Un anno di attesa e l’esame del Dna per piangere la morte di una madre
di Paolo Di PaoloAnche se non si aspetta chi non può tornare, un figlio rimasto orfano ha aspettato a lungo. Per essere precisi, ha aspettato un anno - quello trascorso dalla notte del 15 settembre del 2022. La notte in cui l’alluvione ha cancellato Cantiano e travolto una decina di paesi nelle Marche. A Ostra Vetere, Brunella Chiù era con la figlia Noemi a bordo di un’auto che l’acqua ha trascinato lontano, nel buio. Il corpo di Brunella, l’unica dispersa, è stato ritrovato a oltre trecento chilometri, al largo delle isole Tremiti un paio di mesi dopo. Solo ora è stato identificato, dopo tappe di riconoscimento lente, sghembe e mal gestite. Irriconoscibile com’era, al momento in cui è stato rinvenuto, non si è potuto attribuire un sesso, una storia, un nome a quel corpo.
Così, l’identità a cui ci aggrappiamo, l’identità che un documento traduce in dati anagrafici, rivela la sua vulnerabilità, la sua evanescenza. Trecento giorni e trecento chilometri in là: un tempo e uno spazio, il loro impalpabile, …
Anche se non si aspetta chi non può tornare, un figlio rimasto orfano ha aspettato a lungo. Per essere precisi, ha aspettato un anno - quello trascorso dalla notte del 15 settembre del 2022. La notte in cui l’alluvione ha cancellato Cantiano e travolto una decina di paesi nelle Marche. A Ostra Vetere, Brunella Chiù era con la figlia Noemi a bordo di un’auto che l’acqua ha trascinato lontano, nel buio. Il corpo di Brunella, l’unica dispersa, è stato ritrovato a oltre trecento chilometri, al largo delle isole Tremiti un paio di mesi dopo. Solo ora è stato identificato, dopo tappe di riconoscimento lente, sghembe e mal gestite. Irriconoscibile com’era, al momento in cui è stato rinvenuto, non si è potuto attribuire un sesso, una storia, un nome a quel corpo.
Così, l’identità a cui ci aggrappiamo, l’identità che un documento traduce in dati anagrafici, rivela la sua vulnerabilità, la sua evanescenza. Trecento giorni e trecento chilometri in là: un tempo e uno spazio, il loro impalpabile, impercettibile lavorio, un’ostinata opera di erosione. Dove la memoria trattiene, dove l’attesa si ostina, il dolore insiste, le forze naturali - le non umane - non osservano lutti. La pietà di Antigone, incongrua o no che sia sul piano della legge del re, è comunque ferocemente inosservata, ignorata dal vento e dalla polvere.
Allo stesso modo il mare, che pure ha restituito il corpo di una donna, non ha custodito i tratti che la rendevano lei agli occhi di chi l’ha amata e continua ad amarla. L’esito di un test genetico, che lavora sul non visibile a occhio nudo, offre la risposta sicura e definitiva che interrompe l’attesa e che tuttavia non basta a confortare.
La storia lunga e disperante di questo riconoscimento tardivo non ha molto da insegnarci. O forse sì, qualcosa sull’imperizia e sulla fallibilità (il primo perito che inciampa, che sbaglia); e qualcosa ancora - un vecchio ritornello, una lezione imparata a memoria e dimenticata di continuo - sulla nostra fragilità. Spoglie mortali, si dice. Amabili resti. Ci impressiona il lungo, inerte, spaventoso viaggio di un corpo per acqua come l’incubo delle notti peggiori, la verità di un destino comune e inaggirabile anche quando è meno feroce. Pensarci fa male. E solo la memoria dei vivi può salvare ciò che altrimenti non è possibile salvare: il corpo, un corpo, è sempre quello, «prima e dopo la fondazione di Roma, nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo»: ,«pelle sottile, e subito sotto - sangue», denti e unghie, ossa fragili, giunture stirabili. L’anima, se c’è, vaga, sparisce, ritorna, inafferrabile. Il corpo - come ha scritto una volta per tutte la poetessa polacca Wislawa Szymborska - «c’è, e c’è, e c’è e non trova riparo».