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La luna può attendere, flop delle nuove missioni: così a mezzo secolo da Armstrong sembra ancora più lontana

(reuters)
Il fisico Battiston: “La tecnologia si è evoluta ma non la meccanica”
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La Luna può attendere: slitta il ritorno degli esseri umani sul satellite naturale della Terra. L’ultima volta era successo nel 1972, tappa conclusiva dell’eroico programma Apollo, iniziato con il primo allunaggio del 16 luglio 1969. E sarebbe dovuto accadere di nuovo l’anno prossimo, come aveva confermato nel 2022 in una intervista a Repubblica l’Amministratore della National Aeronautics and Space Administration William “Bill” Nelson: «Entro due anni (quindi nel 2024, ndr) saremo pronti a far partire 4 astronauti per una missione di 10 giorni. Orbiteranno intorno alla Luna e torneranno indietro per testare le strumentazioni e gli equipaggiamenti», aveva dichiarato Nelson. «Mentre i piedi sulla Luna li metteremo alla fine del 2025: un equipaggio di quattro persone sulla Orion: a bordo del lander che si poserà sul Polo Sud ci saranno un uomo e la prima donna a compiere un allunaggio. Da da quel momento speriamo di tornare sulla Luna con equipaggi una volta all’anno”.

La Luna può attendere: slitta il ritorno degli esseri umani sul satellite naturale della Terra. L’ultima volta era successo nel 1972, tappa conclusiva dell’eroico programma Apollo, iniziato con il primo allunaggio del 16 luglio 1969. E sarebbe dovuto accadere di nuovo l’anno prossimo, come aveva confermato nel 2022 in una intervista a Repubblica l’Amministratore della National Aeronautics and Space Administration William “Bill” Nelson: «Entro due anni (quindi nel 2024, ndr) saremo pronti a far partire 4 astronauti per una missione di 10 giorni. Orbiteranno intorno alla Luna e torneranno indietro per testare le strumentazioni e gli equipaggiamenti», aveva dichiarato Nelson. «Mentre i piedi sulla Luna li metteremo alla fine del 2025: un equipaggio di quattro persone sulla Orion: a bordo del lander che si poserà sul Polo Sud ci saranno un uomo e la prima donna a compiere un allunaggio. Da da quel momento speriamo di tornare sulla Luna con equipaggi una volta all’anno”.

Ma nei mesi scorsi le cose si devono essere complicate, se l’altro giorno lo stesso Nelson ha dovuto ammainare la bandiera dell’ottimismo e annunciare il rinvio: slittano di un anno sia la missione “intorno” alla Luna (ora pianificata per il settembre 2025), sia lo sbarco vero e proprio sul satellite della Terra: non prima del settembre 2026. «Voleremo solo quando saremo pronti», ha spiegato il capo della Nasa.

L’annuncio di Trump

Il ritorno sulla Luna era stato annunciato dall’amministrazione Trump nel 2017: se davvero si concretizzerà nel 2026, saranno passati nove anni. Uno in più rispetto al periodo trascorso tra l’annuncio del presidente Kennedy nel 1961 e «il passo gigantesco per l’umanità» compiuto per la prima volta da Neil Armstrong e Buzz Aldrin. E allora si partiva praticamente da zero.

È dunque naturale domandarsi perché sia così difficile tornare sulla Luna, nonostante l’esperienza accumulata dagli Sessanta a oggi in fatto di missioni spaziali e nonostante il progresso tecnologico registrato in oltre mezzo secolo: si ripete spesso che i normali smartphone odierni abbiano potenze (almeno in termini di memoria) milioni di volte superiori a quelle dei computer di bordo delle navicelle Apollo.

Il rinvio della Nasa

Il rinvio della Nasa è stato motivato da problemi tecnici non ancora risolti. In particolare non darebbero sufficienti garanzie di affidabilità alcune valvole del colossale razzo SLS, lo scudo termico della capsula Orion che dovrà riportare gli astronauti sulla Terra e perfino le tute spaziali da indossare sulla Luna.

C’è poi da mettere a punto il sistema di allunaggio e di ripartenza dal satellite, che la Nasa ha affidato alla SpaceX di Elon Musk e che dovrebbe funzionare sullo stesso principio della Starship: razzo che decolla e poi riatterra verticalmente. Ma per essere sicuri che funzioni andrà sperimentato sulla Luna, in missioni prive di equipaggio umano. Insomma, ci vorrà tempo.

«La complessità del progetto Artemis è assai superiore a quella delle missioni Apollo», spiega Roberto Battiston, professore di fisica all’Università di Trento, ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana e attento osservatore della space economy. «Negli anni Sessanta si concepirono spedizioni che puntavano a brevissimi soggiorni degli astronauti sul suolo lunare per poi riportarli sulla Terra. Oggi invece si vuole andare sulla Luna per restarci: dunque occorre progettare razzi più potenti, capaci di trasportare persone e attrezzature, ed è soprattutto per quest’ultimo aspetto la Nasa si è rivolta a SpaceX». Inoltre, per trascorrere lunghi periodi in un ambiente ostile, con temperature che oscillano tra i + 150 e i — 90 gradi, in assenza di ossigeno e di un’atmosfera che filtri i raggi cosmici, occorrono tute e protezioni che mezzo secolo fa non erano necessarie. «Infine — aggiunge Battiston — l’enorme progresso tecnologico cui abbiamo assistito negli ultimi decenni riguarda soprattutto il digitale, le comunicazioni e la potenza di calcolo. Ma non la meccanica: certo abbiamo nuovi materiali, ma le valvole di oggi non è che siano poi così diverse da quelle degli anni Sessanta. Non a caso il rinvio annunciato dalla Nasa dipende principalmente da aspetti meccanici ancora da perfezionare».

La difficoltà di mettere in rampa di lancio il ritorno sulla Luna ha certamente a che fare con problemi tecnici. Ma non è che ne mancassero nel 1961, quando JFK “ordinò” alla Nasa di allestire la missione Apollo. C’era pero anche una straordinaria motivazione politica (la Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica) e di conseguenza una mobilitazione di risorse economiche senza precedenti. Il programma Apollo costò agli Stati Uniti 28 miliardi di dollari dell’epoca, una cifra che attualizzata varrebbe 280 miliardi di dollari odierni. Mentre il budget destinato ad Artemis dovrebbe restare abbondantemente al di sotto dei 100 miliardi di dollari, pur contemplando infrastrutture permanenti come lo Space Gateway, una stazione orbitante intorno alla Luna che diverrà un punto di appoggio per gli astronauti nel loro via-vai da e per la Terra. «La verità però — conclude Battiston — è che la nostra tecnologia, nonostante i progressi, non è in grado di eguagliare la natura. Gli organismi viventi in caso di incidente si autoriparano. Le nostre viti e i nostri bulloni no. Possiamo puntare solo sulla ridondanza: metterne più di quante ne servano. Ma sulla Luna, a 380 mila chilometri dalla Terra, potrebbe non essere sufficiente».

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