Musulmani a Monfalcone, la preghiera in oratorio. “La sindaca ci ostacola”
di Karima MoualMONFALCONE (TRIESTE) - La luce del giorno sta lasciando pian piano spazio al tramonto. Sono appena passate le ore 18, ai tavolini dei bar gli ultimi aperitivi prima della cena. Ma tra le vie del centro scorre un altro volto di Monfalcone. Un fuggi fuggi - che prova a essere discreto, con poco successo - di camici lunghi e colorati, barbe tante, alcune tinte di henné ad onorare la sunna del profeta Muhammad, cappelli, ricami, pietre a impreziosire costumi elegantissimi provenienti da lontano. E poi il cancello che si apre di quello che sembra effettivamente un oratorio. Dove stiamo andando? Lo chiedo a Bou Konate. “Ci stanno aspettando i fratelli per l’Iftar (la preghiera del tramonto, ndr). Il parroco ci ha messo a disposizione una grande sala”. All’ingresso la riproduzione gigantesca di un dipinto con san Michele Arcangelo. Lo scambio per Gesù, sono spaesata: dall'altra parte della sala arriva il richiamo dell’imam alla preghiera. Allah Akbar, Dio è grande, la sala è gremita di fedel…
MONFALCONE (TRIESTE) - La luce del giorno sta lasciando pian piano spazio al tramonto. Sono appena passate le ore 18, ai tavolini dei bar gli ultimi aperitivi prima della cena. Ma tra le vie del centro scorre un altro volto di Monfalcone. Un fuggi fuggi - che prova a essere discreto, con poco successo - di camici lunghi e colorati, barbe tante, alcune tinte di henné ad onorare la sunna del profeta Muhammad, cappelli, ricami, pietre a impreziosire costumi elegantissimi provenienti da lontano. E poi il cancello che si apre di quello che sembra effettivamente un oratorio. Dove stiamo andando? Lo chiedo a Bou Konate. “Ci stanno aspettando i fratelli per l’Iftar (la preghiera del tramonto, ndr). Il parroco ci ha messo a disposizione una grande sala”. All’ingresso la riproduzione gigantesca di un dipinto con san Michele Arcangelo. Lo scambio per Gesù, sono spaesata: dall'altra parte della sala arriva il richiamo dell’imam alla preghiera. Allah Akbar, Dio è grande, la sala è gremita di fedeli, composti e in direzione della Mecca, elegantissimi con gli abiti tradizionali, saranno più di duecento. Tutti uomini. Soprattutto bengalesi. Si prega insieme la ?al?t al-maghrib, che precede l’Iftar, il pasto che rompe di Ramadan. E’ difficile non sentire commozione, per il senso di comunità che trasuda la sala.
E’ davvero un Ramadan particolare questo per la comunità musulmana di Monfalcone, unita e paziente nel difendere il proprio diritto al culto. Si divide in turni di preghiera per non creare affollamento nelle due sale dei centri culturali islamici Baitus Salat e Darus Saalam, ma grazie al parroco locale riesce ad usufruire di un altro spazio coperto e accogliente.
“La sala grazie al prete”
Bou Konate mi presenta alla comunità in sala. Strette di mano, tanti sorrisi, qualche parola in arabo con accento bengalese, qualche altra in italiano che si perde nella difficoltà di completare un discorso, e mi rendo conto che Bou Konate, questo ingegnere e imprenditore alto quasi due metri, 61 anni, senegalese di origini ma in Italia dall’’84, nel lontano 2001 assessore ai Lavori pubblici nel Comune di Monfalcone, oggi suo malgrado è diventato per questa comunità islamica la voce e l’àncora di salvezza. “Questa sala che il parroco mette a disposizione della nostra comunità – spiega Bou Konate - è tutt'altra cosa rispetto ai parcheggi o piazzali imboscati nella zona industriale, a quattro chilometri dal centro, senza luce, bagni e al freddo, che la sindaca ha proposto alla comunità”.
Il braccio di ferro
Si riferisce ad Anna Maria Cisint, della Lega, che ha avviato un braccio di ferro con la comunità islamica locale provando a chiudere i due centri culturali islamici della città, dove oltre a pregare ci si riunisce e si impara l’arabo. I musulmani, non ci stanno, si rivolgono agli avvocati, al Tar, al Consiglio di Stato. Sono pazienti e sanno che un passo alla volta il loro diritto verrà riconosciuto. La manovra della sindaca “è propaganda per le Europee - dicono molti cittadini - per questo ha focalizzato la sua attenzione sul solito cavallo di battaglia: la questione dell’immigrazione dai Paesi islamici”.
Eppure in città sono quasi tutti regolari con permesso di soggiorno e con un lavoro. Non si segnalano particolari fatti allarmanti di criminalità per mano delle comunità migranti e gli stessi centri culturali islamici contestati oggi da Cisint, puntando su cavilli burocratici dei piani regolatori, sono parte di Monfalcone da almeno vent’anni, senza aver mai dato fastidio. Tutti elementi che alla sindaca interessano poco, preferendo dar vita a una narrazione sfociata nel libro, con prefazione di Matteo Salvini, dal titolo: Ora basta. Immigrazione, islamizzazione, sottomissione.
