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La stanza di Giulia Cecchettin: i libri, i disegni iniziati, il tempo fermo alla sera in cui è sparita

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Sulla scrivania i colori e le penne da illustratrice. Il padre Gino ha voluto seppellirla con accanto la prima pagina di “Orgoglio e pregiudizio”. E del suo assassino dice: “Difficile perdonare Filippo”
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VIGONOVO (Venezia) – La stanza è buia, “intatta da quel giorno”. Gino Cecchettin accende la luce e si muove piano come per non far rumore, il letto disfatto, le giacche appese nell’armadio aperto, un orso polare con la sciarpa gialla incorniciato sul comodino, fiori secchi nella bottiglia trasformata in vaso. Il papà di Giulia si ferma e fa un gesto con le mani come per mostrare l’istantanea definitiva, il senso di tutto, di ieri oggi e domani: “Questa era lei”. La ragazza, la studentessa, la figlia, la sorella, l’amica per cui in migliaia hanno fatto rumore.

I biglietti da visita, “l’ordine creativo”

Lei qui è in ogni cosa, dalla scorsa estate questo era il suo rifugio al primo piano, ogni tanto il papà passava e la vedeva sulla poltroncina, seduta di traverso, come su un’amaca, e le diceva: “Così ti fai male alla schiena!”. Lei rideva e rispondeva: “Ciao papino...”. I suoi sogni di giovane donna sono rimasti sulla scrivania in disordine, anzi in “ordine creativo”, e chi ha il coragg…

VIGONOVO (Venezia) – La stanza è buia, “intatta da quel giorno”. Gino Cecchettin accende la luce e si muove piano come per non far rumore, il letto disfatto, le giacche appese nell’armadio aperto, un orso polare con la sciarpa gialla incorniciato sul comodino, fiori secchi nella bottiglia trasformata in vaso. Il papà di Giulia si ferma e fa un gesto con le mani come per mostrare l’istantanea definitiva, il senso di tutto, di ieri oggi e domani: “Questa era lei”. La ragazza, la studentessa, la figlia, la sorella, l’amica per cui in migliaia hanno fatto rumore.

I biglietti da visita, “l’ordine creativo”

Lei qui è in ogni cosa, dalla scorsa estate questo era il suo rifugio al primo piano, ogni tanto il papà passava e la vedeva sulla poltroncina, seduta di traverso, come su un’amaca, e le diceva: “Così ti fai male alla schiena!”. Lei rideva e rispondeva: “Ciao papino...”. I suoi sogni di giovane donna sono rimasti sulla scrivania in disordine, anzi in “ordine creativo”, e chi ha il coraggio di sistemarli? Ci sono i biglietti da visita gialli con il suo nome, “Giulia Cecchettin”, il profilo Instagram, la mail e il disegno di una fetta di torta: amava i dolci, le brioche piene di crema e quando andava negli hotel era felice perché a colazione c’era il buffet. Sulla scrivania ci sono le bozze a matita dei suoi personaggi buffi: una volta vinse un premio per un coccodrillo con le scarpe. Poi agende, quaderni, album, l’astuccio, i colori per dipingere, un bicchiere con pennelli, forbici e penne, carpette e raccoglitori, la colla e i ritagli di giornale. Nella libreria Jane Austen, la sua scrittrice preferita, Virginia Woolf, Dostoevskij, Leopardi, volumi sulle piante e un testo che s’intitola Calando, libro illustrato per ragazzi dallo spagnolo Roger Olmos: racconta la vita di un anziano vista dagli occhi della moglie che lo accudisce e lo ama per tutta la vita.

La scuola a Saonara, il sogno dei libri per bambini

Giulia Cecchettin era nata il 5 maggio 2001, aveva 22 anni. Aveva frequentato la materna, le elementari e le medie a Saonara, paese vicino a Vigonovo, dove passava tanto tempo con i nonni, e il liceo classico al Tito Livio di Padova, città dove un giorno sognava di comprare una casa “piena di edera”. Una volta aveva accarezzato l’idea di diventare insegnante, poi d’accordo con i genitori prevalse la scelta di una facoltà che le permettesse di trovare subito un lavoro sicuro, per “sistemarsi”. Corso di laurea in Ingegneria biomedica, ormai era fatta, a novembre si sarebbe laureata, ma cinque giorni prima è stata uccisa. Intanto aveva iniziato la scuola di Comics a Reggio Emilia per diventare illustratrice di libri per bambini: “C’erano quindici posti e l’avevano presa – racconta il padre -. Aveva paura a chiedermi di andare perché temeva il mio giudizio. Le dissi: amore, quella scuola non è un punto di arrivo ma di partenza, vai e cerca di diventare la più grande illustratrice d’Italia. Era felicissima. Aveva iniziato il primo ottobre”.

