Cronaca

La Loggia Ungheria: “Nient’altro che una favola. E Amara un faccendiere alla ricerca di vantaggi personali”

Piero Amara

Piero Amara

 

Nessun elemento per confermare l’esistenza dell’associazione segreta. Si trattava di “un sistema opaco di influenze per influenzare le scelte delle istituzioni, in particolare quelle del Csm”

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Alla fine era un racconto “insussistente”, con “assenza di riscontri" o "elementi". Una favola, quella della Loggia Ungheria, narrata dal più abile cantastorie moderno, il grande faccendiere Piero Amara. Che ha fatto mettere a verbale le scorribande di una “loggia massonica coperta” nata per influenzare nomine in politica, magistratura e tra i ranghi dell’amministrazione italiana.

“Nessuna associazione segreta”

Ma di favola si è trattato. Perché la Loggia Ungheria non è mai esistita. Lo ha scritto il tribunale di Perugia nel provvedimento con il quale la giudice Angela Avila, accogliendo in toto le tesi della procura di Raffaele Cantone, archivia il procedimento a carico dell’avvocato siciliano e di altri otto personaggi già avvezzi alle cronache giudiziarie: “Manca la struttura organizzativa dell’associazione segreta”, si legge nel provvedimento. Le “iniziative” di cui parla Amara “non sono attribuibili a un gruppo organizzato” e “non emerge” l’attività di “un gruppo specifico di persone tra di loro associate, segretamente, diretta ad interferire sull’esercizio di istituzioni pubbliche”.

"Le relazioni per influenzare”

Il caso è chiuso. Ma quando cala il sipario, i titoli di coda rivelano uno spaccato tutt’altro che edificante. Una foto che racconta di “condotte di mera pressione o di influenza poste in essere di volta in volta dai singoli soggetti per conseguire finalità esclusivamente personali, occasionalmente perseguite, che consistono in una serie di iniziative individuali dirette a influenzare l’esercizio delle funzioni pubbliche avvalendosi di una significativa rete di relazioni”.

"Spunti di indagine utilmente perseguibili”

Fatti così opachi che il giudice di Perugia li definisce come “spunti di indagine utilmente perseguibili”, circostanze che “meritano di per sé un’autonoma valutazione da parte dell’autorità giudiziaria”. Il mutismo del vecchio socio di Amara, Alessandro Ferraro, che si avvale della facoltà di non rispondere proprio quando è al centro di vicende processuali che potrebbero costargli la galera, e sceglie di diventare l'ultimo custode dei segreti dell'avvocato.

Fughe di notizie e indagini compromesse

La gip sottolinea nel provvedimento come le fughe di notizie abbiano compromesso le indagini. Le smentite, le denunce per calunnia e il ridimensionamento della narrazione che ha portato lo stesso Amara a definire come un’associazione “deludente” quella che un tempo descriveva come una “loggia con obiettivi simili alla P2”. Sono solo alcuni degli elementi contro cui si è schiantata la ricostruzione dell’avvocato. Qualcosa però è accaduto. Faccendieri, magistrati, imprenditori, avvocati e alte sfere della vita politica italiana sono entrate in contatto.

L’attività di pressione sul Csm

Perché quella narrata da Amara non era, è vero, un’associazione segreta ma era “un’attività di pressione o influenza finalizzata a dirigere le scelte delle istituzioni, in particolare quelle del Csm”. Era il tentativo di replicare su scala nazionale il “sistema Siracusa”, quello schema che ha visto diversi magistrati e imprenditori al servizio dell’avvocato. Non era una loggia. Era “il sistema Amara”. Quello in cui esistono relazioni che anche se vengono smentite dagli interessati trovano riscontri nelle chat e nei pizzini. Come quello trovato a casa di Denis Verdini: “Amara (ndr) mi presenta Piantedosi. Mi ha invitato decine di volte a casa sua e in altri luoghi; Sono andato una sola volta a casa dove ho incontrato Piantedosi”, scrive l’ormai ex politico, mentre le sue chat rivelano che è ad Amara che chiedeva curriculum per “Cons di Stato”.

"Le mire di Matteo Piantedosi”

Il nome dell’attuale ministro dell’Interno compare cinque volte nelle 120 pagine scritte dal giudice di Perugia. La prima nel file da cui è iniziato tutto, “Keep Wild”, quello che secondo Amara avrebbe provato l’esistenza di questa fantomatica associazione segreta: “Matteo Piantedosi: attualmente vice capo della polizia. Punterebbe a diventare capo della polizia oppure direttore dell’Aisi”.

Si torna a parlare poi di Piantedosi nei verbali di interrogatorio. Verdini dice infatti che Amara “mi parlò di Piantedosi… all’epoca era in disgrazia nell’ambito del Ministero. Probabilmente Amara aveva dei rapporti con Piantedosi ma non so di che natura”. Anche Vincenzo Armanna, ex manager ENI, parla di Piantedosi ai pm: “Ho conosciuto Piantedosi tramite Amara”, dice. Nulla di più.

Attorno alla fantomatica loggia Ungheria non resta quindi più niente. Tranne una domanda: perché Amara, senza che nessuno gliene chiedesse conto, ha raccontato tutto ciò auto-accusandosi di gravi reati? “È una persona molto complicata", dice Armanna, “è più furbo del diavolo, ma non è uno che c’ha una strategia, c’è qualcuno che in questo momento lo sta utilizzando per fare qualcosa. Che cosa? Non ne ho idea”.

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