Cronaca

Strade e ponti chiusi, Marche nel pantano: le dieci incompiute a un anno dal diluvio

L'alluvione a Cantiano (Pu)

L'alluvione a Cantiano (Pu)

 
Viaggio nei paesi distrutti dal disastro del settembre 2022: nulla è cambiato, nessun lavoro avviato
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BARBARA (Ancona) — Tiziano Luconi guarda il ponte sulla Corinaldese e con un sorriso a denti stretti dice: «Non ho parole, ci sono due ruspe finalmente al lavoro. Le fotografo subito. Stanno togliendo adesso gli alberi che hanno travolto il mio Matti. Al dolore si somma la consapevolezza di essere soli». Tiziano è il papà di Mattia che con i suoi 8 anni è stata la vittima più giovane dell’alluvione che ha colpito le Marche il 15 settembre 2022. Ogni giorno percorre in moto la strada tra Barbara e Castelleone. Qui il suo bambino è stato risucchiato dalla melma nera.

La lunga attesa

Sono trascorsi 386 giorni e 9.264 ore dal giorno in cui vennero inghiottite da fango e pietre le vite di 13 persone. Giorni e ore di sostanziale immobilità da parte di chi doveva e poteva subito agire: la struttura commissariale per lo stato d’emergenza. I marchigiani lottano da soli contro le ferite che hanno deviato i percorsi degli affetti e della vita di ogni giorno su strade alternative. Ci sono ponti ancora crollati o instabili, strade cancellate o poco sicure, fiumi pieni di detriti. Sembra che nulla sia cambiato o, comunque, se è mutato lo è di poco.

Gli psicologi per gli attacchi di panico

Le Marche sono abbandonate a se stesse, in attesa della prossima catastrofe naturale, con l’80 per cento dei bambini seguiti dagli psicologi per attacchi di panico alle prime piogge e oltre 150 sfollati che hanno perso tutto il loro passato. Di oltre 50 chilometri di letto del Misa, il fiume più importante nella provincia di Ancona, è stato ripulito poco più del 10 per cento. Ghiaia, tronchi d’albero, detriti popolano ancora anche il Nevola, altri 30 chilometri. Al territorio abbandonato si aggiunge la rabbia per le indagini mai chiuse, rallentate per un cambio di procura a marzo scorso.

Ancora nessun colpevole

Nonostante l’impegno dei magistrati dell’Aquila la strage, al momento, resta senza colpevoli. All’inerzia si contrappone l’attività del comitato “Tra 2 fiumi”, costituito all’indomani della tragedia e che conta oltre 100 aziende e circa 500 cittadini dei 17 Comuni colpiti dall’alluvione. Una denuncia è stata depositata in procura per «delitto colposo di pericolo» con una mappa del “non fatto” dopo «avere inviato un documento riassuntivo e di sollecito a tutti», dice l’avvocata Roberta Alessandrini, legale del comitato. Che aggiunge: «Abbiamo avuto diversi incontri con Regione e Ufficio del commissario delegato e anche molte promesse, siamo fermi alle parole. Non si possono attendere le grandi progettazioni quando ancora mancano gli interventi di urgenza. Il territorio è in pericolo».

Quei fondi mai spesi

Il governo ha stanziato 400 milioni per lo stato di emergenza, la Regione con il suo commissario straordinario Francesco Acquaroli ne ha consegnati fino ad agosto 44. Il generale Paolo Francesco Figliuolo, commissario straordinario per la ricostruzione delle regioni colpite dalle alluvioni, ha annunciato due giorni fa a Pesaro che altri 55 milioni sono in arrivo per le Marche. Nelle settimane scorse in due conferenze in pompa magna sono stati presentati i lavori per due ponti — il Garibaldi a Senigallia e il Coppetto a Arcevia — che però non sono ancora iniziati in un caso. Nell’altro la prima ruspa è arrivata appena lunedì. «Molti interventi sono stati eseguiti nei territori con sindaci di centrodestra, come Senigallia, ma non dove c’era davvero bisogno: da Barbara, Castelleone a Serra de’ Conti», denuncia Andrea Storoni, coordinatore dei circoli del Pd dell’entroterra di Senigallia, Misa e Nevola. Repubblica ha cerchiato in rosso dieci interventi, tra i tanti, che non sono mai iniziati o sono stati eseguiti in parte (vedi la mappa qui sotto). Lavori di cui si è chiesto riscontro alla Regione che non ha mai risposto alle nostre domande.

Fiumi e detriti

Si parte da Sassoferrato con il suo centro a quasi 400 metri di altitudine sul versante orientale dell’Appennino. Da qui il 15 settembre sono piombati a valle pietre e tronchi, finiti anche nel torrente Sanguerone che nasce a oltre mille metri di altezza. È stato ripulito subito dopo ma solo a metà. Il sindaco Maurizio Greci alle 19,30 di quel 15 settembre fu il primo a chiamare la sala operativa regionale della Protezione civile. «Ma c’era un solo operatore», racconta. Alle 23,30, hanno ricostruito gli investigatori, si è costituito il Coc quando già si contavano le vittime. Tredici chilometri e qualche metro, ad Arcevia cambia lo scenario. O meglio, qui il mostro di fango, pietre e acqua ha cancellato la strada Magnadorsa al Molino Spoletini. «Per arrivare al mulino si deve fare un giro che scoraggia chi lo cerca e la beffa è che il titolare aveva deciso di ampliare la sede ma adesso ha fermato tutto. Aspettiamo che qualcuno si decida a intervenire, il Comune non può far nulla», ci tiene a precisare il sindaco Dario Perticaroli.

