazionale. Ermanno Salvaterra, con Cesare Maestri e Bruno Detassis, è stato uno dei simboli del Gruppo di Brenta. A partire dal 1948 la sua famiglia ha gestito il XII Apostoli, nella Conca di Prato Fiorito, per quasi sessant’anni. La ricca borghesia italiana e le star straniere innamorate delle Dolomiti, anche in questi giorni, cercavano sempre di farsi accompagnare in montagna da lui, anche solo per percorrere in sicurezza le vie delle Bocchette, ascoltando i racconti delle sue imprese tra Alaska, California e Argentina. La sua prima scalata, a 8 anni, sulle Torri d’Agola, in Brenta. Guida alpina e maestro di sci prima dei 24 anni, Salvaterra nel 1980 era partito per gli Usa, attirato dai nuovi profeti dell’arrampicata sportiva nella Yosemite Valley. Assieme a Maurizio Giarolli, amico e compagno di imprese, era presto passato in Patagonia, amore mai abbandonato. Nel 1983, con Giarolli, aveva salito il Cerro Torre. Nella stessa stagione, primato storico, con Giarolli ed Elio Orlandi aveva toccato la vetta anche del Fitz Roy. «Aveva un’energia e un entusiasmo irraggiungibili — ricorda commosso Giarolli –. Bruciava anche i più forti, per una ventina d’anni nessuno è riuscito a tenere il suo passo. E’ stato forte e completo su ogni tipo di terreno, dal ghiaccio alla roccia».
Da allora Salvaterra non ha più abbandonato la Patagonia, dove era arrivato sulla scia di Cesare Maestri, chiamato dall’amico Cesarino Fava, che in una lettera gli aveva scritto: “Vieni, qui c’è pane per i tuoi denti”. Nel Brenta tornava solo per la stagione estiva, per gestire il XII Apostoli e portare i clienti sulle Dolomiti. «Sulle Alpi è un’estate maledetta — dice Maurizio Dellantonio, presidente nazionale del Soccorso alpino — . Sei alpinisti di altissimo livello morti in poche settimane: Salvaterra in Brenta, Diego Zanesco sopra Cortina d’Ampezzo, Mattia Amort sulla Roda di Vael, i finanzieri Lorenzo Parioni e Giulio Alberto Pacchione sul Mangart, l’altoatesina Elisabeth Lardschneider in Himalaya. Fatalità diverse, ma ci avvolge una grande tristezza, anche al pensiero della loro generosità». L’ultima impresa di Salvaterra, pochi giorni fa: un incontro in Brenta con un gruppo di bambini disabili, portati a scalare per dimostrare che la fiducia fa superare ogni ostacolo.