Mentre nel centro di Roma Elly Schlein sfila alla fiaccolata per chiedere la liberazione di Ilaria Salis, il ministro Carlo Nordio: “I domiciliari in Ungheria? La famiglia ha perso un anno”.Il Guardasigilla rimprovera, ancora una volta, Roberto Salis, sua moglie e i legali che li assistono per il ritardo con cui hanno deciso, solo ora, di chiedere la misura cautelare a Budapest. "Più che opportuno questo passaggio era obbligato", spiega il ministro della Giustizia a SkyTg24 – Abbiamo spiegato alla famiglia Salis che chiedere i domiciliari in Italia al giudice ungherese era un passo giuridicamente sbagliato, perché la legge non lo consente. Purtroppo hanno perso un anno. Se avessero chiesto da subito gli arresti domiciliari in Ungheria, tutto questo forse non sarebbe accaduto”.
Parole che fanno infuriare l’opposizione: “Non so se si renda conto della gravità quando attribuisce la responsabilità della detenzione di Ilaria Salis ai suoi familiari – replica la responsabile Giustizia del Pd Deborah Serracchiani – Spero quasi non ne sia consapevole perché altrimenti saremmo di fronte a un caso di cinismo senza precedenti”. "Sconcertanti, deprimenti, offensive, umilianti – secondo Nicola Fratoianni le dichiarazioni del ministro – Che dopo un anno il governo si sia svegliato e oggi scarichi sulla famiglia le responsabilità di questo anno è semplicemente indecente”.
Ilaria Salis, l’ostaggio
Ma, al di là dello scontro politica, sulla scelta della famiglia Salis di chiedere soltanto ora i domiciliari In Ungheria hanno pesato almeno quattro fattori. E infatti Roberto Salis replica a Metropolis di Repubblica: "Il ministro Nordio non è informato dei fatti. Preferisco avere un atteggiamento diverso da lui, chiedo di controllare bene i fatti e di controllare certe dichiarazioni, che su mia moglie sono state molto devastanti. Mi aspetto un atteggiamento dalle istituzioni conseguente al loro lavoro”.
Metropolis/501 - Papà Salis: "Dichiarazioni Nordio irricevibili, parole devastanti su mia moglie"
La speranza nella diplomazia
In questo anno infatti c’è stata anzitutto la speranza che la diplomazia e la politica si muovessero per riportare in Italia Ilaria Salis facendo leva su una decisione quadro del 2009 dell’Unione europea che sancisce il reciproco riconoscimento delle misure cautelari tra Stati membri. Secondo i legali di Salis quella convenzione era applicabile da subito. Secondo il governo italiano no. Ma su quella speranza poggia la ragione per la quale il caso resta riservato per 9 mesi, nonostante i familiari e gli avvocati fossero già a conoscenza delle condizioni degradanti e disumane nelle quali si trovava l’insegnante antifascista nella prigione di massima sicurezza ungherese. E questo fino alla richiesta della procura di Budapest che per Ilaria Salis, a novembre 2023, propone 11 anni di carcere in caso di ammissione di colpevolezza.
Solo davanti a quella sorta di patteggiamento giudicato sproporzionato, assurdo, eccessivo, rispetto alle presunte lesioni - “potenzialmente mortali” secondo l’accusa, ma guaribili in 5-8 giorni, secondo i referti – a tre neonazisti che sarebbero state provocate da Salis e altri nel Giorno dell’Onore, la famiglia decide di rendere pubblico il caso Salis. E’ dicembre quando Repubblica ne scrive e l’ambasciatore italiano a Budapest se ne interessa. Ma bisogna aspettare gennaio, pochi giorni prima dell’udienza che dà il via al processo durante la quale Salis viene portata in aula ammanettata e al guinzaglio, che la politica italiana si muove. Dopo una prima apertura per sbloccare il caso e riportare l’antifascista monzese in Italia – è il presidente del Senato Ignazio La Russa a suggerire l’ipotesi di domiciliari nell’Ambasciata italiana – il governo chiude però le porte: l’unica strada percorribile è quella dei domiciliari a Budapest.
