Mestre, manovra azzardata o distrazione. Le altre ipotesi sulla strage del bus
di Francesco Furlan , Vera MantengoliMESTRE — Cavalcavia di Mestre, carreggiata a due corsie, senso unico di marcia. Alle 19.38 di martedì c’è un pullman fermo al semaforo rosso. Freccia sinistra accesa, deve imboccare lo svincolo per Marghera. Sulla corsia di destra arriva da Venezia l’autobus guidato da Alberto Rizzotto.
Il suo mezzo elettrico affianca il pullman e, pochi secondi dopo, lo si vede precipitare dal cavalcavia. Si consuma così la strage dei turisti. Due telecamere di sorveglianza del circuito comunale hanno ripreso l’incidente. E permettono di provare a ricostruire l’inferno di Mestre, 21 vittime di sette Paesi, e 15 feriti.
Ci sono alcuni punti «abbastanza fermi», per usare le parole del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi: sull’asfalto non ci sono segni di frenata; non ci sono stati e non risultano urti o contatti con altri mezzi; le fiamme, «anche se non si può parlare di un vero e proprio incendio, del fumo si è sprigionato d…
MESTRE — Cavalcavia di Mestre, carreggiata a due corsie, senso unico di marcia. Alle 19.38 di martedì c’è un pullman fermo al semaforo rosso. Freccia sinistra accesa, deve imboccare lo svincolo per Marghera. Sulla corsia di destra arriva da Venezia l’autobus guidato da Alberto Rizzotto.
Il suo mezzo elettrico affianca il pullman e, pochi secondi dopo, lo si vede precipitare dal cavalcavia. Si consuma così la strage dei turisti. Due telecamere di sorveglianza del circuito comunale hanno ripreso l’incidente. E permettono di provare a ricostruire l’inferno di Mestre, 21 vittime di sette Paesi, e 15 feriti.
Ci sono alcuni punti «abbastanza fermi», per usare le parole del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi: sull’asfalto non ci sono segni di frenata; non ci sono stati e non risultano urti o contatti con altri mezzi; le fiamme, «anche se non si può parlare di un vero e proprio incendio, del fumo si è sprigionato dalle batterie al litio per una fuoriuscita di gas», sono divampate solo dopo il volo del mezzo da dieci metri. Esclusa quindi l’ipotesi, circolata in un primo momento, che un principio d’incendio avesse coinvolto il bus prima dell’impatto con il guardrail, «strisciato per circa cinquanta metri».
Il varco
Dopo i primi trenta metri, in corrispondenza di un varco, un’interruzione della protezione di poco più di due metri, l’autobus è sbandato ancora un po’ a destra, salendo sulla spalletta di cinque centimetri. Ha abbattuto il guardrail che riprendeva poco più in là e, continuando la sua corsa, ha sfondato l’ulteriore ringhiera di protezione. Si è rovesciato cadendo da un’altezza di dieci metri. Una trappola mortale per i turisti di ritorno da una giornata a Venezia. Cinque minuti e, grazie al servizio navetta, sarebbero arrivarti al campeggio Hu di Marghera. È proprio il vecchio guardrail del cavalcavia della Vempa, così come tutti lo chiamano a Mestre, uno degli aspetti sui quali si stanno concentrando le indagini della procura di Venezia che ha aperto un fascicolo, al momento contro ignoti, per omicidio stradale plurimo colposo.
Nessun urto
«La prima impressione», racconta un testimone che era in auto e seguiva di cinquanta metri il bus, «è che l’autista abbia come cercato di evitare il pullman fermo al semaforo, forse per uno scarto a destra. Poi siamo stati tutti accecati dal bagliore rosso dei freni». Tuttavia, i segni sul guardrail sono evidenti già prima del semaforo. E urti non ce ne sono stati. «Ci è stato confermato dai pochi feriti che, per ora, siamo riusciti a sentire. Nessuno ha sentito un urto sulla sinistra. Nessuno ha sentito l’autista urlare o dire qualcosa», aggiunge Cherchi.
La pista del malore
Resta in piedi la pista del malore. Non è scartata quella della distrazione. La procura ha disposto accertamenti sul telefonino dell’autista che, prima di prendere servizio, aveva pubblicato su Facebook il post: “Navetta per Venezia”, geo-localizzandosi al campeggio Hu. «Sono verifiche di rito sul cellulare per ricostruire in maniera più sicura i fatti», fanno sapere dalla procura che nelle prossime ore conferirà l’incarico per l’autopsia su Rizzotto. Oltre a guardrail, autobus e telefonino, è stato disposto il sequestro della “scatola nera” dell’autobus: potrebbe essere decisiva per l’inchiesta. Contiene un disco con le registrazioni della telecamera anteriore del bus e delle due interne che dovrebbero aver ripreso anche l’autista.
Il riconoscimento delle vittime
Gli investigatori stanno cercando di capire se l’accesso al disco e ai filmati si configuri come un accertamento tecnico irripetibile: se così fosse bisognerà aspettare gli sviluppi dell’inchiesta per dare a tutti i coinvolti — parti offese e indagati — la possibilità di partecipare con un perito. Per definire gli aspetti tecnici dell’inchiesta ieri c’è stata una riunione tra Cherchi, il pubblico ministero titolare del fascicolo, Laura Cameli e la polizia locale, delegata alle indagini per la ricostruzione dell’incidente. I carabinieri sono stati incaricati di raccogliere le testimonianze e la polizia di stato, con la Medicina legale di Padova, si è occupata del riconoscimento delle salme, lungo e complesso perché alcuni dei passeggeri non avevano documenti, tanto che si è ipotizzato il ricorso al test del Dna.