Naufragio di Cutro, il pescatore Vincenzo Luciano: “Un anno dopo vorrei solo chiedere scusa. Non si può morire a sessanta metri dalla riva”
dalla nostra inviata Alessia Candito“Da italiano penso solo che dovremmo chiedere scusa”. Soffia ancora scirocco a Crotone. Gonfia le onde come un anno fa, quando il caicco Summer love si è schiantato su una secca a pochi metri dalla riva, trascinando con sé più di cento persone. Vincenzo Luciano, pescatore di Steccato di Cutro, era in spiaggia quella notte, è qui oggi che da quella tragedia è passato un anno, “ma io torno qui sempre, tutte le mattine e la sera prima di andare a letto. Penso ‘qui ne ho trovato uno, più avanti ne ho trovato un altro. A volte parlo da solo. Una passeggiata qui la devo fare sempre”. Con i ricordi della notte in cui quella spiaggia è diventata luogo di una strage, con i rimpianti per non essere riuscito ad evitarla.
L’incubo di quel bambino, morto tra le sue braccia
È stato lui a tirare fuori dalle onde alcune delle 94 vittime ritrovate, alcune – una decina, forse di più – il mare non le ha mai restituite. “Ma non solo riuscito a salvare nessuno”, dice con l’eco del rimorso che gli impasta …
“Da italiano penso solo che dovremmo chiedere scusa”. Soffia ancora scirocco a Crotone. Gonfia le onde come un anno fa, quando il caicco Summer love si è schiantato su una secca a pochi metri dalla riva, trascinando con sé più di cento persone. Vincenzo Luciano, pescatore di Steccato di Cutro, era in spiaggia quella notte, è qui oggi che da quella tragedia è passato un anno, “ma io torno qui sempre, tutte le mattine e la sera prima di andare a letto. Penso ‘qui ne ho trovato uno, più avanti ne ho trovato un altro. A volte parlo da solo. Una passeggiata qui la devo fare sempre”. Con i ricordi della notte in cui quella spiaggia è diventata luogo di una strage, con i rimpianti per non essere riuscito ad evitarla.
L’incubo di quel bambino, morto tra le sue braccia
È stato lui a tirare fuori dalle onde alcune delle 94 vittime ritrovate, alcune – una decina, forse di più – il mare non le ha mai restituite. “Ma non solo riuscito a salvare nessuno”, dice con l’eco del rimorso che gli impasta la voce. Pensava di esserci riuscito quando dall’acqua ha tirato fuori un bambino, aveva ancora gli occhi aperti. Ma gli è morto fra le braccia sulla riva.
“Non riesco più ad andare in barca”
“Quest’estate è stato strano vedere questo posto pieno di ombrelloni, di stabilimenti. La gente che è venuta a fare il bagno forse neanche immaginava cosa fosse successo qui”. Lui non ci riesce più, “sono arrivato a bagnarmi i piedi. Ma non ce l’ho fatta. Mi sono venuti in mente tutti quei bambini. Ho guardato mia moglie, le ho chiesto scusa e sono andato via”. Non ce la fa neanche ad andare in barca. “Ci ho provato quest’anno. Un amico mi ha convinto a provarci, ma non ce l’ho fatta. Quando ho tirato su le reti mi è sembrato di tornare a quei momenti in cui dall’acqua tiravo su cadaveri”. Ricordi che sono diventati incubi permanenti prima, frenesia nel supportare le ricerche nei giorni immediatamente successivi alla strage, un tarlo che ancora scava oggi.
“Quella strage mi ha cambiato”
Il Vincenzo che torna sulla spiaggia di Steccato di Cutro oggi, si dice “lo stesso di sempre”, ma quella strage in molte cose l’ha cambiato. E non solo perché il mare che per lui era casa, adesso è un muro che non riesce a valicare. “Prima guardavo ai migranti con sospetto. Mi ero fatto convincere da tutto quello che dicono di loro. Ma dopo quella notte ho capito che sono come noi, anzi per tutto quello che passano prima di arrivare qui sono meglio di noi. Non ci rendiamo conto”.
"Non si può morire a 60 metri dalla riva”
C’è un’immagine, racconta Vincenzo Luciano, che lo perseguita. È quella di una madre disperata che quella notte gli si è quasi aggrappata addosso pregandolo di trovare il figlio disperso. Dell’altro vegliava già il cadavere. Poco dopo, accanto a lui riposava quello del fratello. Allineati al Palamilone, il palazzetto dello sport diventato per settimane una gigantesca sala mortuaria, sono arrivati ad essere più di trentacinque. In tutta Crotone in quei giorni non c’erano abbastanza bare bianche per tutti loro. Molti sono finiti in casse da adulti anche se non arriveranno mai ad esserlo. “Non si può morire così, a sessanta metri dalla riva”, dice Vincenzo mentre guarda il mare.
"Dobbiamo chiedere scusa”
Nella notte fra domenica e lunedì, alle 3.58 ora esatta dello schianto, sulla stessa spiaggia torneranno i sopravvissuti, i familiari delle vittime, i tanti abitanti di Crotone e dei paesi limitrofi che in quei giorni si sono stretti a loro. “Io mi inginocchierò a chiedere scusa, come dovremmo fare tutti. Perché non eravamo qui, perché li abbiamo lasciati da soli. Dopo, gli altri – la politica, le istituzioni – non mi interessa quello che fanno. Io da italiano chiederò scusa”.