Strade e ponti crollati

Viabilità in ginocchio come a Serra de’ Conti, dove passa il fiume Misa e si piange ancora il bibliotecario Michele Bomprezzi, morto intrappolato dentro la sua auto. Ebbene, dei dieci ponti crollati per la furia dell’acqua, otto sono rimasti tali. La Regione ha fatto sistemare pietre ai lati del fiume che, con le prime piogge, sono rotolate in mezzo all’alveo. Fa spallucce la sindaca Letizia Perticaroli: «Siamo punto e a capo, stanno ripulendo il fiume adesso quando dovevano intervenire un anno fa».

Lunedì a Ostra Vetere, dieci minuti in auto da Serra de’ Conti, è arrivato il primo operaio per i lavori di somma urgenza al ponte del Coppetto che fece da tappo a detriti, terra, alberi che arrivavano dai borghi più in alto. Il 6 settembre è stato presentato il progetto di ricostruzione per 4 milioni con lavori da ultimare nel 2024. Nella zona industriale dello stesso comune, la Zipa, dove si uniscono i fiumi Misa e Nevola, invece c’è la strada dell’assurdo. È la Provinciale 12 e attraversa il Nevola: non corre sui piloni, ha i fianchi chiusi e bucati da piccoli oblò.

La strada provinciale che soffoca i fiumi

«Già nell’alluvione del 2014 quella strada mostrò la sua inadeguatezza. In quest’ultima l’acqua è ritornata indietro e la Zipa si è trasformata in una grande vasca con danni che si possono immaginare», spiega Ivan Spadoni, titolare di un’azienda di cioccolato. Ma nessuno si è posto il problema di intervenire. La Sp 12 resta lì, a soffocare i fiumi. Barbara e Castelleone hanno più di un ponte impraticabile. Nel fiume Nevola, che le attraversa, la ghiaia è a pelo d’acqua. «Dicono in Regione che temono le denunce degli ambientalisti. Lo capirebbe anche un bambino che prima si devono ripulire i fiumi. I ponti sono scoppiati e si è creato l’effetto Vajont», dice Andrea Morsucci del comitato “Tra 2 fiumi”. Pochi chilometri e si arriva a Trecastelli, dove perse la vita Maria Luisa Sereni. Qui sono stati insufficienti i lavori eseguiti a monte con una “cestonata” lunga circa cento metri per raccogliere acqua. A gennaio e marzo le piogge hanno fatto crollare tutti i massi che la circondavano, adesso sono a rischio frana. Mentre nei giorni scorsi sono stati firmati nuovi decreti per 1,6 milioni: lavori sui fiumi Nevola, Cesano e Torrente Burano, dove già si era intervenuti.

Il ponte costruito all’interno degli argini

L’ultimo Comune di Ancona colpito dai danni è Senigallia, sul mare e attraversato dal Misa. Paolo Manoni, il titolare del Caffè Portici, continua a fotografare incredulo il ponte “degli Angeli”, inaugurato appena nel 2021 dopo 2,5 milioni di lavori e che si trova di fronte al suo bar. Doveva mettere in sicurezza la città ma è troppo basso e costruito all’interno degli argini. «Nessuno se ne cura», è sconsolato. Si stanziano invece 4 milioni per ricostruire il ponte Garibaldi, crollato in parte per l’esondazione. E resta abbandonato il ponte che collega l’Arceviese alla Corinaldese, due strade che scorrono lungo i fiumi e adesso non più percorribili. Una condanna per chi guida e deve affrontare una deviazione di 10 chilometri.

Record di danni

L’alluvione ha divorato anche la provincia di Pesaro-Urbino. Cantiano con i suoi 70 milioni di danni è tra i comuni più disastrati. I due torrenti, il Burano e il Bevano, sono esondati. Ma non sono stati mai ripuliti a fondo e messi in sicurezza. Mentre nella vicina Serra Sant’Abbondio dei 50 milioni conteggiati per la ricostruzione non è arrivato nemmeno un euro. Il Comune di appena 920 abitanti resta a guardare le sue sei strade e la piazza principale chiuse: i fiumi interrati sono esplosi facendo saltare in aria l’asfalto. Adesso si guarda al passato per spiegare il presente. «Dagli anni Ottanta i proprietari di terreno non possono più ripulire la loro porzione di sponda del fiume. Sono state create l’autorità di bacino e il Consorzio di bonifica per ripulire dentro e fuori i fiumi su disposizione della Regione. Ma siamo davanti a 40 anni di degrado», si guarda attorno Andrea Morsucci e scuote la testa.

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