Cronaca di una morte annunciata: «Il ghiacciaio dell’Adamello, il più grande Italia, 15 chilometri quadrati di superficie, scomparirà entro la fine del secolo per effetto del riscaldamento globale». A sentenziarlo Roberto Ranzi, professore ordinario di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia all’Università degli Studi di Brescia, che ha presentato i risultati finali del progetto Climada.
Lo scenario
Secondo i risultati della ricerca, per effetto del riscaldamento globale, probabilmente entro il 2080, il ghiacciaio dell’Adamello svanirà entro la fine del secolo. Ieri, nell’auditorium del Collegio Lucchini di Brescia, sono stati presentati i dati del progetto di ricerca, partito due anni fa e nato sulla scorta del progetto ADA270. Le misure di accumulo nivale effettuate dalla metà degli anni Sessanta nel sistema idrografico del Sarca-Chiese-Oglio mostrano una diminuzione compresa tra il 5 e il 6% ogni dieci anni rispetto al valore di 800 millimetri di equivalente in acqua misurati al di sopra dei 2.500 metri nell’aprile all’inizio del monitoraggio. E il bilancio di massa calcolato nell’ultimo quindicennio marca una perdita media di quasi -2.2 metri all’anno di spessore equivalente in acqua, contro i -1.4 metri all’anno dei 15 anni prima.
La riduzione dell’area
La diminuzione areale del ghiacciaio è l’inesorabile conseguenza delle temperature che crescono. La superficie dell’Adamello misurava 15,7 chilometri quadrati nell’agosto 2007 mentre si è ridotta a 13,1 nel 2022, con una media di -11% ogni 10 anni. Le misure di bilancio di massa effettuate nel 2022 dai glaciologi lombardi e trentini attestano una perdita media di spessore più che doppia rispetto alla media tra il 1995 al 2009. Se si assume che il riscaldamento globale sia quello previsto dagli scenari più ottimisti, corrispondenti a un riscaldamento contenuto sotto i 2°C rispetto al clima attuale, la scomparsa del ghiacciaio avverrebbe quindi prima del 2080. Un’ulteriore accelerazione potrebbe derivare dall’annerimento del ghiaccio causato dal deposito di polveri trasportate dal vento e dallo sviluppo di sostanze organiche che aumentano la predisposizione ad assorbire radiazioni solari e fondersi.
L’allarme
«I risultati non sono confortanti e sono molto più di un campanello d’allarme”, afferma Giorgio Maione, assessore all’Ambiente di Regione Lombardia. “La ricerca del dato scientifico sul campo è il modo migliore per fare una politica corretta, in tema di ambiente non dobbiamo cadere in valutazioni estemporanee». Entro trent’anni si prevede un consistente decremento annuale dei giorni di gelo (-23) così come dei giorni di copertura nevosa (-20). Il che porterà a forti alterazioni del regime di precipitazioni nonché ad un incremento dei rischi naturali. «L’impatto del cambiamento climatico c’è ed è grave”, chiude Ballarin Denti, “bisogna agire in termini di mitigazione e adattamento, agevolando fattori di resilienza naturale e antropica».
Lo studio
Alle odierne conclusioni si è arrivati attraverso delle tecniche di studio. Il ghiacciaio è stato perforato, estraendone una «carota» di 224 metri che, una volta analizzata in Bicocca, ha raccontato 2mila anni di storia climatica e ambientale delle Alpi Centrali. Nel ghiaccio è rimasta traccia dell’incidente nucleare di Chernobyl del 1986: quello strato di neve ormai si sta sciogliendo. E mancano 22 metri allo scioglimento del ghiaccio che conserva le tracce di Trizio trovate nel 1963 a seguito degli esperimenti nucleari di Usa, Urss, Francia, Regno Unito. Importantissima la misurazione con sensori in fibra ottica infilati nel ghiacciaio fino a 170 metri di profondità effettuata dalla start up Cohaerentia.