I colloqui negati
Di mezzo ci sono anche i colloqui diretti negati, per quasi sette mesi, tra Ilaria Salis e la sua famiglia. Dall’11 febbraio 2023 al 1 settembre dello stesso anno, la detenuta ha potuto incontrare solo i suoi avvocati ungheresi prima che il carcere desse l’autorizzazione a telefonate e colloqui con i genitori. Difficile, anche avessero voluto, farle cambiare idea, visto che la più restìa a chiedere gli arresti domiciliari a Budapest era proprio Ilaria Salis.
La paura delle minacce
Ma, ancora, sul ritardo con cui pure nella famiglia matura la decisione, pesa anche la paura delle minacce neonaziste. Il giorno successivo all’arresto, sui siti neonazisti compaiono la foto segnaletica, il nome, l’indirizzo milanese e il nome della madre di Ilaria Salis; informazioni che in quel momento sarebbero dovute essere di esclusivo dominio della polizia ungherese. Su telegram e i social piovono, nei mesi, minacce di morte ai danni dell’italiana. Fino al murales che la ritrae impiccata sui muri dell’Ambasciata a Budapest, dipinto nel Giorno dell’onore 2024 e rimosso non dalle istituzioni ma da gruppi antifascisti.
L’allungamento della pena
Infine, è anche il funzionamento del sistema giudiziario ungherese a giocare un ruolo, con il conseguente timore di un allungamento di pena nel caso in cui la decisione della giudici fosse sfavorevole alla militante Antifa. “Se mia figlia fosse ritenuta colpevole, per la legge ungherese i domiciliari non fanno cumulo di pena. Il tempo a casa vale un quinto di quello passato in carcere”, ha spiegato Roberto Salis.
"Ora, però – ha aggiunto – Ilaria ha cambiato idea. Ci hanno fatto capire che la richiesta di domiciliari in Ungheria è un passo obbligato per poi chiederli in Italia”. Entro fine mese la richiesta verrà depositata. “Noi cercheremo un domicilio sicuro, senza spostare la residenza. Servono 51mila euro di cauzione (nei prossimi giorni il comitato per la liberazione di Salis lancerà un crowdfunding per sostenere anche le spese legali, ndr) e un posto sicuro e sorvegliato”, ha detto alla Stampa.
L’udienza anticipata
La prossima udienza è stata anticipata dal 24 maggio al 28 marzo (la stessa data della prossima udienza del coimputato Gabriele Marchesi). “Un risultato che ha ottenuto questo governo grazie alla serietà, grazie anche al lavoro che ha fatto la nostra ambasciata. Evidentemente i magistrati ungheresi hanno recepito le sollecitazioni che venivano dall'Italia", ha sottolineato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Che rivendica anche il ruolo che il governo ha giocato nel miglioramento delle condizioni detentive della detenuta: più igiene, consegna dei filmati che costituirebbero la prova regina dell’accusa, la traduzione di un referto medico per un nodulo benigno al seno che Salis attendeva da giugno scorso, colloqui più frequenti con i genitori. “Risultati ottenuti lavorando con discrezione e gradualità evitando polemiche e forzature", aggiunge Tajani. Arrivati però solo dopo l’umiliazione pubblica nell’aula di tribunale ripresa dalle telecamere con catene e manette.
La fiaccolata
"Noi continuiamo a insistere perché Ilaria Salis deve essere riportata in Italia per fare qui i domiciliari. Ci sono decisioni quadro del Consiglio europeo che lo permettono. Non si può tollerare la violazione costante dei diritti e della dignità di una cittadina italiana che il mondo intero ha visto in catene e portata al guinzaglio al processo. Siamo qui per continuare a sostenere questa battaglia", dice la segretaria del Pd Elly Schlein da Roma, alla fiaccolata organizzata a largo Argentina. Più di un centinaio di persone, tra Anpi, Cgil, Fiom, deputati Pd, Verdi e Sinistra italiana, Italia Viva e Cinque stelle che hanno intonato Bella Ciao.