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Le parole sono importanti: femminicidi e violenza sulle donne, come combattere il sessismo usando il linguaggio giusto

Stereotipi, donne senza voce, titoli clickbait: nei media c’è ancora molto da fare per scardinare un sistema comunicativo che diventa vittimizzazione secondaria
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Lui le preparava i biscotti. Lui ha agito perché accecato dalla gelosia. Lui era una persona tranquilla, un bravo papà. Lei? Voleva lasciarlo. Lei? Aveva deciso di chiudere la loro storia e non voleva dargli un’altra possibilità. Come si racconta la violenza di genere? Come si parla e si fa informazione sui casi di stupro o su un femminicidio?

Per quanto quelli sopra siano esempi reali e recenti, “e per quanto il lavoro da fare sia ancora tanto, negli ultimi dieci anni la rappresentazione della violenza di genere è cambiata molto”. Lo rivendica, con un po’ di orgoglio, Serena Bersani, presidente di GiULia, acronimo di ‘giornaliste unite libere autonome’. Perché dal 2011, quando l’associazione è nata, il loro impegno, concretizzato anche dal Manifesto di Venezia, è proprio quello di cercare di scardinare stereotipi della narrazione di vicende che – vale la pena ricordarlo – ancora fino al 1981 dovevano fare i conti con un codice penale che prevedeva pene minime (da tre a sette anni) pe…

Lui le preparava i biscotti. Lui ha agito perché accecato dalla gelosia. Lui era una persona tranquilla, un bravo papà. Lei? Voleva lasciarlo. Lei? Aveva deciso di chiudere la loro storia e non voleva dargli un’altra possibilità. Come si racconta la violenza di genere? Come si parla e si fa informazione sui casi di stupro o su un femminicidio?

Per quanto quelli sopra siano esempi reali e recenti, “e per quanto il lavoro da fare sia ancora tanto, negli ultimi dieci anni la rappresentazione della violenza di genere è cambiata molto”. Lo rivendica, con un po’ di orgoglio, Serena Bersani, presidente di GiULia, acronimo di ‘giornaliste unite libere autonome’. Perché dal 2011, quando l’associazione è nata, il loro impegno, concretizzato anche dal Manifesto di Venezia, è proprio quello di cercare di scardinare stereotipi della narrazione di vicende che – vale la pena ricordarlo – ancora fino al 1981 dovevano fare i conti con un codice penale che prevedeva pene minime (da tre a sette anni) per il delitto d’onore. “La parola femminicidio fino a qualche anno fa quasi non esisteva in italiano, nel 2023 la Treccani l’ha indicata come parola dell’anno: certo, è tristissimo perché indice di un fenomeno drammatico, ma questo vuol dire anche che ormai è entrata nell’uso comune”.

C’è un altro momento importante, nel modo in cui si raccontano i femminicidi, ed è sempre datato 2023. Perché se quella parola è un marcatore di senso, “con il caso di Giulia Cecchettin abbiamo assistito a una mobilitazione nuova, grazie anche al padre e alla sorella di Giulia che hanno dato voce alla vittima: di solito le donne sono oggetto ma non soggetto della notizia, e se sono morte non hanno voce. La loro decisione di diffondere gli audio con la sua voce le ha dato un modo per raccontarsi”. Monia Azzalini è ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia e dell’università Ca’ Foscari di Venezia, il suo ultimo lavoro tratta della “Rappresentazioni di genere nel linguaggio dei TG italiani” ed è proprio nella sua lunga esperienza di ricerca e analisi che nota come negli ultimi anni “si assista a una tendenza anche nella programmazione dei telegiornali che è quella di uno spostamento dell’interesse per i casi di femminicidio dal racconto episodico alla narrazione fenomenologica: e questo è molto importante perché riporta un fatto al suo contesto”. Azzalini è anche co-coordinatrice del Global media monitoring project, il più ampio progetto internazionale sulla rappresentazione di donne e uomini nel mondo dell’informazione, ed è proprio grazie a queste ricerche che può ribadire come nell’informazione quotidiana italiana le donne “hanno meno visibilità come protagoniste e più come vittime, ed è un gap che altrove si è invece molto ridotto”.

E torniamo alle parole. Perché, come spiega Bersani, “termini come raptus ce né voluto per scardinarli. Per sciatteria, ma soprattutto perché sopravvivono degli schemi mentali non più accettabili”. Questione di età? Anche: “C’è anche una questione generazionale, colleghi più giovani hanno una sensibilità al politicamente corretto che li porta automaticamente a non usare certi termini”. Una osservazione quotidiana che coincide con gli studi a cui si rifà Azzalini: “Margaret Gallagher scriveva che spesso le notizie che non includono le donne, o che le raccontano male e in modo stereotipato sono frutto di una routine di produzione da parte di giornalisti che non sono consapevoli dei danni che producono, e questo è peggiorato oggi dai tempi sempre più veloci della produzione digitale”. Siti e social, dove lo stereotipo e la vittimizzazione secondaria sono più che rischi, perché “la gente legge il titolo e l’attacco, in quelle tre righe se c’è una parola sbagliata è quella che resta, per non dire quando c’è il dolo aperto, tra titoli clickbait e commenti non filtrati”, aggiunge Bersani.

E quindi? E quindi serve formazione e aggiornamento continuo, servono indicazioni omogenee (“ma non imposizioni”) e l’esempio, a partire dalle istituzioni. Guardando, come spiega ancora Azzalini, a un futuro che è già realtà, quello dell’Intelligenza artificiale. L’università di Pavia in collaborazione con quella di Groningen, Paesi Bassi, ha sviluppato un algoritmo per prevedere l’effetto che la scelta di determinate parole può avere sul lettore, orientandone così il punto di vista, utilizzando notizie prese dai giornali sui femminicidi e fornendo all’algoritmo le percezioni suscitate in 250 persone. Un esempio? Lo fa Azzalini: “Dire che un uomo ha ucciso una donna è diverso dal dire che una donna è stata uccisa da un uomo: a seconda di come è costruita la frase, in forma attiva o passiva, si trasmette non solo l’informazione su chi sia il soggetto, ma si porta il lettore o l’ascoltatore anche a percepire diversamente la responsabilità”.

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