Immigrati necessari
Poi c’è la realtà. Il 30% della popolazione di Monfalcone è composta da immigrati, soprattutto dal Bangladesh. E c’è una forte richiesta da parte degli imprenditori italiani proprio per gli appartenenti a questa comunità. Non a caso, le foto dell’incontro del 2023 dei ministri Lollobrigida e Piantedosi con la premier bengalese Sheikh Hasina sono ancora nelle pagine del sito del ministero dell'Agricoltura a testimoniare quanto la propaganda si scontri con la realtà. Motivo dell’incontro? Accordi per aumentare i flussi di lavoratori bengalesi. La crescita di Monfalcone non sarebbe avvenuta e non continuerebbe senza i migranti. Tanti gli operai, i saldatori in cantieri, per lavori duri che gli italiani non vogliono più fare. Ma anche una comunità di imprenditori, ormai. Oltre ai negozi etnici, trovo una pescheria in pieno centro gestita da un giovane bengalese con la moglie alla cassa. Poi una vecchia cartoleria italiana oggi in mano a un nuovo proprietario, anche lui bengalese.
“Per alcuni è sostituzione etnica? Per noi è vera integrazione - spiega Bou Konate - persone che hanno lavorato duro e continuano a farlo con onestà, hanno figli ormai italiani, perché darebbero fastidio? Forse si preferisce che non abbiano successo, o che facciano una parentesi di manovalanza e poi via a casa propria, ma così la stessa Monfalcone morirebbe, si svuoterebbe. Oggi queste comunità dimostrano, anche se con difficoltà, di portare avanti un percorso di integrazione importante. Un vera sfida anche per l’Italia. Non a caso nello stesso comune, ci sono due consiglieri bengalesi, uno persino della Lega”.
Le storie
Laura Khan è di origini bengalesi ma è nata 23 anni fa in Italia. Diplomata in turismo, lavora ed è con il suo lavoro che mantiene la famiglia da quando è venuto a mancare il padre, morto per un malore a casa dopo dieci ore di lavoro in cantiere. Nella famiglia Khan ci sono cinque donne e non ci stanno a farsi descrivere come sottomesse a una cultura e a una religione. Le chiedo se il velo sia stato un problema per trovare lavoro. “Assolutamente no – la sua risposta - ma questo velo non lo indosso sempre, solo quando voglio”. Laura Khan è orgogliosa della cittadinanza italiana, ma non nasconde un filo di tristezza e preoccupazione per quello che sta montando a Monfalcone contro la sua comunità di origine. La sindaca Cisint parla molto di donne, sottomesse e senza un impiego, addirittura ritiene siano solo otto le migranti che lavorano in città (a spulciare i dati, si scopre che nel 2023 le lavoratrici bengalesi erano 89). Laura sorride amaro: “Purtroppo non conosce bene le donne bengalesi e dimostra di non conoscere le donne musulmane. Certo le difficoltà non mancano, problemi che riguarda purtroppo tutte le donne in diversi modi, ma per quanto riguarda la mia comunità, stanno facendo tutti un grande sforzo per integrarsi nonostante provengano da diverse parti del Bangladesh con usi e costumi diversi. Nonostante non ci siano in città corsi di integrazione a partire dalla lingua italiana. Le nostre mamme sono coraggiose, grandi lavoratrici e hanno a cuore anche la famiglia e i figli. Io senza l'incoraggiamento di mia mamma e di mio padre, non sarei arrivata dove sono, mi hanno sempre spinta a essere indipendente e oggi lo sono “.
La tensione in città
“C’è tensione in città - mi spiega Roberto - è come se si cercasse a tutti i costi l’incidente”. A Natale, per esempio, si è gonfiato il caso della statua del Bambin Gesù trovata rotta. I giornali l’hanno presa come notizia in prima pagina, le tv sono accorse parlando di decapitazione Cristo Bambino, e anche in quel caso si soffiò sul fuoco con insinuazioni che ovviamente andavano da una parte precisa. Un attacco alla cristianità. Un gesto mirato denunciava la sindaca. Indagini avviate, poi peccato che una volta monitorate le telecamere e capito che l’autore non era propriamente uno straniero, un bengalese, un musulmano, si è steso un velo pietoso. “Silenzio, ma qui ormai sappiamo che non si aspetta altro che l’incidente”.
La signora Licia lo dice chiaramente: “Ormai non mi sento più bene qui a Monfalcone perché sento un clima di astio e disprezzo nei confronti di chi viene da fuori. Forse è un momento di sfogo su altre mancanze. L’altro giorno, per esempio, ho assistito a una scena surreale in mezzo alla strada. Una signora con il cane al guinzaglio è passata vicino a un bengalese che, forse per paura dell’animale, si e spostato, e anche un po’ spaventato. Ma è stato un attimo e la signora ha iniziato a gridare come un'ossessa rivolta al povero malcapitato: ‘Andatevene a casa vostra, andate al vostro Paese’. E’ stata una scena davvero brutta. Per fortuna non tutti siamo così, ci sono tanti volontari e volontarie che provano a integrare queste persone nella comunità cittadina attraverso corsi di lingua e incontri”.
