Lia Levi: “Troppi segnali inquietanti, per la prima volta penso che una nuova Shoah sia possibile”
di Raffaella De SantisLia Levi
Lia Levi lo dice subito: «Per la prima volta penso che una nuova Shoah sia possibile». La scrittrice, che compirà tra qualche giorno 92 anni, è scioccata dai tanti segnali che parlano di una ripresa di vigore dell’antisemitismo. «Confesso che il mio ottimismo sta vacillando. L’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre ha segnato per me uno spartiacque, ha fatto cambiare il mio modo di ragionare. Prima del 7 ottobre alla domanda ogni tanto riemergente su un possibile secondo Olocausto rispondevo “mai più”, considerando quell’orrore come una tappa negativa nella storia del mondo, impossibile da ripetersi. Oggi non ne sono più convinta e questo mi addolora profondamente». Lia Levi, scrittrice votata alla testimonianza della più grande tragedia del Novecento, ha da poco pubblicato Insieme con la vostra famiglia (e/o), un libro che ha al centro la grande retata di ebrei a Roma avvenuta il 16 ottobre 1943.
Come si esce da tanto odio?
«All’odio non si risponde con l’odio. Nonostante tut…
Lia Levi lo dice subito: «Per la prima volta penso che una nuova Shoah sia possibile». La scrittrice, che compirà tra qualche giorno 92 anni, è scioccata dai tanti segnali che parlano di una ripresa di vigore dell’antisemitismo. «Confesso che il mio ottimismo sta vacillando. L’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre ha segnato per me uno spartiacque, ha fatto cambiare il mio modo di ragionare. Prima del 7 ottobre alla domanda ogni tanto riemergente su un possibile secondo Olocausto rispondevo “mai più”, considerando quell’orrore come una tappa negativa nella storia del mondo, impossibile da ripetersi. Oggi non ne sono più convinta e questo mi addolora profondamente». Lia Levi, scrittrice votata alla testimonianza della più grande tragedia del Novecento, ha da poco pubblicato Insieme con la vostra famiglia (e/o), un libro che ha al centro la grande retata di ebrei a Roma avvenuta il 16 ottobre 1943.
Come si esce da tanto odio?
«All’odio non si risponde con l’odio. Nonostante tutto anche oggi, dopo aver visto quello che abbiamo visto, bambini uccisi senza pietà, vecchi catturati con violenza, ragazzi sottratti alle loro famiglie con brutalità, non riesco ad odiare. Sono però sconfortata e non so immaginare come se ne potrà uscire e quando. Ci sono cose che mi fanno pensare il peggio. Ha sentito quelle telefonate di Hamas nelle quali viene contato il numero di ebrei uccisi? È terribile. Vorrei però fare un passo indietro nella mia storia personale per far capire che cosa sto provando. Come ho raccontato in Una bambina e basta sono scampata alla retata del 16 ottobre perché mia madre mi ha nascosta sotto falso nome in un convento di suore. Ho preso consapevolezza man mano della Shoah e ho dedicato alla testimonianza la mia vita di scrittrice».
È quindi d’accordo con quanto Niall Ferguson ha detto a Repubblica: siamo in pericolo come nel 1939?
«So bene che le condizioni storiche sono diverse, che allora il razzismo era una faccenda di Stato e che oggi le nostre democrazie hanno gli strumenti per difenderci. Ma i segnali di un nuovo antisemitismo sono inquietanti. La mia fiducia vacilla».
Che cosa l’ha scossa di più?
«Una serie di eventi. Dalle manifestazioni pro-Palestina piene di slogan contro gli ebrei alle pietre di inciampo, il cui danneggiamento assume un significato anche simbolico, perché si colpisce il presente attraverso emblemi del passato. Un gesto di cancellazione: è come se Michele Ezio Spizzichino e Amedeo Spagnoletto o Eugenio e Giacomo Spizzichino, tutti deportati nei campi, venissero uccisi una seconda volta».
È giusto distinguere tra palestinesi e Hamas?
«Uno degli slogan tornati in auge in questi giorni invoca la libertà della Palestina “dal fiume Giordano al mare”. È in ballo il riconoscimento stesso dello Stato di Israele, che ricordiamo nasce per una risoluzione delle Nazioni Unite. Le faccio notare che dopo l’attacco del 7 ottobre sono scattati invece immediati i “ma” e i “però”…».
Non è importante la contestualizzazione storica? Questa guerra sta mietendo migliaia di vittime tra i civili.
«Recentemente mi sono imbattuta in una cronaca del processo di Norimberga. A un nazista che imputa agli Alleati il bombardamento di Dresda, si risponde, cito a memoria: «E’ vero che tutte le vite dei civili sono uguali ma non sono uguali i modi. L’uccisione deliberata è un crimine, ma la perdita di civili non intenzionale è purtroppo inevitabile nelle azioni di guerra».
Vede soluzioni all’orizzonte?
«Bisognerebbe trovarle, la verità è che manca un vero leader, un Nelson Mandela del Medio Oriente. In ogni caso, qualunque progetto non può prescindere dalla distruzione di Hamas. Quello che mi dispiace è che tra le vittime israeliane del 7 ottobre c’erano persone che lavoravano nella cooperazione tra i due popoli, donne che contribuivano al dialogo con azioni concrete, curando i malati o organizzando attività culturali comuni».
Parte della sua attività sulla testimonianza è nelle scuole. Andrà a parlare di questa guerra agli studenti?
«Non credo, è una situazione delicata, ho paura di fraintendimenti. Mi piacerebbe certo che gli studenti conoscessero bene la storia e che non si lasciassero trasportare dalle emozioni. Mi sembra che stiamo portando i sentimenti all’ammasso, con il rischio che le emozioni vincano sulla ragione».