Una pagina del libro con lei: “Le ho stretto forte le mani”

Giulia amava il vintage, come raccontano le stampe incollate alle pareti della sua stanza, le vecchie Cinquecento “e avrebbe voluto vivere dentro Orgoglio e pregiudizio”. La mattina del funerale, la prima pagina del romanzo-capolavoro, e un orsacchiotto che aveva sin da bambina, sono stati sistemati accanto a lei. “In quel momento ho preso le sue mani e le ho strette forte, avrei riconosciuto le sue dita affusolate tra mille, per pochi secondi ho avuto la sensazione di averla ancora con me. Ho pianto anche un po’ di felicità per averlo fatto”, dice il papà.

Le tovagliette con i nomi, le lacrime dal macellaio, gli armadi da aprire

Gino, la moglie Monica, che non c’è più, e i loro tre figli, per colazione usavano tovagliette con sopra le iniziali dei nomi. In un anno sono diventate quattro, poi tre, ieri due dopo la partenza di Elena, che studia a Vienna. Così Gino e Davide sono andati a fare colazione al bar per evitare questo conteggio. Pure il macellaio ha pianto quando il papà l’altro giorno non ha comprato il solito numero di fettine di carne, metà da mangiare subito, l’altra metà da congelare, ma stavolta un paio in meno. Finalmente, a casa, Gino riusciva ad aprire un armadio senza commuoversi. Ora gli armadi difficili da aprire sono due. “La vita di tutti i giorni è strana, non è netta come la morte, ma frammentata. Butti nel cesto la biancheria da lavare, poi succede una tragedia del genere e quel cesto ti restituisce una parte del passato: la camicetta lavata e stirata la porti nella sua stanza, ma lei non c’è più. E del dolore ho imparato una cosa, che non devi evitarlo. Se ci passi attraverso, una volta, due volte, ti rende più forte”.

Le domande senza risposta: "Ho smesso di darmi colpe”

E se pensa a quella sera dell’11 novembre, quando Giulia ha iniziato a morire a centocinquanta passi da casa, Gino si fa solo una domanda: “Dovevo andare a prendere mio figlio in centro a Padova, se mi fossi svegliato mezz’ora prima magari incrociavo Giulia nel momento più difficile della sua vita. La mattina dopo, quando mi sono svegliato, era già tutto finito. Per cui ho smesso di darmi colpe”. Né vuole affrontare il tema del mancato intervento di una pattuglia dopo l’allarme lanciato da un testimone, “se ci sarà qualche verifica da fare la faranno gli organi preposti, io non rivango, parliamo di un passato che non si può cambiare, io voglio parlare di futuro”.

Gli insulti all’arbitra: “Fai la fine di Giulia”

Il futuro è il suo discorso ai funerali che per molti andrebbe letto nelle scuole, o l’idea di creare un’associazione, una fondazione, una borsa di studio in nome della figlia, per aiutare le “tante Giulie” che ci sono e ci saranno, perché, finito questo clamore, cosa succederà? L’altro giorno, durante una partita di basket tra ragazzi a Padova, un papà ha insultato l’arbitra di 17 anni dicendole che deve fare la fine “di quella di Vigonovo”. “Sapete che quello è il campionato dove gioca mio figlio? Quindi, probabilmente, al ritorno troverò quel papà sugli spalti. Spero qualcuno si sia indignato, lo abbia invitato a uscire o lo abbia denunciato. Ma io penso più a suo figlio: come crescerà? Bene il rumore, le fiaccolate, ma poi i giovani si formano con noi genitori, a scuola, sui campi. Gli uomini devono cambiare, il primo passo dobbiamo farlo noi anche solo come esame di coscienza. Siamo affetti da un retaggio che viene dal passato dove l’uomo fa la parte della figura forte”. A Gino Cecchettin è pure toccato andare dai poliziotti della Postale, in questi giorni, per far chiudere “pagine non autorizzate o denigratorie” sulla figlia.

"Io posso tornare a ridere, i genitori di Filippo no”

“Cos’altro vi serve da queste vite”, viene da chiedersi al tramonto di una storia sbagliata, ora che Gino varca il cancello del cimitero di Saonara. Al papà chiedono se contempla la parola perdono e lui risponde sempre col suo tono calmo: “È una cosa veramente difficile. Neanche Gesù ha perdonato i suoi carnefici, ha chiesto a Dio di farlo”. Per Filippo Turetta spera “che si renda conto di quello che ha fatto”.

Molte più parole dona a Daniele e Elisabetta, i genitori del 21enne in carcere per il femminicidio: “Il papà di Filippo mi ha mandato un messaggio il giorno prima dei funerali. Ha voluto esprimermi la loro vicinanza, li ho ringraziati. A cuore aperto dico: per loro provo dispiacere. Perché io devo imparare a danzare sotto la pioggia, ho già ripreso a sorridere, la vita è un susseguirsi di dolore e risate. Anche dopo i funerali, con Davide e Elena pensavamo a Giulia, al suo modo buffo di ballare quando mettevamo un brano techno, e ci siamo messi a ridere. I genitori di Filippo quando ritorneranno a farlo?”. Pensa queste cose, Gino Cecchettin, e nella cameretta al primo piano si spegne di nuovo la luce sui colori e i disegni e il letto in disordine, e lui va giù in cucina perché tra poco torna Davide da scuola e c’è da preparare il pranzo.

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