Una narrazione dannosa per la città
Federico Razzini non fa mistero del suo posizionamento politico: è un leghista della vecchia guardia. Ha avuto anche una parentesi nel Consiglio comunale dal quale si è dimesso. Ha un locale a Monfalcone e testimonia come la narrazione della sindaca stia facendo male anche all’economia della città: “Ormai dopo le 18.30 non c’è più nessuno in giro, si è insinuata la paura per come viene descritta Monfalcone. Gli abitanti dei paesini limitrofi, che in serata passavano nei nostri locali, ora ci pensano due volte. Se racconti che la tua comunità musulmana è in odore di radicalismo, solo perché pregano e qualche donna porta il velo o il niqab per abitudine, non ti puoi lamentare se la paura degli attentati tiene la gente alla larga della città. La sindaca non si rende conto che, per la propria campagna elettorale sta penalizzando tutti noi monfalconesi, sta calpestando la nostra reputazione di città, che sicuramente ha i suoi problemi, ma non è assolutamente quello che lei va raccontando al mondo”.
La voce di Federico è quella di tanti monfalconesi indignati e impotenti nel contrastare una sindaca ormai star nelle tv sulla pelle dei bengalesi. “E’ gente davvero per bene – dice Elisa, insegnante di italiano - sì, sicuramente colpiscono perché sono aumentati in questi anni e vengono con i loro abiti tradizionali, ma magari hanno bisogno di tempo per integrarsi”. E a proposito delle donne che portano ancora il Niqab, provo a parlarne con Rejaul Haq, referente del centro Baitu Salat, che è più vicino alla Jamaat Al Tabligh, un movimento dell’Islam più conservatore: sono le donne che fanno riferimento a questo movimento a portare il velo integrale, diventando lo strumento perfetto per bollare come poco o per nulla integrata tutta un’intera comunità: “Credo ci vorrà solo del tempo, il tempo di integrarsi meglio. Riconosciamo che siamo arrivati qui con usi e costumi diversi, abbiamo vissuto nei nostri Paesi trenta o quarant’anni e ora siamo in un mondo diverso. Da parte nostra – sottolinea Rejaul Haq - siamo aperti al cambiamento, ma come tutte le comunità anche le donne hanno bisogno del loro tempo, di vicinanza, di un accompagnamento che oggi non c’è. Molte nostre donne ricevono solo attacchi gratuiti, perché magari portano il velo. Ma per molte quel capo di vestiario è una parte del proprio vissuto, è storia, è identità. Eppure, io già vedo i nostri figli diversi da noi e ammetto che sono soprattutto loro ad aiutarci in questo percorso, perché hanno già una mentalità occidentale”.
"Il nostro futuro è qui”
Rejaul Haq ha lavorato per anni negli stabilimenti di Fincantieri, come moltissimi, d’altronde, e oggi è un affermato imprenditore con tre attività commerciali. “Ho fatto sacrifici e investito qui a Monfalcone, come tanti altri miei connazionali. Il nostro futuro è qui”. Poi mi fa vedere alle sue spalle il grande cantiere di quello che doveva essere il centro islamico della comunità. “Ci accusano che non rispettiamo le regole, ma è falso. La verità è che non fanno altro che ostacolarci. Guardi qui, anni fa abbiamo comprato questo ex supermercato. Il progetto era di trasformarlo in un luogo di culto che accogliesse tutta la comunità. E abbiamo condiviso il nostro proposito con l’amministrazione comunale prima ancora di acquistare il locale. Ci avevano assicurato che potevamo farlo e così abbiamo raccolto dai fedeli i soldi necessari. E lo abbiamo comprato sborsando più di 300mila euro. Abbiamo iniziato i lavori alla luce del sole. Poi arriva la sindaca e blocca i lavori, per un cambio del piano regolatore. Abbiamo speso quasi 700 mila euro per pregare in un luogo dignitoso e ci troviamo con un cantiere bloccato. E, come se non bastasse, la prima cittadina ci ha vietato di pregare anche nella zona fuori dal cantiere, ossia nel piazzale. Altra causa persa dalla Cisint perché il Tar ha accolto il ricorso della comunità e ora almeno nel piazzale potremo pregare”.
Un piazzale che, secondo Rajul Haqq, e lo spiega con una luce di commozione negli occhi, “diventerà un luogo dove i nostri bambini potranno finalmente giocare. Ora non hanno un luogo, sentiamo che diamo fastidio e ci siamo allontanati dal centro venendo qui. Magari non sono abituati a vedere persone come noi, lo posso capire. Ci vuole tempo”.