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Eleonora Carrer, la coach di basket contro gli stereotipi: “Ricevo sempre insulti sessisti dagli spalti ma a ferirmi sono i colleghi che stringono prima la mano al mio vice uomo”

41 anni, ex giocatrice, oggi allena il team maschile Azzano Decimo. Unica donna in Friuli Venezia Giulia e tra le poche in Italia. “Lo sport deve essere ripulito da queste persone invidiose e insicure”
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Il basket è la sua passione da quand’era bambina e dopo essersi distinta come giocatrice, fino a militare in serie B d’eccellenza con Santa Maria di Sala, ha cominciato ad allenare: prima squadre giovanili femminili, conquistando nel 2017 il titolo di vicecampione d’Italia con Sistema rosa Pordenone under 20, e ora quelle maschili, con l’Azzano Decimo di Divisione regionale 1 (la vecchia serie D) in corsa per la vetta del podio in regione. Eppure, Eleonora Carrer, 41 anni, originaria di Caorle e residente con il compagno e le due figlie ad Azzano Decimo (Pordenone), unica donna coach in Friuli Venezia Giulia, e tra le pochissime in Italia, deve ancora «lottare con le unghie e con i denti, per essere accettata al pari degli uomini». La conferma, l’ennesima, domenica scorsa, al termine di una partita vinta in trasferta a Portogruaro: ancora insulti, questa volta da un tesserato avversario. E il ritornello di sempre: «Sei una donna, non puoi capire di basket». Tutta invidia, verrebbe da …

Il basket è la sua passione da quand’era bambina e dopo essersi distinta come giocatrice, fino a militare in serie B d’eccellenza con Santa Maria di Sala, ha cominciato ad allenare: prima squadre giovanili femminili, conquistando nel 2017 il titolo di vicecampione d’Italia con Sistema rosa Pordenone under 20, e ora quelle maschili, con l’Azzano Decimo di Divisione regionale 1 (la vecchia serie D) in corsa per la vetta del podio in regione. Eppure, Eleonora Carrer, 41 anni, originaria di Caorle e residente con il compagno e le due figlie ad Azzano Decimo (Pordenone), unica donna coach in Friuli Venezia Giulia, e tra le pochissime in Italia, deve ancora «lottare con le unghie e con i denti, per essere accettata al pari degli uomini». La conferma, l’ennesima, domenica scorsa, al termine di una partita vinta in trasferta a Portogruaro: ancora insulti, questa volta da un tesserato avversario. E il ritornello di sempre: «Sei una donna, non puoi capire di basket». Tutta invidia, verrebbe da dire. Con il rischio però di fare passare in cavalleria una mentalità non soltanto largamente diffusa, ma soprattutto pericolosamente discriminatoria.

Eleonora, da dove nasce il pregiudizio degli uomini verso le donne che fanno strada nello sport?

«Hanno la presunzione di essere migliori, semplicemente in quanto uomini. Sono cresciuta in ambienti prettamente maschili, incassando offese e derisioni, ma ho cercato sempre di non abbattermi. Il punto è che certe persone trovano improponibile concepire che una donna possa eguagliarle nello stesso mestiere».

Neppure il fatto di vantare una carriera costellata di successi basta a metterla al riparo dai pregiudizi. È solo una questione di genere?

«Ne ho sentite di tutti i colori, specie dagli spalti. Dalle solite frasi “il basket femminile non è basket”, “siete lente”, “resta a casa a cucinare”, ai veri e propri commenti sessisti, quelli che immancabilmente scomodano il mestiere più antico del mondo. Ci siamo abituate e non hanno mai scalfito il nostro impegno e la passione per questo sport. A volte, però, fanno più male del solito. A ferirmi, in particolare, è il comportamento degli allenatori che stringono la mano al mio vice uomo, meravigliandosi poi di apprendere, e dovere quindi ammettere, che possa essere io la coach. Poi, esistono anche i momenti in cui lo sconforto prende il sopravvento. Alla fine dell’ultimo match, per esempio, ho pianto davanti a tutti. Ma ho anche ricevuto subito la solidarietà della mia squadra e di tante altre persone che, per fortuna, non la pensano così».

Ecco, appunto, la squadra: com’è il rapporto con i suoi giocatori?

«È fantastico, perché normalissimo, anche grazie al supporto della società. Il guaio è che il peso di quel che subisco io finisce per ricadere anche su di loro. L’impressione è che perdere contro una donna coach sia la peggiore delle sconfitte. Ma questo credo sia sintomo di insicurezza».

Cosa dovrebbe fare la Federazione italiana pallacanestro per raddrizzare la situazione?

«Si potrebbe cominciare dai corsi di aggiornamento. È vero che sono aperti sia agli uomini che alle donne, ma non ricordo un solo clinic cui ho partecipato in cui si sia parlato di basket anche al femminile. Allenare gli uni e le altre non è la stessa cosa e mi piacerebbe ci fosse più attenzione alle specificità legate alle dinamiche, all’emotività e alla psicologia di una squadra formata da giocatrici».

Qual è il suo consiglio alle giovani atlete?

«Perseguire sempre i propri obiettivi, buttandosi a capofitto in quel che si crede. Perché lì, sul parquet e sulla panchina, ciò che conta sono la competenza e la credibilità».

E agli uomini, e a i suoi colleghi più in particolare, cosa suggerisce?

«Vorrei che il basket iniziasse a essere ripulito da coloro che coltivano questa visione della donna, che si tratti di giocatrici, arbitre o coach. Non sono la maggioranza, lo so. E proprio per questo chiedo a tutti gli altri di non girarsi dall’altra parte la prossima volta in cui sentiranno qualcuno denigrarci in una palestra».

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